Carlo De Benedetti ci ha ripensato: rivuole il controllo di Repub – bl ica e del resto dei giornali e delle radio infilati nella Gedi Spa per “rilanciare il gruppo”. E da chi lo rivuole? Dai suoi tre figli, a cui l’Inge – gnere, oggi quasi 85enne, aveva lasciato anni fa le quote della finanziaria di famiglia, la Cir guidata da Rodolfo, e a giugno 2017 – a un anno dalla fusione con La Stampa (la famiglia Agnelli) e il Secolo XIX (Perro – ne) – anche la carica di presidente del gruppo editoriale, passata a Marco. PROBLEMA: i pargoli e gli altri soci di Cir, a partire dagli spagnoli di Bestinver, hanno rigettato la proposta del patriarca, definita “m an if es ta me nt e irricevibile”e“del tutto inadeguata a riconoscere il reale valore della partecipazione”. Di guerre familiari nel mondo degli affari se ne sono viste mille e più, la particolarità di questa è che, pur essendo vera, s’è aperta con una battaglia finta: l’offerta d’acquisto, infatti, pare congegnata proprio per essere rifiutata, come poi è puntualmente accaduto. Partiamo dai fatti. La mossa d’apertura l’ha fatta lo stesso De Benedetti padre con un comunicato all’Ansa, in cui faceva sapere che venerdì la sua società Romed (quella che fece una bella plusvalenza sulle banche popolari grazie a una soffiata di Renzi) aveva presentato un’offerta cash alla Cir per il 29,9% della Gedi al prezzo di chiusura in Borsa di giovedì, cioè 0,25 euro per azione. E qui sta l’inghippo: l’Ingegne – re proponeva, in sostanza, di comprarsi il controllo del gruppo con 39 milioni prendendo per il collo la Cir. Basti dire che solo un anno fa quelle azioni valevano circa 0,35 euro e all’inizio del 2018 addirittura 0,80 euro: venderle al prezzo di giovedì significava per la Cir scrivere una discreta perdita a bilancio. Questo senza contare che, quando si tenta di prendere il controllo di un gruppo, in genere l’acquisto è fatto riconoscendo agli azionisti un “prem io” sul valore di Borsa: un incentivo a vendere, per così dire. Perché allora – come scrive Cir Spa declinando l’offerta – l’Ignegnere ha fatto una proposta “manifestamente irricevibile”? In attesa che lo spieghino i protagonisti, le congetture si sprecano. Una risposta sta forse nei contrasti sotterranei degli ultimi mesi tra De Benedetti senior e la compagine azionaria del gruppo Gedi. Non si parla tanto o solo di linea editoriale (ma il nostro vorrebbe Repubblicaall’oppo – sizione dei giallorosé), quanto dell’andamento di una società che, pur avendo potenzialità, non se la passa bene: secondo i soci forti (Cir, che ha una quota di controllo del 45%, la famiglia Agnelli e i Perrone), entro un paio d’anni non basteranno più i tagli e bisognerà iniziare a perderci soldi, cosa che nessuno pare intenzionato a fare. Questo il contesto in cui hanno iniziato a susseguirsi le voci di vendita del gruppo e/o di ingresso di un socio forte nell’azionariato: un anno fa si parlò dell’imprenditore ceco Daniel Kretinsky, già azionista di Le Monde (“fantasie”, le liquidò Marco De Benedetti); poco prima dell’estate invece –a quanto risulta al Fatto–era vicino l’ingresso nella società del Qatar Investment Authority, fondo che ha già cospicui interessi in Italia, operazione stoppata proprio dall’In gegnere; nelle ultime settimane, invece, si dava per certo che la quota di controllo sarebbe passato alla Exor di Elkann e della famiglia Agnelli, oggi detentrice del 6% (qualcuno diceva per vendere poi tutto, qualcuno per gestire). La cosa era talmente nell’aria che il direttore di Rep ubblica, Carlo Verdelli, ne aveva accennato in una riunione di redazione. A COSA SERVE, dunque, l’of – ferta “manifestamente irricevibile” di Carlo De Benedetti? L’interpretazione che va per la maggiore nel mondo dell’ex gruppo Espresso è che sia una mossa per far uscire allo scoperto le intenzioni dei tre figli e di John Elkann attorno alla società e, soprattutto, al quotidiano a cui l’Ingegnere ha legato la sua vita: il patriarca punterebbero, in soldoni, a far venir fuori il fantomatico compratore di Gedi e a sottrarre almeno Repubblica a un destino poco chiaro o poco in linea con la sua storia blindandone la proprietà in una Fondazione in via di costituzione. In ogni caso, non una dimostrazione di fiducia nelle capacità imprenditoriali e nella tenuta etica degli eredi, che ovviamente non l’hanno presa bene: “Sono profondamente amareggiato e sconcertato dall’iniziativa non sollecitata né concordata presa da mio padre”, dice per tutti il primogenito Rodolfo.