Costretti con le spalle al muro, oggi i curdi chiamano «alleati» i soldati di Bashar Assad, sebbene sino a ieri avessero poco rispetto e tanti dubbi sulle loro qualità belliche.Non hanno alternative, devono far buon viso a cattivo gioco e accettano persino che le loro bandiere gialle col sole nascente di Rojava siano sostituite da quelle nazionali siriane. Sul terreno hanno visto arrivare le avanguardie dell’esercito di Damasco. Ma è soprattutto ai suoi alleati russi che i dirigenti curdi siriani guardano nella speranza siano davvero in grado di bloccare l’offensiva turca. Se a partire dal 2013 non fossero arrivati gli energici aiuti russi e iraniani, il regime di Assad sarebbe collassato sotto il peso delle rivolte sempre più popolari e violente in tutto il Paese. «Oggi l’unico modo per fronteggiare con successo l’offensiva voluta da Erdogan è impiegare massicciamente aviazione, artiglierie pesanti e forze corazzate. Dopo tutto stiamo parlando del secondo esercito della Nato per dimensione e armamenti dopo quello americano. Ma i comandi siriani non mandano aerei, inviano un limitato numero di soldati, con vecchi cingolati e qualche tank. Cambiano poco gli equilibri delle forze in campo», spiega al Corriere Nesrin Abdullah, comandante importante e portavoce delle unità militari femminili di Rojava. Da nemici ad amici A una settimana ieri dall’inizio dell’invasione turca, le dinamiche degli scontri sul terreno paiono confermare le valutazioni curde. L’unico luogo di potenziale scontro diretto turco-siriano resta al momento il saliente di Manbij. «Qui i nostri alleati siriani sono vicinissimi ai turchi. Sono dispiegati lungo il fiume Sajur», osserva la Abdullah mostrando sulla mappa l’immissario locale dell’Eufrate. I russi stanno comunque mediando per evitare che la situazione degeneri. Per il resto le unità siriane sono arrivateaHasakah, nel Sud di Rojava, pattugliano lo snodo cruciale di Tel Tamar, sono a Ain Issa, organizzano posti di blocco sull’autostrada per la città di Qamishli. Però nella pratica hanno sparato ben pochi colpi. Restano lontane dalle brigate dell’esercito turco posizionate più a nord. Annunciano che non parteciperanno ai duri combattimenti nelle cittadine di confine contese di Ras al AyneTal Abyad. Qui sono i curdi infatti a pagare il più gravoso prezzo di sangue. I siriani affermano che non andranno nel centinaio di chilometri che dividono le due località contese, dove Erdogan vorrebbe iniziareacostruire la «zona di sicurezza» destinata ad accogliere nei suoi disegni oltre due milioni di profughi siriani scappati in Turchia. Evitano inoltre di ingaggiare combattimenti diretti con le molto più aggressive colonne delle milizie di siriani sunniti mobilitati al fianco delle forze regolari di Ankara. E ciò nonostante siano nemici di lunga data. Il nucleo storico dell’Esercito Siriano Libero, come si autodefiniscono i volontari alleati dei regolari turchi, deriva dai gruppi di disertori dell’esercito siriano che dall’estate del 2011 si unirono ai ranghi della rivoluzione. Il bilancio delle vittime, pur se controverso e difficile da verificare, convalida la gravità delle perdite curde. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, ad ora i curdi conterebbero circa 160 caduti tra i loro ranghi, sebbene i turchi parlino di quasi 500 morti. Le vittime civili curde sarebbero invece una settantina. Per contro, ci sarebbero circa 130 morti nelle milizie siriane, oltrea6soldati turchi e una ventina di civili nelle cittadine turche lungo il confine. Non sono invece registrate vittime tra i soldati siriani. Eppure, i dirigenti di Rojava non possono che magnificare la ritrovata alleanza. «Siamo sempre stati i primi a cercare il dialogo diretto con il governo del presidente Assad. Prima di tutto noi curdi siamo siriani. Tocca dunque al nostro esercito nazionale unificato difendere la sovranità del Paese contro ogni invasione esterna», aggiunge la portavoce. Intesa militare A suo dire, le intese per il momento sono soltanto militari. «Abbiamo agito per il bene del nostro Paese, nell’emergenza. Più avanti negozieremo gli aspetti politici», spiega. Quanto alle responsabilità del comando delle operazioni, accetta persino il principio per cui «le forze curde sono parte del sistema difensivo nazionale siriano». Una frase che solo due settimane fa difficilmente avrebbe pronunciato tanto chiaramente. Ma oggi non ci sono più gli americani a garantire la sopravvivenza. Giungono notizie gravi di massacri di civili, di esecuzioni di massa nell’area di Ras al Ayn. Le organizzazioni umanitarie ritirano il personale straniero, quello locale incontra enormi difficoltà. E dunque: «Abbiamo creato un centro di coordinamento militare comune sotto la stessa bandiera e in co-direzione con lo stato maggiore siriano. Non è più possibile agire come due eserciti separati. Noi curdi manteniamo alcune forme di autonomia, ma la catena di comando deve essere centralizzata».