Per una città europea nota e amata, bella e benestante, con alta qualità della vita, il fatto che un suo luogo pubblico sia deputato, da almeno vent’anni, a ospitare adunate naziste, non è un problema. Solo così si spiega la serafica assuefazione che le istituzioni veronesi (compreso allenatore e presidente del Verona Hellas) mostrano in merito all’oramai stabile insediamento nazista nella curva dello stadio Bentegodi di Verona. Si sa che l’estrema destra, a Verona come in parecchi altri posti, è componente del governo cittadino. Rimarrebbe, almeno sulla carta, la necessità della destra “moderata” di salvare la forma (che in provincia, una volta, era tutto o quasi), prendendo le distanze dagli energumeni razzisti che governano un pezzo molto visibile della città: la curva del suo stadio. Ma no. Non è un’esigenza della Verona per bene, distinguersi dalla curva che ulula contro i neri e festeggia Hitler come il migliore dei bomber. Verona si attaccherà, anche per i prossimi vent’anni, a tutti i possibili distinguo, molto comodi per negare l’evidenza: non tutti sono nazisti, in quella curva; non tutte le domeniche fischiano i calciatori neri, a volte si prendono un turno di riposo; sono “solo ragazzi”, anche se i capi hanno superato la quarantina; il calcio è calcio e non c’entra con la politica. Lo diranno. Tutto pur di non ammettere: abbiamo un problema di nazismo, a Verona, e ce l’abbiamo da molto tempo (qualche barbone bruciato, qualche rogo di “impuri”). Come sempre, non sono i pochi energumeni violenti a fare paura. È la maggioranza di borghesucci che fa finta di non vedere e di non sapere. E vanno pure in chiesa