I feriti gravi se ne stanno quasi immobili nei loro giacigli. Ma qui gli ospedali sono poco attrezzati per curare ustioni tanto preoccupanti e diffuse, appena possono li inviano con le ambulanze nel Kurdistan iracheno. «Crimini di guerra», gridano i curdi siriani. E documentano le loro accuse contro l’esercito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan eisuoi alleati tra le milizie sunnite siriane a suon di foto, video e dichiarazioni delle vittime. «Negli ultimi giorni abbiamo notato che almeno una decina di civili vittime dei bombardamenti turchi, specie nella cittadina di Ras Al Ayn, riportano ferite da ustioni molto vaste, diverse da quelle delle guerre convenzionali. Forse bombe al fosforo vietate dalle convenzioni internazionali. Non sappiamo curarle, sono come minimo di terzo grado», ci spiegava ieri pomeriggio il 30enne Achmad Ibrahim, responsabile amministrativo della Mezza Luna rossa curda a Qamishli. Una visita approfondita tra le strutture mediche di questa che è la più popolosa città dell’enclave curda del Rojava aiuta a raccontare paureesperanze all’ombra dell’ultimatum turco: se entro martedì sera le forze militari di Rojava non si saranno ritirate oltre 30 chilometri dalla frontiera, la guerra riprenderà più violenta di prima. «Schiacceremo le testa ai curdi se non rispettano gli accordi mediati dagli americani», minaccia Erdogan. A Qamishli nel frattempo però le piogge copiose delle ultime ore non hanno fermato la riapertura dei negozi e neppure diradato il traffico che intasa le vie del centro. Il mercato coperto è gremito di gente sino a tarda sera. La settimana scorsa questa era una città fantasma, priva di luci. «Eravamo stanchi di restare chiusi nelle nostre abitazioni. Magari è solo una parentesi. Ma per ora godiamoci la vita», esclamano gruppi di giovani uomini nei caffè dai tavolini tutti occupati. Nulla a che vedere con le strade deserte e il terrore che bloccava chiunque in casa. I quartieri cristiani fedelissimi di Bashar Assad rialzano la testa. Eppure i curdi non mollano. Ieri sera le loro pattuglie armate presidiavano i centri commerciali e le vie più affollate. «Nessuno sa cosa capiterà a partire da martedì notte», ammettono i portavoce militari. Intanto la benzina inizia a mancare e i tagli della corrente cessano di essere una rarità. Ben consapevoli di poterfare ben poco contro la potenza militare turca,idirigenti del Rojava si rivolgono alla comunità internazionale. Ibrahim mostra le cartelle mediche dei casi più gravi: Shrevan Bery, tredicenne ustionato all’addome; Ahmad Salat, ventenne ferito ai polmoni; Ahmad Waud, diciannovenne, ustionato al viso e alla parte alta del tronco; Suliman Quamraman, ventenne, con il corpo trafitto da decine di schegge. La lista è lunga. «Non siamo in grado di verificare da soli con le nostre forze se si tratta realmente di fosforo, occorre personale tecnico straniero ben equipaggiato», commenta. Non ci sono però dubbi sul carattere criminoso dei bombardamenti continui sulle aree civili e le strutture mediche. «Sparano su ospedali e ambulanze. Colpiti quelli di Ras Al Ayn, Tall Tamar. Ma ancora più gravi sono i blitz delle brigate sunnite siriane agli ordini di Erdogan. Maltrattano i civili, rubano e violano ogni cosa». Il caso della donna politica 35enne Hevrin Khalaf trucidata sulla strada presso Hasakah il 12 ottobre viene citato di continuo. «L’autopsia ha rivelato un’aggressione violentissima. Non è stata stuprata, ma l’hanno uccisa a colpi di mitra e pietrate», dice ancora Ibrahim. I soldati e i civili feriti incontrati all’ospedale «Farman», in centro città, rincarano la dose, raccontando di pogrom dove i civili eiferiti vengono presi di mira con il fine di fare piazza pulita della loro presenza nelle zone sul confine con la Turchia. Impera la sensazione di essere stati lasciati soli di fronte ad un nemico deciso a scacciareicurdi dalle loro case per spostarvi almeno due milioni di profughi siriani dalla Turchia. Un’operazione di pulizia etnicaatutti gli effetti, con la benedizione americana e russa. «Erdogan ci accusa di non rispettare la tregua. Ma noi siamo pronti a ritirarci dai 125 chilometri di frontiera che separano le cittadine di Ras Al Ayn e Tel Abiad, come sanno anche gli americani. Non però dagli oltre 400 che vorrebbe Erdogan. Ma sono i turchi che non ci lasciano uscire. I combattimenti specie a Ras Al Ayn continuano, non permettono un corridoio umanitario che garantisca il ridispiegamento dei nostri combattenti più a sud», spiega Kino Gabriel, 29enne portavoce delle Forze Siriane Democratiche. In questa prospettiva l’apparente normalità di Qamishli assume caratteri estremamente fragili, caduchi. «Non sappiamo cosa avverrà la settimana prossima — aggiunge —. Tutto è aperto, tutto è possibile».