Dal vaso di Pandora scoperchiato dall’attacco turco in Siria, esce anche il nodo dei foreign fighter prigionieri dei curdi. Oltre duemila sono europei. Il timore è che gli attacchi delle forze jihadiste rianimate dalla scelta di Erdogan e il ridislocamento di forze che sin qui ne hanno garantito la custodia, conducano a una liberazione di massa e parte di loro possa rientrare in Europa. Con seri rischi per la sicurezza. Eppure quest’esito, che potrebbe prendere le sembianze di una nemesi, poteva essere evitato se gli stati europei non avessero rinunciato a lasciare gli jihadisti nelle mani dei curdi e riportato in patria, per processarli e far loro scontare la pena, quanti si erano affiliati a Isis o al Qaeda. È, invece, prevalsa l’idea di abbandonarli alla loro sorte. Appaltati a terzi, in prigioni spesso improvvisate, sovraffollate all’inverosimile e assai poco controllabili all’interno. Idem per i numerosi familiari degli jihadisti, vivi o morti, detenuti nel gigantesco campo di Al Hol. Francia e Gran Bretagna, che pure contano il numero più alto di foreign fighter, hanno scelto di non estradare i loro cittadini, lasciandoli nel non riconosciuto internazionalmente Rojava curdo in Siria. Del resto, come si può estradare da un paese che non è ufficialmente tale?, chiedevano con malcelata furbizia gli alfieri della realpolitik nelle cancellerie continentali. Con tale motivazione, giuridicamente ineccepibile quanto politicamente miope, gli europei non si sono fatti consegnare gli jihadisti ricercati. Quanto agli americani, come dimostra anche il “recupero” dei due sopravvissuti dei cosiddetti “Beatles”, il gruppo che ha decapitato numerosi ostaggi statunitensi, non hanno mai disdegnato di far valere il principio che sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. Evitare di riportarli in Europa consentiva di evitare che: i processi diventassero occasione di inneggiare, in particolare in rete, alle figure e alle gesta degli jihadisti; nei dibattimenti emergessero non solo responsabilità penali ma anche questioni sociali e religiose, politicamente difficili da gestire, legate ai processi d’integrazione; immettere nel già stressato circuito carcerario soggetti capaci di fare proselitismo; si discutesse dei non troppo efficaci programmi di deradicalizzazione, a partire dalla constatazione che i trattamenti non possono mai conseguire risultati simili a quelli prodotti dall’esaurirsi di un ciclo politico. Nodi che sia la proposta di privare di cittadinanza i foreign fighter, assecondando brutalmente la loro scelta di tagliarsi i ponti alle spalle bruciando, non solo metaforicamente, i passaporti, sia la scelta di “ dimenticarli” nelle piane siriane, consentiva di eludere. Rifiuto esteso anche a quanti hanno chiesto volontariamente di rientrare in Europa e essere processati. Richiesta, che pure con il legittimo dubbio legato alla pratica della dissimulazione, implica il riconoscimento della giustizia di stati sin qui considerati ideologicamente “empi”. Un dividendo politico, che nella battaglia delle idee contro lo jihadismo, andava valorizzato. Il rifiuto alimenta, invece, la diffusa convinzione tra i cittadini musulmani che per loro valga un doppio standard. L’azzardo turco mette ora a rischio un’operazione interamente fondata sulla rimozione, mirata a mascherare una realtà, quella della radicalizzazione islamista tra gli europei, che non può avere solo soluzione militare e solo illusoriamente può essere traslata fuori dai confini.