«Un passo decisivo fuori dalla democrazia»; «l’uscita dalla civiltà occidentale»; «una scelta di campo». Così, in questi giorni, la scrittrice polacca premiata il 10 ottobre scorso con il Nobel per la letteratura ha tratteggiato l’esito del voto «più importante dal 1989»: cioè la riconferma al governo del partito «Diritto e giustizia» di Jaroslaw Kaczinski, ultraconservatore. Ora che le previsioni sono diventate realtà, Olga Tokarczuk è in Germania, in un tour previsto da prima diricevere il Nobel, in concomitanza con la Buchmesse di Francoforte, che l’ha tenuta lontana anche dalle urne. Ha dedicato il Nobel, appena glielo hanno comunicato, «ai polacchi e a chi lotta per la democrazia»; in tutte le sue interviste ha contrapposto questa parola, democrazia, alla sigla del partito di Kaczynski. Europa e democrazia In un’intervista al quotidiano Gazeta Wyborcza, la scrittrice aveva invitatoa«votare per chi ci fa stare insieme, non per chi ci divide, per chi protegge i deboli e gli esclusi, crede che le donne abbiano diritti e che la religione sia libera». «Io non sono una scrittrice politica. Un romanzo è diverso da un manifesto e vorreirestare in questo registro». Ma si è detta anche «una cittadina preoccupata. La politica non è affare dei politici, ma di chi poi sopporta le loro scelte. Mi preoccupa la politicizzazione dei giudici, per esempio». O l’antieuropeismo di parte della politica nazionale, che fa sì che «siamo per la Ue un parente scomodo, ma dovremmo esserne cittadini». «In Europa Centrale», ha detto al redattore del sito del Nobel, come da tradizione il primo a intervistarla, «abbiamo un annoso problema di democrazia. Stiamo cercando la ricetta per risolverlo ma non è facile. E penso che il Nobel possa darci ottimismo, sia un modo di dire al mondo che siamo vivi, che ci esprimiamo». Un «noi» che non specifica: e che adombra forse le «vecchie élites culturali» contro cui Kaczinski ha condotto la campagna elettorale? «È una lotta che mi preoccupa», ha detto Tokarczuk alla Gazeta Wyborcza. Il gelo con il governo Quella fra il partito appena riconfermato al governo e la scrittrice vegana, femminista, coi dreadlocks, non è solo antipatia epidermica. In questi giorni i giornali polacchi rilanciano in quota «strano ma vero» un’intervista al fondatore Jaroslaw Kaczinski, che nel 2016 aveva detto di amare i libri di Tokarczuk: «Vi sorprenderò», aveva riso, «ma non trovo male il suo Ksi gi Jakubowe». Cioè la storia — non tradotta in italiano — dell’ebreo Jacob Frank che guidò la conversione forzosa dei suoi correligionari al cattolicesimo, nel XVIII secolo. «Una pagina della storia polacca che ero così ingenua da pensare di poter affrontare», ha detto la scrittrice di recente al Guardian.Einvece. Il libro è del 2014. La casa editrice dovette pagarle una scorta, e i detrattori rispolverarono l’epiteto comunista targowiczanin, «traditrice». Lei da allora ripete che «la Polonia si è inventata tollerante, ma siamo stati anche schiavisti e antisemiti»: lo ha detto alla consegna del Nike 2016 (lo Strega polacco)eanche a quella di un’onorificenza poco prima del Nobel in Bassa Slesia. I consiglieri di Pis sono usciti. Da sempre il ministro della cultura uscente (e, sembra, in via di riconferma) Piotr Glinski dice di «non aver mai letto i suoi libri». Che da anni sono usciti dalle liste dell’Istituto nazionale che incentiva la traduzione e la diffusione della letteratura polacca. Il giorno del Nobel una radio è riuscita a telefonare in diretta al ministro; lui ha espresso asciutte congratulazioni e promesso: «riprenderò la lettura»