La monnezza di Roma e le dimissioni della Raggi, la legge elettorale e le firme per il maggioritario, la denuncia di Erdogan guerrafondaio, poi la polemica con Lapo Elkann, e subito dopo il video di un tizio che canta “Bella ciao” a Lampedusa, ma anche il selfie con le castagne sulla padella mentre indossa la maglietta dei vigili del fuoco (ai bei tempi sarebbe stata almeno una felpa della polizia). Azzanna l’aria con viva impazienza, Matteo Salvini. Tra Instagram, Facebook, televisione, radio e agenzie di stampa, soltanto ieri, in appena ventiquattr’ore, l’ex Truce ha sperimentato tutte le possibili sfumature di polemica politica immaginabili, l’intera tavola degli elementi, come una trottola, senza posa, obbedendo forse a un presentimento piuttosto che a convinzioni o aspirazioni. Persino i suoi amici adesso raccontano che il Capitano non trova la sfera, l’idea, l’oggetto fisso che possa nutrire e riattivare la sua perenne e un tempo straordinaria campagna elettorale.

La vita politica, che pure gli scorreva fa – cile e vittoriosa, gli è diventata un alimento crudo e grossolano da cercare e strappare a fatica. Da sempre questo straordinario “si – tuazionista” (la definizione è di Giorgia Meloni), questo performer, vive nella prefigurazione minuziosa non del domani – il domani sarà uguale all’oggi, forse, ma la nebbia lo avvolge – bensì dei quindici o trenta minuti che lo attendono, di gesto in gesto, di comizio in comizio, di intervista in intervista, di botto in botto. E allora si può soltanto immaginare quanta ansia, cattivi auspici e incubi comporti per lui adesso il non riuscire a far esplodere il petardo buono, quello definitivo, com’erano state l’immigrazione nera e l’Europa matrigna ai tempi bellissimi del governo gialloverde. La fiamma del desiderio e la fiamma della frustrazione ardono unite, mentre un po’ di sfortuna – la fortuna è il complemento dei vincenti – mette la sua diabolica coda a ostacolare persino le operazioni più semplici. E infatti nemmeno il pasticcio spionistico nel quale si è cacciato Giuseppe Conte riesce a diventare un’arma utile nelle mani di Salvini. Lui vorrebbe denunciare, urlare, è evidente. Ma non appena al tg viene pronunciata la parola “Russiagate” il pensiero birichino di ciascuno, anziché correre all’intrica – ta storia di Vecchione e Conte, alla sfocata figura degli 007, precipita invece sulla più definita immagine del povero Gianluca Savoini, dei rubli russi, del gas e dell’offerta di denaro alla Lega… (definizione di “sfi – ga” secondo il dizionario Treccani: “Avve – nimento spiacevole di cui non si ha colpa o responsabilità”). Così rimugina, Salvini. E come una pallina del flipper sbatte da un lato all’altro del piano, prova ad accendere più lampadine possibili, far suonare tutti i campanellini, “la Raggi”, “il presidenzialismo”, persino “Erdogan macellaio” che però agisce su autorizzazione del suo amico Trump… Ops! Apparentemente, il mago del consenso, confeziona ormai strategie buone a tutti gli usi, e dunque a nessuno. Al punto che l’essenza, la radice quadrata del suo tormento, sta forse nella superstiziosa consapevolezza che da quando si è inspiegabilmente eiettato dalla finestra del Viminale non gliene va più bene una. E l’in – quietudine ora scende pure in forma di fiamme fredde, quelle dei sondaggi. La Lega è il primo partito, napoleonico. Ma per la prima volta da dicembre del 2018 cala un po’ – 0,7 per cento – non precisamente una slavina. Ma un segnale. Per questo azzanna l’aria, Salvini. Qualcosa prima o poi riuscirà a morderla.