Strepitoso (secondo me) il Nobel per la Pace al leader etiope Abiy Ahmed Ali, l’uomo che pianta alberi e organizza tavoli di pace: volendo, una specie di via di mezzo tra Gandhi e Greta, l’ideale per sollevare la riprovazione anti-buonista dei cinici, quelli che vedono sempre e solo i secondi fini pur di non vedere i primi. Solo l’assegnazione a Greta (Gandhi, mai insignito del Nobel per la Pace, è irrimediabilmente morto) avrebbe prodotto in costoro maggiore irritazione, confermando tutti i pregiudizi sull’Accademia svedese come un covo di parrucconi politically correct votati alle cause svenevoli, come la convivenza tra uomini e uomini, e tra uomini e alberi. A confondere le carte, ecco il Nobel per la Letteratura a Peter Handke, che riapre certe aspre piaghe ex-jugoslave perché l’autore passò per filo-serbo a causa del suo Viaggio in inverno, a ritroso lungo le radici slave (materne) dello scrittore tedesco. Di fronte alle veementi polemiche, non come autodifesa ma come spiegazione, Handke dice di avere scritto quel libro «da scrittore, non da politico o da giornalista». L’accenno, poco comprensibile ai più, è alla estrema solitudine e al costante rischio della scrittura vera, quella profonda, slegata da intenzioni esterne alla scrittura stessa. Anche in questo caso, i secondi fini andrebbero tenuti alla larga. Lessi a suo tempo il Viaggio di Handke, lo trovai bello, triste e perdente, difesi appassionatamente il suo autore su Cuore (ero il direttore e dunque non potevo censurarmi) sostenendo, appunto, che era il libro di uno scrittore, non di un polemista. Lo rileggerò, anche a questo serve il Nobel.