Non c’è polemica che tenga: per l’Italia la plastic tax rappresenta una grande occasione, parola di ambientalisti. «Dopo aver fatto scuola con il bando ai sacchetti di plastica nel 2011, ai sacchetti ultraleggeri per l’ortofrutta nel 2018, ai cotton-fioc nel 2019 e alla microplastica contenuta nei cosmetici, che scatterà nel 2020, norme copiate a livello internazionale, possiamo per l’ennesima volta diventare un esempio globale». Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, definisce «sacrosanta» la tassa di fronte a quella che è «la seconda emergenza globale dopo i cambiamenti climatici», ma a patto che siano introdotte due modifiche. «Uno: va garantita l’esenzione per i prodotti in plastica riciclata. Due: la tassa va fatta pagare non solo agli imballaggi, 2 milioni di tonnellate, ma alla totalità dei manufatti in plastica, ulteriori 4 milioni di tonnellate». Per i posti di lavoro, assicura, nessun allarme: «Il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha messo sul piatto il disco rotto del suo predecessore Errani, che quando nel 2006 venne approvato il bando dei sacchetti lanciò l’allarme occupazione: nessuna azienda ha chiuso perché sono state riconvertite le produzioni alle plastiche compostabili, operazione per cui questa volta saranno anche riconosciuti incentivi economici. Non è avvenuto allora, non credo avverrà adesso». L’obiettivo è scoraggiare l’uso della plastica, di cui l’Italia è il secondo produttore europeo dopo la Germania, con otto milioni di tonnellate, oltre a essere il secondo più grande produttore di rifiuti del Mediterraneo, con 4 milioni di tonnellate, l’80% dei quali da imballaggi. Di questi, ricostruisce il Wwf nel rapporto “Fermiamo l’inquinamento da plastica”, solo un milione viene avviato al riciclo, mentre 2,5 milioni di tonnellate finiscono in discariche o inceneritori e il resto non viene neppure raccolto. «Tassare la plastica è giusto – sottolinea in un post Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia – ma il provvedimento sarà realmente incisivo? Il rischio è che ci si limiti al solo prelievo fiscale». Perché, afferma, «considerate le cifre in ballo» il provvedimento «non sembra essere in grado di disincentivare i consumi». Nel caso di una bottiglia d’acqua, per esempio, la tassa potrebbe incidere di 1-3 centesimi sul prezzo finale, «una cifa troppo bassa per essere un vero deterrente all’acquisto». Oggi gli italiani producono un chilo di rifiuti plastici a testa ogni cinque giorni. Nel 2018, secondo i dati del Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica) dei 2,3 milioni di tonnellate di imballaggi immessi sul mercato dei consumi, solo il 44,5% è stato avviato al riciclo. Perché? Gli impianti di trattamento scarseggiano, i materiali non sono riciclabili, i cittadini commettono troppi errori nella raccolta differenziata. Ma per l’ambiente il rischio è mortale. Il Mediterraneo, avverte il Wwf, è diventato una enorme discarica: ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono in mare, pari a 33.800 bottigliette al minuto, un inquinamento che potrebbe quadruplicarsi entro il 2050, con perdite per decine e decine di milioni di euro per la cosiddetta “blue economy”: acquacoltura, turismo costiero, nautica e crocieristica.

Maria Rosa Tomasello sulla Stampa a pagina 4.