«Serve una gestione sostenibile ma comune del fenomeno migratorio, non la rimozione, il tirarsene fuori… Un fenomeno che va affrontato per governarlo, o travolgerà qualsiasi equilibrio nel nostro continente». Sergio Mattarella disegna scenari cupi (drammatizzati dalla profezia per cui «l’alternativa alla solidarietà rischia di essere il terrorismo e l’odio») lanciando l’allarme sul tema più delicato oggi nella Ue. Gli altri 12 capi di Stato riuniti ad Atene si dividono, anche sulla scia delle incognite aperte dall’attacco turco alla Siria e dalla minaccia di Erdogan di far entrare grandi masse di migranti da noi. Fatale che la discussione si animi tra chi evoca «difese d’identità» e timori di «un’invasione», come l’ungherese Ader, affiancato da Polonia e Lettonia, e chi si mette in scia con l’Italia, come il tedesco Steinmeier, spalleggiato dai colleghi portoghese, maltese, irlandese e greco, il quale ultimo recrimina duro: «Voi non sapete che cosa significhi avere il mare come frontiera». «Un franco scambio di idee», e soprattutto di distanze, quello del meeting informale di Arraiolos, aperto e chiuso ieri. Che ha visto il nostro presidente nella veste di voce critica. Con quel suo sprone alla «solidarietà come ragione sociale dell’Europa» e con l’invito a fermare insieme «l’ignobile traffico di esseri umani che, per le coscienze, è un costante rimprovero». E, infine, con il suo richiamo a un maggior protagonismo europeo sulla crisi siriana perché in questo caso «i protagonisti sono altri, ma le conseguenze più gravi cadono innanzitutto sui siriani e sull’Europa», che per l’ennesima volta si dimostra «marginale». Ecco perché, esorta Mattarella, solo una Unione Europea rafforzata «anche nella politica estera, di sicurezza e difesa» può affrontare sfide di questa portata. Serve, in definitiva, una maggior integrazione che sia «complementare alla Nato, senza gelosie, resistenze e sguardi al passato». Naturalmente c’erano pure altri dossier, in agenda ad Atene. Dalle sfide economiche e sociali, che impongono di consolidare il «cantiere aperto» dell’Ue, all’urgenza per l’Unione di «riesaminare con occhio critico il proprio lavoro» con capacità di autoriformarsi. E di farlo senza «arretrare verso ristretti interessi contrastanti, contrari a un futuro condiviso», come è scritto nella dichiarazione firmata al momento di congedarsi da tutti e 13 i presidenti.