Marco Mensurati

Alle 12 in punto di lunedì — settimo giorno di protesta — i grandi hotel internazionali dell’Alameda chiudono le porte scorrevoli e le puntellano da dentro, come nel far west, spingendoci contro tavoli, armadi e sedie. I pochi ospiti rimasti, quelli che non sono riusciti a lasciare il paese nelle ultime 72 ore, bivaccano sui divani delle hall intimoriti dai rumori che arrivano dalla strada, i più coraggiosi tra di loro di tanto in tanto si affacciano dalle grandi finestre dei piani ammezzati per vedere che cosa sta succedendo giù in strada. E giù in strada sta succedendo il caos. Il Cile è a soqquadro. Le scuole e le università sono chiuse. Gli studenti in corteo. I lavoratori in sciopero. L’aeroporto funziona a singhiozzo e chi riesce ad atterrare non trova mezzi per arrivare in città. Il peso è crollato contro il dollaro. I bancomat sono in tilt. Le strade sono piene dei resti della battaglia del giorno prima, pezzi di vetri, bossoli, muri anneriti dalle fiamme, vetrine distrutte. I supermercati, quelli che non sono stati dati alle fiamme, sono aperti per un paio d’ore al massimo e l’accesso è regolamentato e protetto dai soldati col mitra. Una mamma dopo una coda interminabile riesce a comprare il latte in polvere per la bimba, e ora piange di gioia. L’Alameda è l’arteria cruciale di Santiago, la strada che la divide in due, da oriente a occidente, ma anche la spina dorsale che collega La Moneda a Plaza Italia, e cioè il palazzo presidenziale al luogo da cui tradizionalmente partono le principali marce di protesta. Quelle di questi giorni non fanno eccezione. Di solito è molto trafficata, affollata di gente che esce dalle stazioni della metro e entra nei mille negozi. Adesso è piena di gas lacrimogeno, le stazioni sono chiuse e mezzo distrutte, sorvegliate a vista da soldati con i mitra spianati, ovunque corrono camionette con gli idranti, e dimostranti col fazzoletto tirato fin sopra il naso, e il fiatone. La manifestazione — per quanto vietata dallo stato d’emergenza indetto sabato — era stata convocata come «pacifica e familiare». Ma niente in questi giorni può essere pacifico e familiare. La situazione degenera rapidamente, anche per colpa delle notizie e delle immagini che da ogni angolo del paese continuano ad arrivare via whatsapp sui telefonini degli studenti, la categoria più numerosa, più motivata e più organizzata di quelle che stanno sfidando il governo. Riassunti all’osso, quei video raccontano i soprusi dei temibili carabineros. Torture. Come quella registrata a mezzanotte di domenica nella città di Los Andes, dove due poliziotti, dopo aver pestato un manifestante gli danno dieci secondi per scappare, passati i quali aprono il fuoco. Poi raccolgono i bossoli per non lasciare traccia del loro gioco. Così alimentata, l’adrenalina tracima. E genera altra violenza. Una catena che al momento non sembra lasciare una via d’uscita possibile a questa crisi. Del resto, il passo indietro del presidente Sebastián Piñera sul costo della metropolitana, congelato domenica dopo essere stato annunciato pochi giorni prima, non ha prodotto alcun risultato, a ulteriore conferma che quello era solo l’innesco di una rivolta che rintraccia il suo senso dentro una rabbia più vasta, più radicata. Una rabbia le cui origini risiedono nella diseguaglianza economica e sociale di un paese in cui l’uno per cento della popolazione detiene il 26 per cento della ricchezza, mentre un 50 per cento abbondante si divide il 2,1 per cento. Sui telefonini, circola un’altra immagine, si tratta del grafico di un iceberg. La parte emersa (minima) è la storia dell’aumento del biglietto; l’altra, quella invisibile, spiega le “vere” cause. E l’elenco è lungo: si va dalla pessima condizione della sanità e della scuola pubblica, agli scandali per corruzione che hanno travolto esercito e politica, dalla povertà alla distanza tra le élite e i cittadini. Ed è proprio questa distanza che oggi appare incolmabile. La conferma l’ha fornita, chissà quanto volontariamente, lo stesso Piñera nel pomeriggio di domenica abbandonandosi a una dichiarazione quasi irresponsabile: «Siamo in guerra contro un nemico poderoso che è disposto ad usare la violenza oltre ogni limite». Parole di una durezza inusitata che sono state ridimensionate persino dal comandante in capo della difesa nazionale, il generale Javier Iturriaga, «non sono in guerra con nessuno, sono un uomo felice», ma che hanno parzialmente smascherato la strategia governativa: radicalizzare lo scontro, schiacciando le ragioni dei manifestanti pacifici, studenti e lavoratori, sui torti innegabili dei vandali che hanno distrutto le stazioni della metropolitana e incendiato i supermercati. In fondo, sospettano gli oppositori, questa storia è stata così sin dall’inizio. La protesta era cominciata lunedì in maniera pacifica ed è esplosa in rivolta solo giovedì notte quando il governo ha deciso di schierare l’esercito nelle strade. Insomma, l’impressione è che si sia voluto trasformare in guerra quella che guerra, in principio, non era. E così, a fine giornata, quando la sera e il coprifuoco riportano a forza un po’ di tranquillità nelle città cilene, non resta da fare altro che aggiornare il bilancio di questa guerra. Da otto, i morti sono saliti a 11, uno dei quali colpito dai proiettili della polizia. I feriti sono 2.151 di cui otto in pericolo di vita. Incalcolabili i danni. La catena Walmart Chile ha contato almeno cento punti saccheggiati e distrutti, molti bancomat sono stati devastati e i distributori di benzina dati alle fiamme. Così come centinaia di negozi e uffici. E la cosa peggiore è che tra poche ore si ricomincia.