Colpito dall’escalation del caso Barr, Giuseppe Conte reagisce. Si schiera con i vertici dei Servizi e con il capo del Dis, Gennaro Vecchione. Da Palazzo Chigi, infatti, trapela a sera un vero e proprio atto d’accusa del premier contro «ricostruzioni false e fuorviante» e contro «fonti che evidentemente vogliono screditare l’operato dei Servizi e alterare la realtà». Punta i riflettori dentro la casa dell’intelligence, il vertice dell’esecutivo. «Si tratta di giochi interni che ci sono sempre stati in passato – è la posizione di Chigi, molto pesante – ma che ora Conte non accetta più». Ce l’ha con i livelli intermedi che starebbero colpendo i vertici degli apparati, a partire dal capo del Dis, a colpi di informazioni. «Dopo che avrà parlato al Copasir – è la promessa – Conte si occuperà personalmente di un chiarimento interno». La situazione è grave, se la linea dettata dal presidente del Consiglio non è più sedare le polemiche, ma colpire chi starebbe complottando per generare instabilità. «Il compito del comparto intelligence – fa notare Chigi – è lavorare con il massimo riserbo e nel rispetto dei vincoli di legge sulla sicurezza nazionale, non certo alimentando fughe di notizie o frammenti di parziali informazioni sui giornali». Conte, tra l’altro, fa negare con la solita indiscrezione ufficiosa che l’incontro tra il ministro Usa e Vecchione si sia svolto nell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma. La verità è che sono ore durissime, per l’avvocato. Il paradosso politico di queste ore è racchiuso nelle confidenze di Nicola Zingaretti ai suoi ministri. «In un Paese normale – va dicendo – quelle di Renzi contro Conte sarebbero parole da crisi di governo». E invece nessuno sa dove porterà l’escalation polemica tra i due leader. Di certo, è già sconfinata in guerriglia personale. «Il premier ceda la delega dei Servizi a un professionista – sostiene in tv il capo di Italia Viva – e chiarisca sull’incontro tra il ministro Barr e il capo del Dis». La maggioranza assiste attonita allo scontro. Una cosa è certa: almeno per il momento, Conte giura di voler difendere Vecchione. Nonostante il pressing ricevuto dal Colle fino ai massimi vertici politici della maggioranza. Il premier preferisce guadagnare tempo e riconfermare la fiducia a un uomo scelto personalmente per la guida del Dis. In realtà, vuole comunque evitare di legare l’eventuale cacciata alla vicenda dell’incontro con Barr. Ha bisogno di almeno due o tre mesi, insomma. Per non innescare un’ulteriore battaglia interna ai Servizi, capace di alimentare nuovi scandali. E invece Renzi, proprio per mettere in imbarazzo il capo dell’esecutivo, continua a premere per una sostituzione. A Palazzo Chigi sostengono che l’alleato cerchi di utilizzare il dossier per indebolire Conte. Che miri a costruire una maggioranza diversa dopo la manovra economica. Che punti a tornare alla guida dell’esecutivo. