a letteratura italiana non possiede diari. La letteratura inglese è, invece, un diario ininterrotto: che si ripete e si rinnova continuamente. Il terzo volume del Diario di Virginia Woolf (Hogarth Press), diarista grandissima, comprende gli anni 1923-1927. Il 16 gennaio 1923 Virginia Woolf iniziò. «È una settimana che Katherine (Mansfield) è morta, e mi domando fino a che punto io obbedisco al suo: “Non dimenticate completamente Katherine”». «Katherine — dice la Woolf — indossava una corona bianca e ci lasciava, chiamata altrove, improvvisamente maestosa, ed eletta. Non aveva che trentatré anni. Aveva l’aria malatissima, senza più forze, e si spostava languidamente, trascinandosi attraverso la stanza, come un animale che soffre. A volte, diceva: “Ti abbraccio”, e mi guardava con occhi che sembravano protestare una eterna fedeltà. Prometteva di non dimenticarmi: mai, mai, mai. Io ero gelosa del suo lavoro artistico: il solo lavoro di cui io sia stata gelosa: gelosa di quei racconti brevi e densissimi, di quei paesaggi, di quegli aloni indefinibili. Speravo — invano — che ci saremmo ritrovate l’estate seguente senza Murray, per un nuovo incontro». Ma non ci fu nessun incontro, né in cielo né in terra. Il pensiero di Katherine Mansfield non abbandona Virginia: anzi continua ad ossessionarla, ad angosciarla, come se fosse una parte di se stessa che qualcuno, chissà perché, ha abolito. Virginia continua ad essere gelosa: ma pensa — in modo spesso odioso — che lei, Virginia, aveva più talento di Katherine. Poi pensa a se stessa. Sta invecchiando rapidamente: non desidera figli; e non è gelosa della sorella Vanessa, e della figlia di Vanessa, Angelica, così matura, così padrona di sé, vestita di grigio e di argento: un perfetto condensato di femminilità, che le racconta volubilmente della “foca bianca”. Spesso Virginia è malata, e sta a letto per settimane, assistita da Leonard, il marito: lei così gracile, così fragile, sempre sul punto di dissolversi nell’aria, come una farfalla o una falena. Ma questa malata è piena di allegria, di gioia, di uno scatenato spirito di conversazione. Vede gente. Chiacchiera, chiacchiera, inventa storie graziosissime. Ama la vita mondana, e sente di ereditare la vitalità e la grazia della madre, che l’aveva abbandonata così presto, a tredici anni. Ma questa madre non sarebbe mai morta: Virginia l’avrebbe fatta risorgere nei suoi libri più belli, come se la morte non l’avesse mai toccata. Come chiacchiera, come chiacchiera, con quasi tutti gli amici e i conoscenti, simile — dice — a un pappagallo o a una cacatoa, al punto che leggendo il bellissimo e lunghissimo diario ci sembra di ascoltare le vibrazioni della sua voce. Virginia non resta volentieri a Richmond; e al più presto abbandona la provincia, e si trasferisce a Londra, cambiando casa, fino a giungere a 52 Tavistock Square. «Mi sento ringiovanita di dieci anni. A vivere nove anni nello stesso luogo, come ho fatto qui, ci si infanga nella vita. Solo l’idea di un cambiamento — di un violento cambiamento — dà un po’ d’aria. La giovinezza consiste nell’andare avanti». «Intanto mi sono comprata una penna stilografica nuova»: e poi, insieme al marito, ha fondato una nuova casa editrice, la gloriosa Hogarth Press, che avrebbe stampato capolavori e capolavori, fino alla sua morte nel 1941, e alla morte del precisissimo e pedantissimo marito. Viveva di immaginazioni, dipendendo totalmente dal movimento dei pensieri che nasceva all’improvviso in lei mentre passeggiava nell’incantevole Londra. «Londra vi strega — ho l’impressione di posare il piede su un tappeto magico, di color fulvo, e di essere subito trasportata in piena bellezza, senza nemmeno muovere un dito. Le notti sono straordinarie, e tutti questi portici bianchi e i larghi viali silenziosi. Uno di questi giorni scriverò di Londra e del suo potere di impadronirsi delle vite private, trascinandole senza il minimo sforzo». Vedeva il Tamigi; e pensava a Dickens, che esercitò su di lei una influenza assai più grande di quanto crediamo. Teneva moltissimo al suo folto diario, di cui conserviamo molti volumi. Notava, osservava, rifletteva, spesso continuamente. Era ambiziosa, esigente, presuntuosa: pensava a se stessa forse più del giusto. Aveva un rapporto strettissimo con la sorella Vanessa, che dipingeva quadri che non sono mai riuscito a vedere; e con l’intelligente cognato Clive Bell e più tardi col figlio di Clive, poi morto in Spagna. Aveva molti amici: anzi, coltivava l’amicizia, come un tempo aveva coltivato