Mentre William Shakespeare scriveva l’“Amleto”, un manipolo di mercanti dentro uno stanzone con quattro finestre affacciate sui docks londinesi, fondava una società commerciale che sarà conosciuta come East India Company, in italiano la Compagnia delle Indie orientali. Era il 1599 e da allora fino al suo scioglimento nel 1874 divenne l’architrave economico, militare, politico e culturale dell’impe – rialismo britannico. Questa storia in parte nota torna a galla, attuale più che mai in questo mondo tanto diverso, persino opposto. Ne sono convinti gli autori di un libro intitolato “Guerra digitale” (116 pp., 15 euro), appena stampato dalla Luiss University Press, la casa editrice collegata alla università che fa capo alla Confindustria: “Nella storia, il potere politico e il potere economico hanno definito accordi di svariata natura. Magari, nei nuovi imperi digitali anche Google e Facebook possono ambire a essere la Compagnia delle Indie del XXI secolo”, scrivono Francesca e Luca Balestrieri. Lei una matematica al Max Planck Institute di Bonn, il padre esperto di piattaforme satellitari, prima a Tivusat e ora alla Rai, hanno incrociato tecnologia, economia, politica, relazioni internazionali. Ma fermiamoci un attimo, perché così stiamo arrivando troppo presto alle conclusioni. Proprio mentre il saggio andava in libreria, il Financial Times pubblicava uno dei suoi paginoni dedicato proprio alla Compagnia delle Indie con un titolo invitante: “Lezioni per il capitalismo”. Che cos’era e cosa può insegnare oggi la più grande società mercantile dell’universo? “La sua costituzione – disse il conservatore Edmund Burke – cominciò con il commercio e finì con un impero”. Il suo esercito privato era più grande degli eserciti di molti stati, la sua rete di funzionari gestiva una politica parallela, da sola generava la metà del commercio estero britannico e spendeva un quarto della spesa pubblica annua. L’India non fu conquistata dall’Inghil – terra, ma da un “predatore, violento, spregiudicato e mentalmente instabile come Robert Clive, manovrato da un piccolo ufficio londinese”, scrive lo storico William Dalrymple sul Financial Times. E la compagnia governò direttamente l’India fino al 1858. Nessuno dei colossi multinazionali odierni ha una stazza del genere e una simile potenza di fuoco: né la Itt, che contribuì a far crollare il governo di Salvador Allende in Cile nel 1973, né l’An – glo-Persian Oil in Iran o la United Fruit in Guatemala hanno esercitato lo stesso impatto sulla politica mondiale. Per fortuna, Exxon, Walmart, General Electric, General Motors e le altre grandi imprese non posseggono eserciti, il loro potere lobbistico è enorme, però non sono in simbiosi con il Parlamento come lo era la Compagnia delle Indie orientali con Westminster. Eppure oggi esistono colossi che posseggono armi diverse, ma altrettanto potenti, pervasive e intrusive, si alimentano di dati e di informazioni e sono in grado di usarle come ordigni potenzialmente distruttivi. Facebook, Google e Amazon sono davvero in grado di rivaleggiare con la madre di tutte le multinazionali? L’impero costruito sui commerci, grazie al veicolo di una compagnia privata, sostenuta dalle vele e dai cannoni dell’Ammiragliato e dal dominio sui sette mari, viene superato, già alla fine dell’Ottocento, dalla nuova potenza a stelle e strisce nata e cresciuta in opposizione al modello britannico. Sono stati i Robber Barrons americani a soppiantare i baroni inglesi e a vincere lo stesso complesso militar-industriale prussiano. Anche il comunismo è stato sconfitto non tanto dai missili cruise e dai superbombardieri, ma dalle lavatrici, dalle auto, dai computer che il sistema sovietico non riusciva a produrre. Dunque, nella storia il mercato ha preceduto e spiazzato lo stato. Il nuovo millennio si è aperto con un apparente cambio di paradigma segnato dalla rivoluzione digitale. Qual è oggi il modello vincente? E’ il nuovo patto dispotico che subordina il mercato allo stato, dalla Cina alla Russia? Oppure resta valido il primato della società civile, il sistema sociopolitico aperto, l’economia concorrenziale, insomma tutto ciò che ha caratterizzato l’occidente? Facciamo parlare Francesca e Luca Balestrieri. “Stiamo precipitando, sempre più velocemente, in un secondo girone della rivoluzione digitale – scrivono – che promette rivolgimenti rispetto ai quali i vent’anni alle nostre spalle sembreranno solo una pallida premessa; e per controllare le tecnologie e le industrie che sono la chiave di questo futuro è scoppiata una nuova guerra fredda tra gli Stati Uniti, che hanno governato i decenni passati, e la Cina, che sta rivendicando la leadership per il domani. L’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, l’au – tomazione intelligente, l’adozione di tecnologie quantistiche per il computing, il 5G: in queste aree la ricerca e lo sviluppo hanno accumulato potenzialità d’innovazione che stanno oggi raggiungendo la massa critica, producendo o annunciando salti tecnologici e rivolgimenti industriali che si sommano tra loro fino a prefigurare uno scenario inesplorato, di cui s’intravedono in modo ancora impreciso i contorni”. Queste tecnologie sono strettamente collegate, assumerne la guida significa dominare il mondo. La globalizzazione ha intrecciato mercati e filiere produttive, ora Donald Trump cerca di scardinarle per combattere la Cina che non è solo la fabbrica mondiale, ma il centro della nuova grande ragnatela. Il bersaglio grosso è Huawei, il campione cinese del 5G. “Il decoupling, ossia la separazione tra supply chain americana e cinese nel 5G voluta dall’Amministra – zione Trump, è l’esempio di come la volontà politica di controllo sulla filiera industriale prevalga rispetto all’or – todossia del libero scambio – sostengo – no gli autori –. Quando è in gioco la lotta per la leadership geopolitica, allora è strategicamente preferibile interrompere l’integrazione, pur di proteggere e sostenere il proprio percorso d’innovazione e colpire l’avversario. La globalizzazione si scopre posta in libertà vigilata dalle strategie di stati sovrani. Il potere dello stato, che negli anni della globalizzazione trionfante sembrava destinato a sfumare nel più solido e pervasivo potere del mercato, sperimenta adesso forme nuove d’in – terdipendenza con la sfera dell’econo – mia e con gli oligopoli digitali. La politica riprende le redini della strategia per competere, talvolta rinverdendo i vecchi strumenti del protezionismo commerciale ma, soprattutto, esplorando innovative forme di politica industriale. Pur se meno evidente di quanto non fosse durante la Guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, quella che si profila è perciò anche una nuova corsa agli armamenti, combattuta sul terreno della ricerca di superiorità tecnologica”. Trump, tuttavia, rischia di spararsi sugli alluci, come dicono gli americani. Gli Stati Uniti sono un paese sostanzialmente chiuso, appena il dieci per cento del suo prodotto lordo è frutto degli scambi internazionali. Quindi non teme il protezionismo come invece i paesi asiatici o quelli europei (in Germania il commercio estero è quasi la metà del pil, in Italia oltre il 30 per cento). Ma ciò è vero solo in parte. Sono le multinazionali infatti ad alimentare la forza economica americana e, con il flusso dei loro profitti, la potenza di fuoco di Wall Street. Sono loro le “testate nucleari” dell’economia. Non solo. L’apparato produttivo americano non è più in grado di sfornare così tanti manufatti competitivi con quelli europei, giapponesi, coreani, cinesi. Si pensi all’automobile, un’industria del secolo passato che ingloba però le tecnologie di questo secolo. Insomma, nemmeno l’America può spezzare le catene che la legano al mondo globale. Nemmeno lo stato più sovrano, con tutta la sua potenza militare e monetaria (nessuna valuta ha finora scalfito il predominio del dollaro) può gestire in modo autosufficiente il proprio potere, anche gli Stati Uniti trovano un limite alla loro sovranità. Proprio la sovranità è il centro politico del libro, così come lo è delle stesse guerre digitali. “Il tema torna in evidenza declinato in modo nuovo – sostengono gli autori –. La sovranità è restaurata con successo laddove si esprimono politiche capaci di governare i processi della rivoluzione digitale; l’effettivo esercizio della sovranità s’indebolisce però, più di quanto già non sia, nelle periferie del sistema, per effetto della creazione di spazi di controllo tecnologico ed egemonia da parte dei protagonisti del bipolarismo. L’alternativa, divenuta particolarmente lacerante negli ultimi tre decenni, tra sovranità nazionale e globalizzazione, cambia di segno, scivola in un altro paradigma. Non è più la tensione tra dimensione statuale-nazionale e globalizzazione universalistica dominata dal mercato; al suo posto emerge la dialettica tra centri politico-statuali, organizzatori di spazi in conflitto tra loro (anche se spesso inestricabilmente intrecciati e interdipendenti), e periferie sempre a rischio di subordinazione. Si delineano forme ancora embrionali di ‘imperi 4.0’. Sarà stretto lo spazio anche per l’Europa, davanti all’alternativa se farsi centro o declassarsi a periferia del mondo digitale”. La ricerca della sovranità digitale spazia dalle grandi aree metropolitane, che costituiscono “i più redditizi giacimenti da cui estrarre la materia prima davvero strategica del mondo digitale, i dati”, alle regioni nelle quali si addensano i distretti