Come in un abbraccio avvolgente, il Pd di Zingaretti e i Cinque Stelle di Casaleggio-Di Maio alimentano la loro coabitazione. La differenza è che il “capo politico” grillino si sforza a parole di ridurre la portata strategica del patto, timoroso che nel Movimento lacerato molti non reggano la prospettiva di un’alleanza quasi definitiva con il Pd. D’altra parte lo stesso Di Maio, certo non un uomo di sinistra, si preoccupa di non lasciare troppo spazio alla destra di Salvini (vedi la richiesta di non aprire i porti alle navi-soccorso delle Ong e il disinteresse verso ogni ipotesi di legislazione pro ius soli). S’intende che l’esigenza di circoscrivere gli accordi con Zingaretti è solo tattica, a maggior ragione mentre si celebrano a Napoli i dieci anni del Movimento. C’è senza dubbio la volontà di lasciarsi aperta una via di fuga, in caso di malaparata, ma c’è soprattutto l’idea di procedere come si fa con il carciofo, mangiandone una foglia per volta. Per il momento i risultati sembrano dargli ragione a metà. Dal suo punto di vista, il taglio dei parlamentari è un successo e la riforma che di fatto abolisce la prescrizione nei processi altrettanto. Come dire che la miscela di massimalismo e giustizialismo su cui si fonda il M5S sopravvive all’intesa con il Pd. Tuttavia i provvedimenti della legge di bilancio sembrano concepiti per garantire meglio i gruppi sociali che votano per il centrosinistra: sono blocchi di elettori che raramente si sovrappongono a quelli di Di Maio, al quale si garantisce, sì, il reddito di cittadinanza, ma in una versione via via riduttiva (e peraltro la legge-simbolo del grillismo si è già dimostra inadeguata a creare lavoro). Esiste però un’altra bandiera che i 5S possono sventolare e il Pd avrà enormi difficoltà ad accettare senza ripercussioni interne: la fine della belligeranza intorno al sindaco di Roma, Virginia Raggi. A parte l’ipotesi limite di una ricandidatura al Campidoglio, anche solo un sostegno parziale alla giunta grillina di qui alla scadenza del mandato suona come un atto di autolesionismo per il partito di Zingaretti. Si dice che sia la contropartita per l’appoggio del Movimento al presidente della Regione Emilia Romagna, Bonaccini, nel voto del 2020. Ma pochi credono che i 5S sarebbero davvero in grado di mettersi di traverso e impedire la rielezione di un candidato ben radicato nel territorio. E allora lo scambio, se di questo si tratta, è asimmetrico, con un’impronta politica tutta a vantaggio dei Cinque Stelle. In altre parole, se la base del governo Conte è fragile a causa del lavorio del solito Renzi leopoldino e del solito Salvini proteso verso l’Umbria, lo è anche per le contraddizioni del patto che lega Pd e grillini. Per meglio dire, l’accordo è solido in termini di potere, ma produce un impasto poco convincente: le spinte massimaliste dei 5S mescolate al riformismo indefinito del centrosinistra. Ovvio che il presidente del Consiglio Conte esprima i limiti della maggioranza. Privo di una forza politica propria e sempre più incline ad appoggiarsi al Pd, egli è ancora in grado di reggersi, ma non di sfuggire all’immobilismo. L’intrigo internazionale dei servizi potrebbe non essere finito e come tale è una spada di Damocle. Ma anche le incertezze con cui parte — quando partirà — la Commissione von der Leyen sono un segnale negativo per un governo nato grazie all’Unione.