Non c’erano anticipi e posticipi, non esistevano le sostituzioni e neppure i numeri sulle maglie, che sarebbero arrivati solo dieci anni più tardi. Il primo giorno della Serie A non fu annunciato da squilli di tromba. Neanche una notizia sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport, che pure titolava sul match di pugilato tra Bosisio e Parboni e sul Giro di Lombardia. Eppure quella domenica del 6 ottobre 1929, mentre il regime celebrava il successo dei Patti lateranensi, era destinata a entrare nella storia. Lo capì il Guerin Sportivo, che all’evento dedicò l’intera copertina con i testi e i disegni di Carlin Bergoglio. Grazie alle 9 partite giocate in contemporanea alle ore 15, nasceva quel giorno di 90 anni fa il campionato a girone unico, ovvero la Serie A, appuntamento destinato a fare breccia nei riti festivi e nella passione di milioni di italiani. Arrivarci non era stato un processo semplice. Nel 1921, in mezzo al sangue sparso nel Paese, era toccato a Vittorio Pozzo, non ancora Commissario unico, progettare per primo una riforma di stampo europeo. La proposta, poi bocciata dal consiglio federale il 14 luglio per l’opposizione di alcuni presidenti, prevedeva due gironi da 12 squadre. La svolta era avvenuta nel 1926, con la nomina del gerarca Lando Ferretti a capo del Coni. In estate era stata scritta la Carta di Viareggio, con la separazione tra dilettanti e “non dilettanti”, in autunno era stato messo alla presidenza federale Leandro Arpinati, l’uomo destinato a cambiare l’ingegneria del pallone. Già podestà di Bologna, amico d’infanzia di Mussolini e prossimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Arpinati delineò il primo campionato nazionale. Era diviso su due gironi come in precedenza, ma non più con una separazione geografica fra Nord e Sud. Per l’ultimo passo, quello del sospirato torneo unico, nell’estate del 1929 si selezionarono le prime 8 classificate dei gironi, destinando le altre alla Serie B. Due campionati uniti nel “Direttorio divisioni superiori”, così pomposamente chiamato. L’Italia era però Italia pure allora. Lazio e Napoli erano finite appaiate, all’ottavo posto, e il presidente partenopeo, Giorgio Ascarelli, si rivolse ad Arpinati per scongiurare lo spareggio. Fu accontentato: Serie A allargata a 18 squadre, con l’ultimo posto riservato alla Triestina in chiave nazionalista. La stessa motivazione patriottica che comporterà, nel 1947-48, l’allargamento della Serie A a 21 squadre per ripescare gli alabardati. Il 6 ottobre finalmente si partì, senza televisioni, le quali non esistevano, e senza radio. Soltanto la stazione genovese dell’Eiar, alle otto di sera, diede un brevissimo conto della giornata di pallone. Nonostante la pioggia caduta su tutto lo Stivale, decine di migliaia di persone avevano occupato nel pomeriggio gli spalti della nuova Serie A. Il calcio aveva ormai conquistato la nazione. Molti erano presenti allo stadio della Rondinella, dove giocava la Lazio, mentre la Roma – impegnata in trasferta ad Alessandria – aspettava a giorni l’apertura dello stadio Testaccio. Davanti agli occhi dello stesso Arpinati e di Achille Starace, i laziali batterono 3-0 il Bologna campione d’Italia in carica, spossato dalla tournée sudamericana fatta con il Torino. Le due squadre erano sbarcate al porto di Genova solamente il 27 settembre, dopo mesi consumati fra Brasile, Uruguay e Argentina, piroscafi e bandiere. Le difficoltà fisiche denunciate dalle due dominatrici del recente passato furono la premessa per lo scudetto dell’Inter, che da un anno si chiamava solo Ambrosiana, allenata dall’ebreo ungherese, Arpad Weisz, il quale sarà ucciso nel ’44 ad Auschwitz. Giocava all’Arena Civica, non a San Siro, casa esclusiva del Milan. La stella dell’Inter era Giuseppe Meazza, il Balilla, che proprio alla prima giornata andò a segno sul campo del Livorno. L’Inter portò a casa i due punti (non tre) grazie al successo per 2-1. Alla fine del campionato, risulteranno 31 i gol del capocannoniere Meazza, appena 19 anni, ma ormai idolo sportivo delle folle con Binda e Nuvolari. In quella prima giornata di Serie A, fece il debutto anche il suo compagno d’attacco in Nazionale, Raimundo Orsi, detto Mumo. Era stato ingaggiato dalla Juve l’anno precedente, ma l’Independiente si era rivolta alla Fifa per denunciare il saccheggio. Era scattata così la quarantena e il virtuoso Orsi – gran ballerino, violinista eccelso e assoluto protagonista mondano – aveva dovuto attendere il 6 ottobre 1929 per scendere in campo, nel giorno in cui i bianconeri batterono in casa il Napoli 3-2. Sembra cronaca di oggi, di un altro argentino talentuoso come Dybala, invece è una leggenda di 90 anni fa. Poche settimane più tardi, a fine ottobre, il mondo avrebbe vissuto il crac della Borsa di New York, con conseguenze spaventose sulla vita sociale di miliardi di uomini e sulla politica del globo. Gli italiani quella domenica erano però ignari del futuro, concentrati unicamente sul presente. Si curarono solo dell’amato calcio, così come lo chiamavano tutti. Scriverà nei suoi saggi Gianni Brera: «La formula del girone unico porta finalmente l’organizzazione del campionato all’altezza delle altre federazioni più celebri». Il passo era compiuto. Il primo dicembre Vittorio Pozzo verrà insediato alla guida della Nazionale, con cui conquisterà i due Mondiali grazie proprio a Meazza. L’Italia era davanti agli anni più importanti e felici. Il seme era stato gettato. La Serie A era nata.