dell’indu – stria 4.0, allo stesso stato nazionale (se di dimensioni adeguate) o alle istituzioni regionali come l’Unione europea. Il trait d’union è il primato della politica, il cui obiettivo è “stringere un nuovo patto tra potere statale e mercato”. Le sue clausole “rivedran – no ogni aspetto degli equilibri di potere: la moneta, il fisco, la diplomazia, l’esclusività dell’uso della forza”. Dopo che Facebook avrà offerto ai suoi 2,2 miliardi di utenti una criptovaluta proprietaria, passerà davvero poco tempo prima che una simile mossa non sia imitata da altre piattaforme globali, in primo luogo da quelle maggiormente impegnate nell’e-commer – ce come Amazon. “Sarà un bel mal di testa per le banche centrali dei paesi più forti e una vera e propria colonizzazione per i paesi più deboli, ad esempio nell’Africa sub-sahariana, dove Facebook cerca nuovi spazi di espansione”. E’ questo il brodo di coltura di “un neo-interventismo che riscopre la politica industriale di lungo respiro, ne misura l’efficacia sul terreno dell’in – novazione digitale e la motiva sulla base delle esigenze di lotta geopolitica”, diventando così “strumento essenziale della sovranità”. E’ una tesi oggi molto diffusa in Italia, e non solo a destra, è stata rilanciata già da tempo da Mariana Mazzucato anche senza cadere nel sovranismo tecnologico che pervade il libro dei Balestrieri. Ma è mai esistito davvero uno “stato innovatore”, come lo chiama la economista italo-inglese? Abbiamo conosciuto finora uno stato protettore che ha usato burro e cannoni, ma le rivoluzioni industriali dalla prima a quella odierna non sono figlie del Leviatano; lo stato ha di volta in volta sostenuto oppure ostacolato la spinta che veniva dalla società civile, quella della scienza, della tecnica, del lavoro e del capitale. Su quale territorio si esercita la nuova sovranità? “Nella rivoluzione digitale, il territorio da un lato è diventato virtuale, secondo una geografia di reti e di cloud; dall’altro si manifesta ancora come spazio fisico, nel quale la demografia e la densità dei consumi e dei comportamenti producono dati per l’intelligenza delle macchine. Il territorio nel quale lo stato consolida la propria sovranità è perciò lo spazio della tecnologia e dell’in – novazione, sul quale rivendica il potere di progettare e guidare”. E qui emergono tre temi. Il primo riguarda la raccolta e l’uso dei dati. “Ogni territorio può diventare una miniera digitale. Con già mezzo miliardo di utenti Internet, l’India è per le dimensioni della potenziale base di consumatori il secondo mercato al mondo dopo la Cina; ed è anche, in prospettiva, il secondo giacimento digitale del pianeta”. Seconda questione: le dimensioni necessarie per difendere la sovranità. Terzo, la diversità tra i percorsi possibili, fondati su differenti compromessi tra stato e mercato. Un complesso tecnologico-statale, insomma, sta rimpiazzando il complesso militar-industriale denunciato da Dwight Eisenhower. Secondo Francesca e Luca Balestrieri “il bipolarismo Cina-Stati Uniti ripropone il tema della diversità dei modelli di sviluppo. Quello che è stato definito capitalismo renano, capace di una visione industriale non ristretta al corto orizzonte temporale dei mercati finanziari, tipica del mondo anglosassone, è per l’Europa (almeno per quella franco-tedesca) un punto di partenza”. Dunque, “capitalismo contro capitalismo”, come scriveva Michel Albert nel 1991. “Un modello di sviluppo non si costruisce però senza volontà politica, possibile solo quando si aggrega il consenso su obiettivi largamente condivisi e capaci di motivare emotivamente: forse non è casuale che l’attua – le momento di dinamismo dell’India si accompagni a una gestione identitaria della sua vita politica, mescolanza di settario integralismo indù e apertura all’innovazione”. India o Cina? Difficile che questa alternativa possa avere il consenso del mondo occidentale. America o Europa? Anch’esso sembra un dilemma tra astratti modelli che non tengono conto degli intrecci per ora inestricabili che la globalizzazione ha creato. Il paradigma liberal-democratico ha covato nel suo seno i propri nemici come ha scritto l’Economist. Ma lo stesso si può dire del “comunismo di mercato” cinese, come dimostra tra l’altro la crisi di Hong Kong, o della “autocrazia putiniana” ora che la Russia è intrappolata tra la monocoltura del gas e le sanzioni. “Anche se al momento la scena è occupata da Stati Uniti e Cina, la seconda fase della rivoluzione digitale è tuttora aperta”, concludono gli autori della “Guerra digitale”. Il mondo non è piatto, la storia e la geografia contano, ancora e sempre più la geopolitica. Ma attenzione, nel lungo periodo ha vinto sempre il gioco dello scambio, anzi del libero scambio.