P ensieri indecenti: 1. La sconfitta di Matteo Salvini è tutt’altro che definitiva. Può essere, addirittura, la premessa di una rivincita e di una più duratura vittoria. 2. La sconfitta di Matteo Salvini si deve solo a Matteo Salvini. I suoi avversari, noi tutti, non ne abbiamo alcun merito. L’ex ministro dell’Interno ha fatto tutto da solo. 3. La sconfitta di Matteo Salvini è più istruttiva di dieci vittorie della sinistra (se pure riusciamo a contarne tante). Per converso, la sconfitta di Salvini è una vittoria della politica. Di quella buona quando riesce a combinare insieme (e accade molto raramente) modalità classiche e strumenti innovativi di azione pubblica e di mobilitazione collettiva. Ancora più raramente ciò succede grazie a una strategia calcolata e programmata da parte di una leadership lungimirante. Più spesso è la “fortuna”, in senso machiavelliano, a decidere le sorti di un leader, o meglio l’incapacità di dominare la “fortuna”, adattando l’azione politica alla mutevolezza delle circostanze: come è accaduto, tempo fa, a una personalità, di ben altra intelligenza politica, quale Bettino Craxi. Ad accostare quest’ultimo a Salvini non è solo qualche tratto del temperamento, ma anche quel gusto dell’azzardo che, in politica, può essere una risorsa fondamentale se vi si fa ricorso con sobrietà. Se diventa stile di governo, fatalmente si ritorce contro chi, quell’azzardo, lo manovra con superficialità. In altre parole, la sfida rappresentata dall’azzardo finisce spesso col dominare chi voglia dominarla. È quanto è accaduto a Salvini nel momento in cui, nel delirio sudaticcio di Milano Marittima, pronunciò la fatale frase: «Andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c’è più una maggioranza». Da qui si può trarre una preziosa lezione. La politica sovraeccitata produce stress. Mostra, così, la sua debolezza, quell’idea di un’azione fatta di strappi, forzature, accelerazioni, tutta giocata su una concezione decisionistica che ignora i rapporti tra i gruppi e le classi, la vita delle comunità e dei corpi intermedi, le dinamiche sociali profonde. Questa politica, anche quando sembra immergersi nel “popolo”, tratta quest’ultimo come un pubblico o, al più, una platea di fedeli: e si riduce, in tal modo, a un aggregato di apparati, amministrazioni, strutture organizzative, che passano sempre e comunque sulla testa dei cittadini. Anche la formidabile arma rappresentata dall’agitazione della paura si rivela, a ben vedere, una risorsa scarsa, a termine, non rinnovabile all’infinito, per una ragione non prevista: non è possibile che, in tempi di pace, si produca artificialmente una condizione di perenne allarme, col rischio di logorare il sistema nervoso della società. È una strategia che può funzionare (ha funzionato, funzionerà ancora) ma è destinata a esaurirsi. La solitudine del capo fa un capo instabile. I segni dell’imminente declino di Salvini si sarebbero potuti cogliere nel momento in cui si manifestò la rottura tra lui e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Per una sinistra coincidenza, l’allontanarsi di quest’ultimo ha coinciso puntualmente con l’avvicinarsi degli uomini dell’affair russo, con ciò che di losco si portano appresso, e la rivelazione del loro ruolo centrale nell’inner circle della Lega. È accaduto così a Salvini, come a molti altri leader, di ritrovarsi solo, smarrito, circondato da cortigiani e sicofanti, quelli del “servo encomio”. Ciò lo ha precipitato in una sorta di spirale solipsistica, tutta rattrappita sulla strenua salvaguardia del proprio simulacro tonitruante. L’inganno della folla. Fin dalle prime ricerche sulla psicologia delle masse, la folla è stata considerata, per un verso, una essenziale risorsa di mobilitazione della politica e, per l’altro, il suo punto di massima vulnerabilità e di possibile crisi. È proprio la folla, infatti, con la sua volubilità e la sua erraticità, che la rendono sempre mutevole e inaffidabile, a rappresentare il tallone d’Achille della base di consenso del leader. Ciò in ragione del fatto che quel consenso è più il prodotto di un umore e di uno stato d’animo che di un orientamento razionale; più un moto di empatia che un’adesione elaborata e motivata. Se consideriamo le successive tappe dell’inesausta “galvanizzazione sentimentale delle masse”, che ha segnato gli ultimi dodici mesi di attività del ministro, vediamo nitidamente come l’azione di Salvini si sia affidata tutta alla gestualità e alla verbosità. In altri termini, l’euforia dell’animatore da spiaggia veniva trasmessa empaticamente alla moltitudine dei bagnanti vogliosi di divertimento. E il corpo del leader-deejay veniva esibito impudicamente, facendone conoscere le abitudini alimentari e quelle sessuali, la nudità delle membra e il sudore, l’adesione al ritmo della musica e ai riti del bere. Poi, la cerimonia del selfie per consentire agli adepti di accedere al corpo del leader, attingervi energia e portare con sé reliquie della sua immagine sacra. Infine, la blasfemia dell’uso mondano della religione con l’ostensione del rosario e il richiamo alla Madonna di Medjugorje e al cuore immacolato della Vergine Maria, espressioni proprie della devozione popolare. Si potrebbe andare avanti a lungo. Ma ciò che conta è evidenziare come questo apparato retorico e iconografico poggi su radici fragilissime, ridotte a costruzioni linguistiche prive di qualunque base materiale e interamente affidate a una emotività elementare. Dunque, effimere e, soprattutto, dipendenti da uno stato di eccitazione che, se non conoscessimo la morigeratezza di Salvini e il suo “impegno contro la droga”, dovremmo definire psicotropa. Uno stato di eccitazione destinato inevitabilmente a esaurirsi. Poi c’è il fattore umano, forse il più importante: quello correlato alla personalità individuale. Qui il ‘mistero salviniano’ resta insondabile, e non è lecito indagare oltre un certo limite. Ma è qui, senza dubbio, che affondano le radici della pulsione che ha portato Matteo Salvini, la sera dell’8 agosto scorso, a decidere di farsi saltare in aria con un salvagente imbottito di esplosivo.