La mini flat tax introdotta dalla Lega potrebbe avere le ore contate: prevede che chi ha ricavi fino a 65 mila euro può beneficiare da quest’anno di un forfait Iva-Irpef-Irap del 15 per cento, ma è stato un flop. La retromarcia si somma alle due possibili revisioni delle misure bandiera che il governo nega ma che potrebbero entrare nel menù della manovra: il ballottaggio, sul quale anche Bruxelles sta fornendo indicazioni ai tecnici del Tesoro, è tra reddito di cittadinanza e quota 100. Sulla mini flat tax ancora nulla è deciso ma ieri il neo viceministro del Tesoro Antonio Misiani ha sottolineato in un convegno della Cna che sul tema è stata avviata una “riflessione”: nulla trapela ma non è affatto escluso che si possa arrivare alla cancellazione della misura e alla sostituzione con incentivi meno radicali. Quello che sembra sicuro per il momento è che il secondo step della mini flat tax, la cui partenza è prevista per il 2020, sarà annullato: se non ci sarà la volontà politica ci penserà Bruxelles che sta valutando – come ha ricordato la viceministra del Tesoro Castelli ieri – la misura in base alla quale i ricavi crescono a 100 mila euro e viene introdotto un secondo scaglione del 20 per cento. La mini flat tax, sulla quale i leghisti non hanno mai voluto sentire ragioni, e che costa 2 miliardi all’anno, non è piaciuta neppure ai professionisti ai quali si rivolge e che avrebbe dovuto avvantaggiare, perché aumenta l’evasione e frammenta gli studi associati. Ma la questione centrale, nonostante la propaganda leghista abbia parlato di successo, è che la mini flat tax è stata un flop. Se ci si limita ad esempio ai primi tre mesi di quest’anno, periodo in cui si tengono a battesimo numerose nuove contabilità, emerge che le nuove partite Iva che sarebbero dovute spuntare come funghi sono state solo 18.538 rispetto all’anno precedente quando ancora non c’era la mini flat tax.