Quota 100 è la classica polpetta avvelenata cortesemente servita da Salvini ai suoi vecchi commensali di Palazzo Chigi. Se venisse abolita a partire dal gennaio 2020 — come chiede Italia Viva che ha annunciato un emendamento al riguardo — si finirebbe per rivivere l’incubo degli esodati. Ci sono diversi accordi in grandi imprese, soprattutto nel settore bancario, che fanno ricorso a queste uscite anticipate per ridurre gli esuberi e i giuristi sono già al lavoro per definire eventuali norme di salvaguardia. Altri accordi sono in dirittura d’arrivo e contribuiscono a spiegare le resistenze del sindacato a chiudere Quota 100. Impossibile monitorare intese di questa natura fra datori di lavoro e dipendenti nelle piccole imprese mentre sappiamo con certezza che c’è chi in Parlamento si ergerà a promotore di salvaguardie di ogni ordine e grado. Esempi illustri nella passata legislatura non mancano. Se invece il governo decidesse di lasciare tutto com’è aspettando la fine naturale di Quota 100 dopo i tre anni di “sperimentazione” — come propone il M5S — si creerebbe un nuovo scalone nella notte fra il 31 dicembre 2021 e il 1 gennaio 2022, poco prima delle prossime elezioni politiche. Per gli esclusi ci sarà, infatti, un brusco innalzamento fino a 6 anni nei requisiti di pensionamento, come quello intervenuto 10 anni prima all’apice della crisi del debito. Salvini avrebbe, a quel punto, buon gioco nell’accusare il governo di avere fatto una nuova riforma Fornero senza l’attenuante (almeno ce lo auguriamo fortemente) delle condizioni di emergenza economica del 2011. Quota 100 è una polpetta avvelenata anche perché è costosissima. Il conto è già salato: 3 miliardi nel 2019, cui vanno aggiunti i 4 miliardi di oneri aggiuntivi sulla spesa per interessi sul debito dato che lo spread è schizzato all’insù nel maggio 2018 all’annuncio del nuovo governo gialloverde di voler “abolire la Fornero”. Di fatto sta costando attorno ai 35 mila euro a beneficiario. Spenderemo altri 7 miliardi nel 2020 e ancora di più negli anni a seguire quando si sentiranno gli effetti del blocco dell’indicizzazione sui requisiti puramente contributivi. È più di quanto ogni anno destiniamo alla scuola materna e agli asili nido. Il problema è che i benefici di Quota 100 sono molto concentrati (quest’anno si rimarrà presumibilmente al di sotto dei 190 mila beneficiari), ma la platea che la vede come un’opportunità per scardinare le regole che innalzano i requisiti anagrafici e contributivi per andare in pensione è molto ampia. A tempo stesso è interesse di tutti, a partire dagli attuali pensionati, evitare che ci siano nuove misure che minano la sostenibilità del nostro sistema previdenziale e provocano a catena crisi di credibilità del debito pubblico. C’è un modo, crediamo, per evitare di mangiare la polpetta all’arsenico. Consiste nel fare una riforma che estenda la libertà di scelta su quando andare in pensione, a partire da 63 anni, a tutte le generazioni che verranno, non solo a quelle oggi coinvolte da quota 100, imponendo le riduzioni attuariali, che oggi si applicano alla sola quota contributiva delle pensioni, sull’intero importo della pensione. Vorrebbe dire oggi una riduzione mediamente di un punto e mezzo per ogni anno di anticipo rispetto alla pensione offerta da Quota 100 e, in prospettiva, ancora meno dato che le generazioni che andranno in pensione nei prossimi anni avranno una quota contributiva più alta su cui la riduzione verrebbe comunque applicata. Una riforma di questo tipo darebbe risparmi immediati, dato che potrebbe dissuadere alcuni di coloro che pensavano di andare in pensione con Quota 100 dal farlo nei prossimi due anni e, in ogni caso, gli importi di chi volesse comunque uscire prima sarebbero più bassi. Creerebbe, invece, costi aggiuntivi dal 2022 in poi rispetto a uno scenario in cui Quota 100 venisse davvero interrotta nel 2021. Sarebbero, comunque, costi che non aumentano il debito pubblico, dato che sono pienamente compensati da importi pensionistici più bassi. Non ci sarebbero esodati dato che la possibilità di uscire rimane. Le grandi imprese, a partire dalle banche che stanno utilizzando Quota 100, potrebbero compensare i lavoratori coinvolti in piani di esuberi versando ai lavoratori coinvolti la differenza fra la pensione Quota 100 e la pensione anticipata con l’intera riduzione attuariale. Si potrebbe, inoltre, togliere il divieto di cumulo introdotto dal Conte 1, permettendo a chi volesse farlo di lavorare in modo regolare e versare contributi rimpinguando così la propria pensione. Il governo Conte 1 ha ingannato milioni di famiglie prima promettendo di abolire la legge Fornero e poi con una “Quota 100” che dura tre anni. Il governo Conte 2 può riparare almeno in parte questi gravi danni arrecati al patto intergenerazionale concedendo maggiore libertà di scelta alle classi dal 1960 in poi evitando al contempo di appesantire il fardello che graverà sui giovani lavoratori. Quale che siano le scelte del Conte 2, fondamentale far ripartire la campagna di informazione con l’invio di buste arancioni ai pensionandi e l’allargamento delle platee che possono fare simulazioni sulla propria pensione futura dal sito dell’Inps. La maggioranza degli italiani continua a credere che i propri contributi vadano ad alimentare una specie di deposito bancario da cui potranno attingere in futuro, non sapendo che in realtà le pensioni vengono pagate anno per anno da chi lavora. Bossi nel 1994 fece cadere Berlusconi sostenendo che «le pensioni sono del popolo». Oggi, nel superare Quota 100, bisognerà spiegare a tutti che «le pensioni sono pagate dal popolo che lavora».