Sul prato è atterrata anche l’eliambulanza, ma è stato tutto inutile. Antonio, un operaio di 57 anni che lavorava alla ripulitura di un oleodotto nella campagna intorno San Miniato (Pisa), è morto incastrato nel macchinario che tritura il legno. Era venerdì mattina e l’ultima vittima del lavoro è distante più di un giorno solo perché ieri, sabato, la stragrande maggioranza delle fabbriche e dei cantieri era chiusa. Resta il fatto che dall’inizio dell’anno muoiono una media di tre lavoratori al giorno, sul posto e durante i trasferimenti da o verso casa. Per l’esattezza, tra gennaio e agosto le denunce all’Inail di incidenti sono state 416mila (353.316 sul posto di lavoro, 63.578 “in itinere”), di cui 685 «con esito mortale» (493 e 192) come recita freddamente il database dell’istituto per l’assicurazione contro gli infortuni. E secondo conteggi non ancora ufficiali, ad oggi i caduti sul lavoro hanno superato quota 700. Un apparente miglioramento rispetto all’anno precedente, ma a sfasare qualsiasi confronto il terribile agosto 2018, con parte dei 32 morti del Ponte Morandi e con le vittime degli incidenti stradali dei lavoratori immigrati in Puglia. E non è il caso di “pesare” statisticamente la morte, perché ogni vita strappata è una tragedia incommensurabile. In termini assoluti ci si infortuna (e si muore) di più nelle fabbriche (328.546) che in agricoltura (21.627) o per conto dello Stato (66.721); più al Nord (255.128) che al Sud e nelle isole (81.212) o al Centro (80.544); più in là con l’età, visto che il “record” spetta alla fascia 50-54 anni (52.586); a fronte di 346.961 vittime di infortuni (sempre decessi compresi) di lavoratori italiani, gli stranieri sono 69.932. «Una vera strage», dice il leader della Cgil Maurizio Landini ricordando i 17mila decessi degli ultimi dieci anni. «Non può accadere nel terzo millennio», protestano i segretari Cisl, Annamaria Furlan e Uil, Carmelo Barbagallo. Oggi l’Anmil, l’Associazione dei mutilati e invalidi del lavoro, celebra a Palermo la sua sessantanovesima giornata nazionale («Non possiamo più accettare di essere i tristi notai di questa strage», dice il presidente dell’Anmil, Zoello Forni). Ma fino ad adesso, insieme ai governi si sono succedute solo le parole e le promesse disattese, con norme e sanzioni impercettibili; investimenti microscopici nella formazione e nella prevenzione; con gli organici ispettivi assolutamente inadeguati; con il fallimento dell’integrazione tra Inail, Asl e Ispettorato del Lavoro (non esiste, per dire, un’unica banca dati e, mentre alcune aziende vengono controllate più volte nello stesso mese dagli ispettori delle diverse istituzioni, altrettante non hanno mai ricevuto una visita). «Va riconosciuto che i nuovi ministri del Lavoro e della Salute hanno convocato immediatamente un tavolo e avviato una trattativa con le parti sociali sulla sicurezza del lavoro», dice ancora Landini. Troppi anni di disillusioni insegnano però a non coltivare grandi speranze, come sembra confermare anche l’assenza del tema tra i disegni di legge collegati alla Legge di Bilancio. Le linee base del piano governativo sulla carta sarebbero tracciate: una sorta di patente a punti che incentivi le imprese virtuose e penalizzi le altre; il rafforzamento e l’integrazione degli organici ispettivi; gli investimenti nella formazione. Ieri a Seravezza, vicino Lucca, è stato inaugurato un monumento ai Caduti sul lavoro. Si eviti di farlo diventare l’ennesimo, inascoltato grido di marmo.