Racconta il sindaco Giuseppe Falcomatà che durante una riunione dell’Anci un suo collega del Nord si sente in dovere di consolarlo perché in tivù c’è una fiction sulla ‘ndrangheta: «Per te dev’essere difficile, mi dice. Ma quello che mi ha dato più fastidio era la sua aria compassionevole…». L’episodio descrive perfettamente la maledizione che perseguita Reggio Calabria. Una città, come il resto del Sud, semplicemente abbandonata dallo stato centrale. E l’abbandono l’ha condannata alla narrazione di capitale della ‘ndrangheta e del malaffare, emblema di tutti i mali meridionali. Ma non per questo, davanti alla bellezza abbagliante dello Stretto, ci si può rassegnare. Sarebbe tuttavia un errore ignorare quanto in profondità l’immaginario collettivo sia stato contagiato da quel virus antico. Perché la riscossa civile è da qua che deve e può partire. Correva l’anno 1869 quando le prime elezioni comunali vennero annullate dal governo perché condizionate da un’organizzazione di stampo mafioso, la Setta degli accoltellatori. «La prima prova», ha scritto Alessia Candito, «di cosa abbia significato il rapporto tra mafia e massoneria». Centocinquant’anni dopo, ecco la clamorosa inchiesta giudiziaria sulla Multiservizi, la ex società delle manutenzioni pubbliche a Reggio, che coinvolge professionisti secondo i giudici contigui alle cosche. Ed è impossibile non ricordare come sette anni fa il consiglio comunale di Reggio sia stato sciolto proprio per quelle “contiguità”. Né che l’ex sindaco di An Giuseppe Scopelliti, poi governatore calabrese, condannato a quattro anni e sette mesi per fatti accaduti durante la sua amministrazione, è ora indagato nella stessa inchiesta. È lui che ha spento la luce accesa da Italo Falcomatà, il sindaco del centrosinistra padre di quello attuale, che fu sconfitto da una terribile leucemia nel dicembre 2001 senza mai essersi arreso: riuniva la giunta intorno al letto d’ospedale. E la spegne, quella luce, rispolverando i fantasmi di un terribile passato. Sul lungomare che Falcomatà aveva voluto creare coprendo la ferrovia e così ricucendo il rapporto fra città e mare, il 16 novembre 2005 Scopelliti inaugura una stele in onore di Ciccio Franco, il missino che guidò nel 1970 la rivolta di Reggio Calabria al grido di “Boia chi molla!” La stele sta ancora lì. Tutto, nella Reggio come nella Calabria di oggi, è iniziato da quella rivolta che scoppiò feroce nella cupa stagione delle bombe fasciste. Per un’apparentemente futile ragione di campanile: la decisione di fare Catanzaro capoluogo della nascente Regione. Ci furono i morti e i carri armati, ma finì all’italiana. Da allora la Regione di capoluoghi ne ha addirittura due: la giunta a Catanzaro e il consiglio a Reggio. Centosessanta chilometri di distanza. E la sede della Rai a Cosenza, omaggio al potentissimo socialista Giacomo Mancini. Non bastava. Presidente del consiglio in quel 1970 era il lucano Emilio Colombo, un democristiano che maneggiava alla perfezione il codice del consenso. E confezionò un pacchetto con lo stabilimento della Liquichimica e il quinto centro siderurgico a Gioia Tauro. Quarantamila posti di lavoro, si vendettero. Ma l’altoforno non si fece, e nemmeno la megacentrale al posto suo. Restò solo il porto. Quanto alla Liquichimica, ci sono operai andati in pensione dopo decenni di cassa integrazione senza aver varcato i cancelli. Poi, dopo quei fallimenti, il decreto Reggio. Correva l’anno 1989 e il governo De Mita stanziò 600 miliardi di lire, pari a 642 milioni di euro attuali. Gli scandali, le ruberie i commissariamenti non si contano. Sappiamo solo che nel 2019 ci sono ancora da spendere 200 milioni di euro. A mezzo secolo dalla rivolta e a tre decenni dal decreto i giovani senza lavoro in superano anche il 60 per cento. Il datore di lavoro più importante è sempre il Comune. C’è la Hitachi, è vero, che occupa qualche centinaio di persone. Ma è un altro paradosso estremo: una fabbrica di treni modernissimi nell’area metropolitana meno servita dai treni in tutta Europa. E i pochi che arrivano sono vecchi come il cucco. C’è anche il porto di Gioia Tauro, cinquanta chilometri più a nord, è vero. Che purtroppo finisce sui giornali più per i sequestri