La lettera con cui, bocciando la riforma dello Sport, il Comitato olimpico internazionale (Cio) il 6 agosto scorso ha minacciato l’esclusione dell’Italia dalle Olimpiadi di Tokyo 2020 e — peggio ancora — la revoca dell’assegnazione di Milano-Cortina 2026, è stata voluta, richiesta e letteralmente dettata dal Coni. Nella persona del suo presidente Giovanni Malagò. Il quale dunque, mentre con la mano sinistra “avvertiva” il Senato (audizione del 29 luglio) del «serissimo problema con il Cio» causato dalla riforma, e del «relativo rischio di pesanti sanzioni»; con la mano destra quello stesso problema e quelle stesse sanzioni invocava, per iscritto. A documentare il ruolo quantomeno irrituale giocato da Malagò in questa partita ci sono due lettere inviate dal Palazzo H a Losanna, il 30 e il 31 luglio scorso. Entrambe sono a sua firma. La prima è la più formale ed è indirizzata direttamente al presidente del Cio Thomas Bach. «Dear president, dear Thomas — si legge nel documento — vorrei informarla che il governo italiano approverà nei prossimi giorni un decreto legge non in linea con la Carta olimpica…» Malagò spiega, poi, in che modo, secondo il Coni, Sport e Salute — la società creata dal precedente governo nella quale è confluita la cassa dello sport italiano — interferisca con l’attività del Coni e con la sua autonomia. «Prima di tutto — si legge — il decreto legge definisce il ruolo del Coni come limitato alla gestione delle attività olimpiche (…) e questa definizione è contraria all’articolo 27 della carta olimpica che parla invece di sviluppo e promozione sia dello sport di alto livello sia dello sport per tutti». In secondo luogo, sempre secondo Malagò, la riforma contrasta anche con il paragrafo 5 dei principi fondamentali della carta olimpica, secondo cui «le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico devono essere politicamente neutrali». Fin qui, per quanto netto, il comportamento del presidente del Coni, che è anche membro Cio, è formalmente inappuntabile. Da regolamento è tenuto a segnalare eventuali violazioni alla carta olimpica. (Unica sbavatura, la riforma in questione è una legge delega, dunque ancora ampiamente modificabile, e non un decreto legge). L’eccesso di zelo, l’elemento che oggi consente di leggere tutta questa vicenda come un’operazione mediatico-burocratica orchestrata in aperto contrasto con la riforma Giorgetti-Valente, è invece contenuto in una seconda lettera (di carattere riservato), indirizzata sempre a Losanna ma stavolta all’attenzione di James Macleod, il responsabile del Cio per le relazioni con i Comitati nazionali. Vale a dire l’uomo indicato da Bach per affrontare il caso. «Dear James, oltre a quanto scritto al presidente ieri, vorrei sottolineare alcuni altri aspetti…», è l’incipit. Tra questi aspetti, Malagò sottolinea un punto preciso dell’articolo 27, il nove. Ovvero quello che «stabilisce che il comitato esecutivo del Cio può assumere le decisioni più appropriate per proteggere il movimento olimpico (…) tra cui la sospensione o il ritiro del riconoscimento del Noc (comitato olimpico nazionale) nel caso in cui una legge o anche ogni altro atto del governo sia di ostacolo all’attività o alla libera espressione del Noc stesso». Sanzione che avrebbe come conseguenza proprio quella catastrofe sportiva paventata da Malagò due giorni prima in Senato. Insomma, invece di cercare una soluzione soft (magari modificando appunto la legge delega) Malagò indica al Cio la soluzione finale, scegliendo di prendere in ostaggio la partecipazione olimpica dell’Italia a Tokyo 2020, nonché l’organizzazione delle Olimpiadi del 2026, pur di ostacolare la riforma Giorgetti-Valente. Riforma che, tra le altre cose, prevede la necessità di rimettere mano al numero dei mandati del presidente del Coni (potenzialmente rendendo Malagò ineleggibile per il prossimo mandato). Nei giorni successivi a quelle due lettere, e comunque ben prima del 6 agosto — giorno in cui il Cio manderà la sua lettera (che riprenderà in pieno l’imbeccata arrivata da Roma) — parte una massiccia campagna stampa proprio sui punti in questione. Campagna alla quale parteciperanno molti degli atleti più vicini ai vertici del Coni, e culminata l’8 agosto con la campionessa del circolo Aniene Federica Pellegrini. La lettera riservata di Malagò a Macleod rischia adesso di avere importanti riflessi. Sia in Italia — entro il 30 settembre deve essere firmato il contratto di servizio tra Coni e Sport e Salute, partita nella quale sarà decisivo il nuovo ministro Vincenzo Spadafora — sia a Losanna, visto che difficilmente Bach sarà contento di passare come uno che si fa dettare le lettere da Malagò. Il quale nega decisamente ogni anomalia in questa vicenda: «Entrambe le lettere — spiega a Repubblica — erano atti dovuti. In qualità di membro Cio, sono tenuto a segnalare ogni possibile violazione della carta olimpica». Ma non aveva già ottemperato ai suoi obblighi con la missiva a Bach? «Bach ha delegato Macleod, e io l’ho informato in maniera tecnicamente più completa. In ogni comunicazione — conclude il presidente del Coni — erano in copia gli altri due membri Cio (Ivo Ferriani e Franco Carraro, ndr). Ho agito con trasparenza e tempestività nell’interesse dello sport. Merito i complimenti, altroché».