Qualche turista, perché di sicuro c’erano sulla metro che ieri mattina a Roma si è bloccata fra le stazioni del Circo Massimo e del Colosseo, avrà creduto di trovarsi a sua insaputa sul set di un film catastrofico. I nostri, invece, avranno pensato piuttosto al solito incubo. Soltanto peggiore di quelli vissuti finora: costretti perfino questa volta a raggiungere la fermata successiva camminando nella galleria buia in fila indiana mentre i treni passavano a tre metri di distanza. Con i vigili del fuoco intervenuti per mettere in salvo un disabile che a piedi non sarebbe mai riuscito a guadagnare la luce del giorno. Può succedere ovunque che si rompa una metro, dirà qualcuno. Chiaro. Ma se succede così, e succede a Roma, non è la stessa cosa. Non può essere un caso. Come non sono un caso gli autobus che vanno a fuoco. E come non sono un caso le stazioni della stessa metro che restano chiuse perché le scale mobili sono rotte e non si riparano. Chiuse a tempo indefinito, come non accade in nessun altro Paese civile. Mentre ieri un centinaio di passeggeri, molti impauriti, sperimentava il ruolo di controfigure in una specie di thriller improvvisato, le radio davano la notizia che la stazione Barberini della linea A, una delle più centrali della città dove le scale mobili avevano ceduto il 21 marzo scorso, riaprirà forse a Natale. Nove mesi dopo il fattaccio. E appena poche ora prima si era saputo che tre dipendenti dell’Atac e un dirigente della società incaricata delle manutenzioni erano stati raggiunti da misure cautelari emesse dai magistrati che indagano sul disastro dell’ottobre 2018, quando la scala mobile della stazione Repubblica collassò e 24 tifosi del Cska di Mosca in trasferta a Roma restarono feriti in modo anche grave. Le carte dell’inchiesta descrivono un quadro allucinante. Controlli non eseguiti, sensori disattivati, mentre i dirigenti intercettati di tutto sembravano preoccupati tranne che del rischio che avrebbero corso i passeggeri. «Se famo er calcolo delle probabilità, su 700 ne sarebbero venute giù altre tre o quattro, dai…», diceva il direttore d’esercizio della linea. Fatti gravi, che stanno a dimostrare come il problema non si possa limitare a poche responsabilità individuali, ma coinvolga il modo stesso con cui la città è amministrata. Triste dirlo: Roma è alla frutta. Mai i servizi pubblici, dai trasporti all’igiene, al decoro urbano, hanno toccato livelli così indecenti da far pensare che un cambio radicale di rotta non sia possibile se non ricorrendo a un regime amministrativo straordinario. Non sappiamo quale sarà l’atteggiamento vero del nuovo governo nei confronti di una vicenda che sta diventando una questione di vera emergenza nazionale: se quell’accenno nel programma ai problemi della città (che dev’essere secondo chi l’ha scritto «sempre più» attrattiva per i visitatori e vivibile per i residenti) è solo un salvagente cortesemente offerto alla sindaca Virginia Raggi dal nuovo alleato Pd, o l’annuncio di interventi radicali. Ma è certo che la capitale di un Paese del G7, una delle economie (ancora) fra le più avanzate del pianeta, così non può andare avanti. C’è in ballo anche la nostra reputazione: corre l’obbligo di ricordarlo, a tutti quei politici che per troppo tempo dei destini della città di Roma se ne sono lavati le mani.