Paolo Valentino

La lunga estate calda trascorsa tra centinaia di manifestazioni, incontri e apparizioni televisive, ha lasciato qualche piccola ruga perfino nel volto di porcellana di Sebastian Kurz. Ma ne è valsa la pena. Perché al termine della più sporca e noiosa campagna elettorale a memoria d’uomo in Austria, una cosa sola è certa nel voto politico di domani. Come nel 2017, il vincitoreeprossimo cancelliere sarà ancora lui, il giovane leader cristiano-democratico, che ha riportato sugli scudi la Övp, trasfigurandola e cambiandole perfino il colore da neroaturchese. Tutti i sondaggi danno al partito di Kurz tra il 32% e il 35%, in vantaggio di oltre 10 punti nei confronti degli inseguitori più vicini, i socialdemocratici della Spö e l’estrema destra della Fpö. Per la prima volta nella recente storia austriaca non c’è alcun duello per il palazzo di Ballhausplatz, la sede della cancelleria. Ma i problemi di Kurz cominceranno proprio domani sera, con una sorta di disagio dell’abbondanza che lo porrà di fronteaben tre possibili coalizioni di governo. Opposte fra di loro e tutte dense di rischi. «Più opzioni avrò, meglio sarà», è stato il suo mantra in una campagna, nella quale l’ex e futuro cancelliere si è mosso da dominatore assoluto. Non era scontato, dopo la fine ingloriosa del suo primo governo, la coalizione tra Övp e Fpö infrantasi sulle coste di Ibiza, dopo lo scandalo che ha travolto l’ex vice-cancelliere Heinz-Christian Strache, tanto sovranista quanto corrotto e anche babbeo. Accadde di maggio. Un video girato segretamente in una villa delle Baleari e pubblicato dai media tedeschi, mostrò Strache in canotta intento a promettere commesse pubbliche in cambio di tangenti e favori politici alla sedicente (e avvenente) figlia di un oligarca russo, che non c’entrava nulla. Kurz pensò di liquidare la cosa cacciando la Fpö dal governo, ma fece male i calcoli, perse il voto di fiducia (mai successo in Austria) e il presidente Van der Bellen sciolse il Nationalrat, convocando nuove elezioni. Storia di ieri. Sono bastati pochi mesi a Sebastian Kurz per tornare ad essere il prediletto della nazione, il vendicatore angelico che promette frontiere sicure, linea dura sui migranti, riduzione delle tasse, ma soprattutto incarna dinamismo e cambiamento agli occhi di un Paese ricco e sazio, ma insofferente ai riti troppo consensuali della vecchia politica. Neppure alcuni mini-scandali sui finanziamenti al suo partito e su alcuni hard-disk distrutti in cancelleria sono riusciti a scalfirlo. «Kurz parlerà con tutti», assicurano i suoi fedelissimi. Ma la formazione del prossimo governo sarà un test difficile e per lui cruciale, se vuole rimanere agente del cambiamento. L’ipotesi più affascinante è la cosiddetta coalizione «dirndl», dal policromo costume tradizionale austriaco, tra cristiano-democratici, Verdi che vengono dati intorno al 13% e neoliberali di Neos, accreditati dell’8%. Sarebbe la vera sorpresa e farebbe di Kurz il pioniere di nuovi equilibri politici in Europa. Ma per venire incontro ai Verdi egli dovrebbe ammorbidire le sue posizioni su migranti, tasse e welfare. La seconda ipotesi sarebbe probabilmente la più stabile ma sa di stantio: l’ennesima Grosse Koalition tra Övp e Spö, guidata dal volto nuovo di Pamela Rendi-Wagner e data al 22%. Smentirebbe però la narrazione di Kurz, minandone la mistica popperiana del distruttore creativo. Resta una riedizione dell’alleanza con l’estrema destra. Ma la Fpö, orfana di Strache e ora guidata da Norbert Hofer, è un partito abbonato agli scandali e in eterno flirt con ambienti e suggestioni neonaziste. Nulla a che vedere con l’europeismo democratico di Kurz e la stabilità di cui ha bisogno. Commenta il politologo Thomas Hofer: «Kurz dovrà scegliere tra la peste, il colera e il virus Ebola».