«Da qui sono passati in tanti, ma il presidente Mattarella ha capito tutto in dieci minuti. Speriamo che sia un buon segno per l’Italia. A proposito c’è ancora il «digital divide»? C’è ancora, c’è ancora: secondo gli ultimi dati Istat il 25% delle famiglie italiane non ha accesso a Internet. Marco Palladino sembra incredulo: «Ma non è possibile, dai. L’Italia è un Paese piccolo, mica è la Cina. Siamo nel 2020: non può essere ancora così indietro. Poi uno si domanda perché i giovani vanno a cercare fortuna altrove». I trentunenni Marco Palladino e Augusto Marietti sono a capo di «Kong», la startup di San Francisco visitata venerdì dal capo dello Stato. Mattarella ha ascoltato la loro storia e poi ha concluso: «Il sistema di finanziamento italiano è troppo abitudinario». Secondo il presidente il nostro Paese non riesceacomprendere appieno e a sostenere il talento e le iniziative delle nuove generazioni. Al secondo piano di una palazzina nel centro di San Francisco, c’è un pezzo di questa giovane Italia cresciuta altrove. La Kong vende una tecnologia per gestire le cosiddette Api (Application Programming Interface), cioè l’infrastruttura digitale che consente di aprire le app sui nostri telefonini e tablet. Oggi dà lavoro, ben pagato, a 180 dipendenti, ha sedi ad Atlanta, Londra, Guadalajara (Messico) e Singapore. La valutazione di mercato si sta avvicinando al miliardo di dollari, la soglia dei fenomeni, dell’«unicorno». «Il presidenteèandato dritto al punto», dice Marco. Vale dire: Kong sarebbe potuta nascere in Italia? «La risposta è no e chi lo nega semplicemente nasconde la realtà». Augusto: «Nel nostro Paese pochissimi hanno voglia di rischiare, di sperimentare e quindi di investire. Le banche, i fondi, gli imprenditori sono paralizzati dalla paura di rimettere dei soldi. Poi le leggi sono obsolete, se fai una spa o una srl non puoi distribuire facilmente e liberamente delle azioni, in modo da associare i tuoi investitori. L’Italia è lenta, lenta». Che cosa possono fare il governo, la mano pubblica? Marco e Augusto sono d’accordo: «Modernizzare il Paese, ma non dare soldi alle imprese. Il circuito del finanziamento deve essere tra privati. Non è giusto rischiare fondi dei contribuenti». Ma il problema più grosso è quello della partenza, dell’innesco di una start-up. I due giovani si sono conosciuti quando avevano 17 anni. Marco, milanese, era già «posseduto» dalla passione per i computer. «Devo ringraziare mio padre, un professore di liceo, che mi ha sempre incoraggiato. È stato lui a regalarmi il primo personal 486. Avevo otto anni. A diciassette face vo già c onsulenze di informatica». Augusto, romano, dice di avere da sempre l’istinto dell’imprenditore. «Ho studiato economia aziendale alla Cattolica di Milano. Scoprii la Silicon Valley leggendo libri su Google e le altre societa hi-tech». È il 2008. I due ragazzi decidono «di fare qualcosa». Affittano per 300 euro al mese un garage in via Panfilo Castaldi, vicino a Porta Venezia. Cominciano a smanettare e a elaborare progetti. Nessuno, però, li prende sul serio. «Abbiamo fatto il giro delle quattro-cinque società di venture capital italiane. Nessuno se l’è sentita di scommettere su due ventenni». A San Francisco l’impatto è stato duro: una pizza al taglio a pranzo e spesso niente cena. Ma i due amici si sono meritati anche la fortuna necessaria: hanno conosciuto Travis Kalanick, il fondatore di Uber. Dal 2011 a oggi hanno tirato su 79 milioni di dollari. Hanno puntato su di loro gente come Jeff Bezos (Amazon), Eric Schmidt (Google), Marc Andreessen (Netscape) e soprattutto Mike Volpi di Index Ventures. E ora eccoli qua sorridenti, in posa con il gorilla Kong. «Lo abbiamo preso a Venezia». Ma adesso farete qualcosa in Italia? Marco ride: «Vediamo dai, è una questione di business, magari un ufficio lo apriamo, se ci saranno le condizioni».