Negli ultimi anni ci sono stati Nobel per la Pace alle intenzioni, magari poi non del tutto mantenute: per esempio quello a Barack Obama. O premi per attinenza, per prossimità, attribuiti a personalità che si battono in favore dei diritti umani, o adottano metodi non violenti nelle loro battaglie per migliorare le sorti dell’umanità, o ancora operano cercando in generale di risolvere i conflitti. Ma quello assegnato ieri a Abiy Ahmed, primo ministro d’Etiopia, premia la pace in un senso che più preciso non si può. Appena tre mesi dopo aver assunto la carica di capo di governo, l’anno scorso, Abiy Ahmed volò ad Asmara, la capitale eritrea, a stringere la mano del più irriducibile nemico del suo Paese, il presidente Isaias Afewerki. Una guerra insensata che si trascinava da vent’anni, costata decine di migliaia di morti, si era sciolta in poche settimane come l’ultima neve dell’inverno al sole di una nuova primavera. Se c’è un Premio Nobel per la Pace meritato, è questo. Il 2 aprile 2018, a 42 anni non ancora compiuti, Abiy Ahmed Ali era diventato il più giovane capo di governo in carica del continente africano. La sua nomina non era affatto scontata: per la verità, giunse inattesa. E non solo perché il nuovo leader è di nazionalità Oromo, l’etnia che pur essendo la più popolosa d’Etiopia non aveva mai visto un suo esponente assurgere al vertice del potere. Popolarissimo tra la sua gente, Abiy Ahmed non era il primo della lista tra i candidati dell’Oromo Democratic Party, uno dei quattro partiti che compongono la coalizione di governo; e non era nemmeno molto probabile che sarebbe stato un esponente del partito Oromo a ottenere il posto di primo ministro. Solo in capo a un’aspra battaglia politica, e a numerosi colpi di scena, il suo nome risultò alla fine quello vincente. Con il senno di poi, è facile trovare nella biografia del giovane leader i segni della predestinazione. I suoi genitori erano di etnie diverse – Oromo e Amhara – e non professavano la stessa religione: musulmano il padre, cristiana ortodossa la madre. Sesto figlio di sua madre e tredicesimo del padre, Abiy Ahmed crebbe alla scuola della condivisione, del dialogo, della convivenza e della tolleranza. Nei suoi studi universitari affinò questa formazione familiare fino a un dottorato sulla risoluzione dei conflitti religiosi. Con una brillante carriera militare si conquistò le credenziali di fervente patriota, poi entrò in politica. Da sempre aveva saputo farsi apprezzare e benvolere per il temperamento aperto, positivo, fattivo, che resta l’ingrediente maggiore del suo successo personale. L’inizio del suo mandato di primo ministro è stato travolgente: pace con l’Eritrea; liberazione di detenuti politici passati nel giro di ore dal braccio della morte all’udienza con il premier; abolizione di leggi liberticide che sembravano scolpite nella pietra; riforme a 360 gradi, con particolare attenzione alla condizione della donna (tra cui l’elezione della prima presidente nella storia dell’Etiopia); iniziative diplomatiche volte alla distensione regionale, in particolare con Gibuti, l’Arabia Saudita, l’Egitto. Più recentemente, un ruolo chiave nel risolvere la crisi politica che aveva portato il Sudan sull’orlo della guerra civile. Insomma, una rivoluzione. L’Etiopia lo segue, entusiasta, anche se certamente non unanime. I suoi nemici sono molti, dentro e fuori l’alleanza di potere. Le sue liberalizzazioni sono mal sopportate dalle forze conservatrici del regime, e molti oppositori vedono nelle riacquistate libertà politiche solo l’opportunità di alzare la posta. Il 23 giugno 2018 il neo-primo ministro è scampato fortunosamente al lancio di una granata esplosa a pochi metri di distanza. L’attentato costò due morti e decine di feriti. Il primo anno e mezzo di governo di Abiy Ahmed, coronato ora dal Nobel per la Pace, è stato un trionfo: in patria, in Africa e sulla scena globale. Ma la vera sfida dev’essere ancora vinta. Il bilancio del suo operato di statista si misurerà sulla capacità di portare a soluzione l’incompiuta questione nazionale etiopica. Storicamente, il potere è stato in Etiopia appannaggio degli Amhara: cosa rimasta sostanzialmente immutata anche quando la secolare monarchia negussita fu atterrata dal regime militar-comunista del colonnello Menghistu. Solo con la conquista di Addis Abeba da parte dei guerriglieri da cui discende il governo attuale tutto cambiò. La formula del “federalismo etnico” voluta dai ribelli venuti dal Tigrai non ha però risolto le tensioni e i conflitti inter-etnici. Oggi la parola d’ordine di Abiy Ahmed è Medemer, un mantra costantemente ripetuto e variamente tradotto come “sinergia”, “inclusione”, “fratellanza”. Molti ci vedono un tentativo di superare il federalismo etnico in nome di una rifondata unità nazionale. Obiettivo di lungo respiro, più complesso e difficile da raggiungere di un Premio Nobel.