Come se non bastasse, ai social network abbiamo giocoforza delegato pure parte del nostro rapporto con la morte. «Facebook è già il cimitero più grande del mondo: sono circa 50 milioni i profili di persone morte e più di 30mila i decessi quotidiani di chi è iscritto al social» sgombra il tavolo dai dubbi con i numeri Davide Sisto, tanatologo — studioso della morte — che ha scritto La morte si fa social (Bollati Boringhieri, 2018) e l’anno prossimo rilancerà con la stessa casa editrice con un testo sugli effetti dell’accumulo dei ricordi online sulla nostra relazione con il passato.

Entro la fine del secolo, secondo uno studio dell’Università britannica di Oxford, i profili di persone decedute potrebbero addirittura diventare più numerosi di quelli dei vivi. Il colosso californiano ne è ben consapevole, motivo per cui la scorsa primavera ha messo in campo la sua intelligenza artificiale per cercare di evitare a chi è vivo e non se l’è ancora sentita di convertire l’account della persona morta a lui o lei vicina in «commemorativo» (una versione di fatto silenziata) di essere bombardato da notifiche su compleanni che non ci saranno più o da consigli su eventi che potrebbero interessare a chi non potrà parteciparvi.

E noi? Come stiamo reagendo a questa sorta di immortalità digitale? «Dal punto di vista psicologico ed emotivo è rischioso, anche perché possono verificarsi situazioni al limite. C’è stato il caso della madre di un ragazzo che dopo la morte del figlio era risalita alla sua password, aveva preso possesso del profilo e aveva iniziato a pubblicare in prima persona. A lei faceva bene, probabilmente, ma per gli altri che avevano patito il lutto non era facile da gestire (poi il social è intervenuto, ndr)» spiega Sisto che parlerà di questi temi al Festival filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo.

E fa un altro esempio: «I genitori di una ragazza britannica, Hollie Gazzard, anni fa non si sono dati pace finché Facebook non ha rimosso le foto in cui era taggata con il suo assassino». Chiaro e comprensibile: bello o brutto che sia, il ricordo costante, imposto da altri o da un algoritmo, può fare molto male.

Anche perché, prosegue, «gli oggetti materiali presenti nelle case, come fotografie o vestiti, possono essere spostati e tolti dal campo visivo. L’abitazione digitale rende impossibile farlo. E l’intersezione continua fra passato e presente, oltre a rendere difficile l’elaborazione del lutto, come confermano spesso i genitori di figli morti in giovane età, non ci aiuta nella costruzione del nostro futuro».

La madre di un ragazzo deceduto aveva recuperato la password del figlio e aveva preso a scrivere al suo posto. A lei faceva bene ma per molti altri che avevano patito il lutto non era facile

Il filosofo e scrittore guarda anche al bicchiere mezzo pieno: «Sul piano pedagogico queste situazioni permettono di parlare delle morte. L’aspetto positivo di una situazione inedita è senza dubbio questo: offline, soprattutto in Italia — mentre nel Nord Europa la situazione è un po’ diversa — c’è una totale negazione dell’idea della mortalità. Quando se ne parla in pubblico si assiste a reazioni forti e dolorose».

La costante presenza in Rete di chi non c’è più, invece, «ci ricorda quali siano le regole della vita, che non ci permettono di scegliere, e ci permette di ripensare al nostro modo di stare al mondo e di provare a gestire meglio il tempo che abbiamo a disposizione». C’è un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi: in seguito ai fatti di cronaca nera, sia i profili della vittima sia quelli dei loro familiari diventano meta di amici e conoscenti ma anche di curiosi. «Può esserci un risvolto positivo. Di solito chi patisce un lutto dopo i primi momenti si trova isolato, perché gli altri non sanno bene cosa dire o fare. Continuare a scrivere sul proprio profilo social sapendo di avere dei lettori, anche non appartenenti alla cerchia ristretta, può essere di conforto», fa notare Sisto, sottolineando come il rischio sia invece «la spettacolarizzazione della sofferenza».

Se, come detto, l’intelligenza artificiale è stata già schierata dalle grandi piattaforme per arginare i problemi, c’è chi ha provato a sfruttare il progresso tecnologico per tentare di dialogare con i morti: «Come l’informatica russa Eugenia Kuyda nel 2016: ha sviluppato un programma che elaborava quanto scritto da un amico su WhatsApp, Messenger o nelle mail quando era ancora vivo per ipotizzare come avrebbe risposto in una chat dall’aldilà».

Dice, giustamente, Sisto che «può rivelarsi pericoloso, se fa pensare di poter trattenere chi non c’è più, e che, seppur interessante a livello scientifico, è un dialogo farlocco, perché ovviamente è solo un artificio». Immortali sì, ma fino a un certo punto.