Wayne Gladstone, fra gli altri, lo ha immaginato nel 2014 e descritto nel romanzo Internet Apocalypse : un mondo che d’improvviso si ritrova senza più il Web. Niente Facebook né mail, niente Whatsapp, Instagram e soprattutto niente Google. Dal suo motore di ricerca a You-Tube, dal browser Chrome alle mappe, si spegnerebbe tutto. E sarebbe un problema non da poco, perché il colosso di Mountain View ha radici profonde nella vita di miliardi di persone. «Specialmente da noi», fanno sapere dalla ComScore che da sempre monitora il traffico dati. «Su un totale di 38,2 milioni di persone che hanno accesso alla Rete in Italia, 37 milioni frequentano i suoi servizi». Significa il 98 per cento di chi naviga da smartphone e il 99 di chi lo fa da computer. Senza dimenticare che ha in mano poco più del 30 per cento del mercato pubblicitario mondiale online, settore da 340 miliardi di dollari l’anno stando alla eMarketer. Si potrebbe quindi fare a meno dell’universo di questa multinazionale nata con le ricerche in Rete 21 anni fa? Si, sopravvivremmo, ma a fatica. Di alternative ce ne sono, difficile però che riuscirebbero a compensare il vuoto all’inizio. Prendete il sistema operativo Android per smartphone: l’unica altra scelta è iOs di Apple, legato a doppio filo con i costosissimi iPhone; Windows Mobile, stabile e ben disegnato, lo hanno invece mandato in pensione per assenza di app; il finlandese Sail-FishOs, eredità della Nokia, prometteva ma è stato acquisito dalla Russia; Harmony Os della cinese Huawei deve ancora dimostrare di poter competere. Nei motori di ricerca Google ha ancora meno concorrenti. Da Qwant a Bing di Microsoft, finora non è andata bene a chi ha provato a cambiare le cose. Ad agosto Google poteva contare su una quota di mercato del 92 per cento. Bing è in seconda posizione, con il 2,6.
In Italia l’app di YouTube, fra le prime venti più usate da noi non ci sono altri servizi puramente video, ha davanti solo Whatsapp e raggiunge l’81 per cento delle persone. Google Search arriva al 77 per cento, le mappe al 73. A proposito di mappe. Google ha il 67 per cento del mercato, eppure è uno dei pochi terreni nei quali le alternative non mancano. Here, Moovit, Bing Maps, Apple Maps sono solo alcuni esempi. La sua posizione in pratica è meno schiacciante rispetto ad altri ambiti, dove i problemi non sono mancati.
L’Antitrust italiano da maggio sta indagando per abuso di posizione dominante riguardo Android Auto, sistema operativo per automobili dal quale è stata esclusa la app Enel X Recharge. E a marzo Google è stata multata dal commissario Margrethe Vestager, futura vicepresidente della Commissione Europea con delega al digitale. Un miliardo e mezzo di euro, sempre per abuso di posizione dominante, anche se nel settore pubblicitario. L’ultima di una lunga serie di sanzioni. Insomma, se Google sparisse domani non si dovrebbe tornare agli sms, alle cartine stradali, alle enciclopedie (magari su cd-rom come ai tempi di Encarta), alla televisione tradizionale, ai cd e al vinile. Ma certo le nostre abitudini cambierebbero. «Quando ci fu il grande crash non andò affatto come temevamo. Non ci fu panico. Niente lacrime. Solo gente che batteva i pugni sul tavolo e imprecava. Internet non funzionava più, e cliccare su Aggiorna non serviva a niente», scriveva Gladstone. Ed è quel che probabilmente accadrebbe se invece di tutto il Web crollasse uno dei suoi pilastri che oggi sembra invulnerabile.