Katherine Mansfield. Ecco Morgan Forster: Lytton Strachey («avevo ragione di essere innamorata di lui, dodici o quindici anni fa. La sua natura offre una sinfonia squisita quando tutti i violini si mettono a suonare insieme — che musica profonda e fantastica»!). Amava Thomas Eliot: sebbene avesse un pallore mortale, occhi chiusi, fosse perennemente stupito, e si tenesse a malapena sulle gambe; sembrava un maestro di scuola americano: c’era in lui qualcosa di nascosto, di malevolo, di sospettoso, di complicato, e di perennemente imbarazzato. Virginia scriveva per i giornali, fin da quando era giovanissima, e cercava di guadagnare il più possibile, con una avidità che non le assomiglia. Viaggiava molto volentieri con il marito, in Francia e dappertutto. Amava la vita mondana; e, se ne era soddisfatta, parlava con lo slancio di un uccello. Avere Virginia all’ora del tè, o subito dopo la colazione, era un dono di cui tutti erano fieri: un dono molto più importante, per gli altri, della sua squisita letteratura. Fin da giovane, aveva una eccellente scrittura: scriveva saggi bellissimi, meditati, armoniosi, che percorrevano tutta la letteratura inglese a partire da Chaucer e Shakespeare. Molti critici hanno sostenuto che i suoi saggi erano più fini e complicati di quelli di Thomas Mann — pesanti e noiosi. Ma, naturalmente, ciò che soprattutto le importava era il romanzo — D. H. Lawrence e soprattutto Proust. «La violenza del mio sentimento era tale che sentivo il mio corpo irrigidirsi»: comprese la Recherche come pochi la compresero in quel tempo. Aveva, come Proust, un fortissimo senso del pastiche: la letteratura come farsa e parodia. L’essenziale era il romanzo: il suo romanzo. Pianse la morte di Conrad, avvenuta il 3 agosto 1924, a sessantasette anni; e da Conrad imparò molto, sebbene non coltivasse i grandi mari dell’Oriente e le terre tropicali. A volte progrediva ambiziosamente nel passato — fino a un maestro assoluto, Sterne. Qualche anno prima aveva scritto La camera di Giacobbe, un’opera minore. Ora ebbe un’idea grandiosa: Le onde (che sarebbe stato realizzato anni più tardi); ma nella prima redazione, si chiamava Mrs Dalloway. «Sono io che avanzo accompagnandomi il più possibile ai fatti e scrivo circa cinquanta parole in una mattinata. Dovrò riscrivere tutto uno di questi giorni. Mi sembra — scrisse il 15 ottobre 1923 — che nessuno dei miei libri abbia una struttura così ragguardevole. Non giurerei di essere capace di giungere ai miei fini. Ma sono piena di idee, sento che posso utilizzare tutto quello che non mi è mai venuto allo spirito. Certo, ho bisogno di restrizioni. Il personaggio di Mrs Dalloway resta un punto dubbio. Forse troppo rigido, troppo scintillante, troppo sonoro. Ho scritto oggi la pagina 100. Certo mi sono limitata finora a cercare un mezzo davanzale — o almeno, in quello che ho fatto fino all’ultimo giorno di agosto. Ho avuto bisogno di un anno intero di tentativi per scoprire il mio procedimento che mi permette di raccontare il passato a brani quando mi è necessario. Per ora è la mia scoperta più importante. Confesso che ho forti speranze su questo libro». Siamo al 15 ottobre 1923. Il 20 dicembre 1927 la Woolf sembra concludere. «Questo desiderio insaziabile di scrivere qualsiasi cosa prima di morire, questo sentimento divorato dalla brevità, dalla febbrilità della vita mi costringono ad appendermi come fa un uomo alla sua roccia, la sola che io possegga». Stava scrivendo il terzo capitolo di Orlando. Poi sarebbe venuta la descrizione delle luci del XVIII secolo, brillante di tutti i suoi fuochi; mentre la nebbia del XIX secolo si ammucchiava all’orizzonte. «Vorrei scrivere tutto intero, svelto, per conservare l’unità del tono che, in questo libro, è molto importante. Bisogna che sia metà serio, metà scherzo, con, qui e là, larghi tocchi di esagerazione. A proposito di Orlando, è straordinario come abbia potuto sfuggire alla mia volontà, e imporsi possentemente per stesso, sicuro del suo diritto. Si sarebbe detto che scartava tutto davanti a sé, per venire all’esistenza». «Sì, lo ripeto, un autunno molto felice, singolarmente felice». Virginia aggiungeva — a torto — che il sogno voleva troppo. Per scrivere qui, e per dimenticare la «sua piccola personalità», intensa, assurda, bisognava leggere: vedere persone che non fossero dello stesso mestiere, riflettere con più logica, e lavorare di più, e coltivare l’anonimato. La Woolf ha un tratto eroico e fantastico. Ciò che conta, per lei, è sopratutto il lavoro ostinatissimo.