C’era da aspettarselo. Tre giorni dopo il giuramento del nuovo governo di Giuseppe Conte il fantasma di Matteo Salvini aleggiava eccome, al forum Ambrosetti. Per tutta la mattinata non ha abbandonato un solo istante Cernobbio. Anche se l’unico che ha avuto il coraggio di evocarlo per nome e cognome è stato l’ex premier Mario Monti. Inequivocabile la stilettata al leader leghista: «L’Italia è rientrata in Europa. Per un anno intero ne era uscita, fino a diventare il cavallo di troia di chi si oppone all’Unione europea». Cina, Russia, gli Stati Uniti di Donald Trump che aveva scioccato Bruxelles un anno fa definendo l’Ue «un nemico degli Usa». Un violento pugno nello stomaco, che ieri il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire deve aver ricordato, quando ha sentenziato: «Gli Usa non si comportano da alleati dell’Unione europea, se ci impongono dei dazi». Nella lista degli avversari dell’Ue Monti ci mette anche le grandi multinazionali «apolidi della tecnologia». Senza esitare a usare la parola “nemici”. E quando la pronuncia, non si può fare a meno di pensare alla Russia, alla Lega, e al “cavallo di troia”. Dice l’ex commissario europeo, «oggi l’Unione europea è circondata da nemici come non mai in passato». E si spinge, Monti, perfino a «non escludere» l’eventualità di «aggressioni fisiche al territorio». Un paradosso, certo. Forse per rafforzare ancora di più un certo senso di sollievo per aver scampato «il rischio maggiore». Che richiama però alla memoria lo scenario inquietante delineato dal senatore a vita giusto prima delle elezioni europee, quando alla presentazione del libro di David Parenzo “I falsari” arrivò a evocare, con una provocazione, lo spettro scomparso da tre quarti di secolo: «Supponendo che i partiti sovranisti vadano alla grande ci sarà prima una fase di riduzione del ruolo dell’Ue e poi quando questo ruolo sarà stato distrutto e raso al suolo, la guerra in Europa…». Sappiamo com’è andata, e come quello scenario sia buono soltanto per il Risiko. Se è vero, come sottolinea Monti, che l’Unione europea si è rafforzata dopo le elezioni, e ancor di più con la Brexit («Materia buona per Sigmund Freud», butta lì Romano Prodi) che «ci fa tornare a casa meno pessimisti sul sistema politico del nostro Paese». Avendo visto quello che stanno combinando i campioni della democrazia parlamentare una volta alle prese con la democrazia diretta. Ma se con quella specie di suicidio politico di Salvini «il rischio maggiore» è scampato, anche se grazie a un governo con lo stesso presidente del Consiglio e lo stesso partito di maggioranza relativa in ossequio alla inarrivabile capacità trasformista della nostra politica, per l’ex commissario europeo alla Concorrenza non lo sarà per sempre. Tutto dipende, pensa, da quello che succederà. Da come la nuova Commissione di Ursula von der Leyen affronterà i prossimi cinque anni. Cinque anni cruciali, secondo Monti. Cinque anni in cui assisteremo «a due assalti concentrici fondati su domande di sovranità». Anche se in direzione ostinata e contraria. Perché le pressioni sovraniste nazionali non cederanno di sicuro, ma ci sarà anche «chi chiederà più sovranità europea in certi campi». E se l’Europa non farà nulla, argomenta il senatore a vita, le prime potrebbero anche avere di nuovo il sopravvento. Il debito, per esempio. Prodi racconta che quando era presidente della Commissione ebbe uno scambio di email con Ursula von der Leyen, allora semplice parlamentare. «Allora era favorevole agli eurobond», dice. Una forma elementare di mutualizzazione dei debiti sovrani, ma che potrebbe rivelarsi un elemento decisivo per spegnere il fuoco contro l’euro su cui soffiano i sovranisti. Questo è parte del “coraggio”, che secondo La Maire è l’unica «risposta da dare ai grandi cambiamenti» per contrastare «i populismi». Il coraggio di «mettere fine ai neoliberismi» e di «ristabilire la giustizia fiscale in Europa» facendo pagare le tasse ai giganti del web, superando la logica ormai assurda e anacronistica dell’unanimità, perché «non possiamo continuare a permettere che quattro Paesi membri blocchino la volontà degli altri ventiquattro». Ed è solo un pezzo della partita che non è ancora iniziata e resta incerta: c’è il sovranista olandese Gerrt Wilders, che auspica il contagio della Brexit («Non pensate che riguardi solo il Regno Unito») a rammentarlo. Ma intanto, davanti alla stessa platea che un anno fa acclamava il leghista Salvini mentre snocciolava i dati sul pericolo dell’immigrazione e oggi applaude con lo stesso trasporto Mario Monti, il ministro francese La Maire non manca di elogiare «il coraggio dell’Italia» e la scelta dell’europarlamentare democratico Roberto Gualtieri per il Tesoro. E mentre il “predicatore”, così si definisce Prodi, avverte che «l’Unione europea va avanti o cade» spiegando che quando ai giovani dell’Università «parlo di pace mi guardano come si guarda un dinosauro», Alexis Tsipras rievoca la crisi greca e insieme il fantasma che aleggia. Allora, dice, in Europa lo trattavano tutti come un appestato: «Enrico Letta fu l’unico premier che mi volle incontrare. Tutti, anche la stessa sinistra, pensavano che il pericolo per l’Unione europeavenisse proprio dalla sinistra. Ora tutti si sono resi conto che invece viene da destra. In Francia da Marine Le Pen, nel Regno Unito da Boris Johnson, qui dall’ex ministro dell’Interno. Ex, speriamo…”.