di cocaina che per altro. Eppure, grazie ai fondali profondi, potrebbe diventare lo scalo più importante del Mediterraneo per le grandi navi container. «Bisognerebbe attrezzare i 1.500 ettari della piana, bonificare il territorio da baraccopoli, abusivismo e capannoni edificati anche le truffe alla legge 488. E adeguare la ferrovia, far partire finalmente la zona speciale… I soldi ci sono ma non vengono usati», denuncia Michele Albanese. Fa il giornalista e sa le cose: vive nella piana sotto scorta da cinque anni, quando si è scoperto che la ‘ndrangheta voleva ucciderlo. Ma non molla. Poi c’è la qualità dei servizi pubblici. Ed è anche per questo che la gente scappa. Dal 2015 Reggio ha perduto 3.605 abitanti. Per il sociologo Tonino Perna è andata anche peggio: «Le statistiche si fanno sui residenti, ma ci sono tanti giovani che risiedono qui e vivono altrove. Per non dire degli sconfitti dall’emigrazione, che tornano perché non hanno alternative. Non si risolverà certo il problema, ma si potrebbe affrontare intanto coprendo i buchi che si sono aperti nella pubblica amministrazione». Buchi enormi, se si pensa che i dipendenti del Comune di Reggio sono 830 contro i 1.697 previsti. I servizi, dunque. A marzo Alessia Candito ha raccontato su Repubblica che l’azienda sanitaria è stata sciolta per infiltrazioni mafiose, e negli ultimi dieci anni 600 mila calabresi sono andati a farsi curare in altre Regioni. Poi c’è l’amministrazione di un Comune sciolto sette anni fa con 200 milioni di debito in eredità. Il giovane Falcomatà allarga le braccia: «La cura è lunga. Se sei costretto dalle norme a lasciare intatto l’apparato amministrativo, cambiare le cose è difficile…». Senza dire dei soldi. «Il fatto è che le risorse straordinarie, come i denari del piano d’azione e coesione e i fondi europei, hanno ormai sostituito i trasferimenti ordinari. Senza quelli non avrei potuto aprire tre asili nido o fare qualche intervento nelle periferie», aggiunge. Rivendica di aver ripescato 104 lavoratori socialmente utili dopo il crac Multiservizi e di averne stabilizzato altri 110. Dice di voler continuare l’opera del padre, sottraendo alla ferrovia altri chilometri di litorale, bonificando l’area degradata dello stabilimento balneare comunale con 1.200 cabine. Auguri a lui e a Reggio. Ma è chiaro che data la situazione fa quel che può, peraltro in una città letteralmente sommersa dalle inchieste giudiziarie e dove lo stato è assente. Può un Paese sviluppato lasciare un’area di 600 mila abitanti (Reggio Calabria più Messina) priva di collegamenti civili? Dalla capitale due voli in orari strampalati dell’Alitalia e quattro treni al giorno. Tutto qua. E i prezzi? Provare per credere: un volo di sola andata da Bologna a Reggio può costare 585 euro. E l’aeroporto di Reggio Calabria sarebbe perfino chiuso se non ci fossero, fra l’altro, i 40 dipendenti del personale di terra Alitalia, non licenziabili. Dunque che il meraviglioso Museo archeologico di Reggio dove ci sono tesori inimmaginabili come i Bronzi di Riace, abbia avuto nel 2018 100.553 visitatori paganti, numero inferiore di quanti hanno pagato il biglietto per entrare allo zoo di Pistoia, è già un grande successo. Da qui si vedono nitidamente tutte le falle e le irresponsabilità della nostra politica. Con scelte determinate solo da interessi di parte, come la decisione di non riunire le città metropolitane di Reggio e Messina, due città di confine destinate a parlarsi. E adesso si profila, nel cinquantesimo anniversario del “Boia chi molla!” una nuova resa dei conti. Fra pochi mesi si vota per la Regione, con il governatore Mario Oliverio azzoppato dalle inchieste giudiziarie e scaricato dal suo Pd. Partito che dovrà negoziare con i grillini un faticoso accordo elettorale per sperare di non riconsegnare la Regione alla destra. Poi tocca al Comune, e anche a Reggio Salvini ha fatto il botto alle europee. Il Pd si è fermato al 24,3 per cento, dieci punti meno del 2014. Mentre i leghisti hanno superato il 22 per cento. Cinque anni fa Salvini prese 309 voti, adesso sono 12.741. Raccattati, guarda caso, anche grazie e un certo Scopelliti. Perché a volte ritornano. Basta cambiarsi d’abito… (2 / continua)