Michele Serra

I cinesi bloccati con valigie di banconote (ieri l’ultimo episodio a Fiumicino) hanno molto di italiano. Si dubita che analoghi ritrovamenti, e altrettanto frequenti, possano avere luogo a Copenhagen, Tallin o Francoforte. La circolazione di contante nel nostro Paese è vorticosa e indomita, e favorisce ogni sorta di traffico clandestino, frode fiscale, compravendita illecita. È una finanza parallela, e losca, che di per sé arretra l’Italia di qualche gradino non solo nella scala della trasparenza, anche in quella della contemporaneità e persino in quella dell’igiene: se c’è una cosa che nella sua veste elettronica è più pulita è il denaro. I rotoli di banconote e le buste gonfie di mazzette hanno qualcosa di unto e di promiscuo, più che sterco del demonio il denaro contante è la stremata impronta dei nostri traffici umani, si porta addosso le ditate, gli odori di tasca, gli stropicciamenti e le abrasioni. Fa tenerezza, come i gettoni telefonici: che però nessuno pensa di reintrodurre in una fessura degli smartphone, pur di produrre emozioni vintage. Sbalordisce, dunque, che ci siano ancora parti politiche (la Lega in prima linea) che si battono per preservare i pagamenti in contanti. Intanto perché difendere il contante significa, tout court, prendere le parti degli evasori fiscali. Sputtanando, dunque, i propri elettori. E poi perché niente inchioda l’Italia e gli italiani alla loro arrancante fatica di crescere e di civilizzarsi quanto la renitenza al pagamento elettronico. Neppure la più sgangherata legge familista o isolazionista è altrettanto reazionaria quanto difendere i rotoli di banconote.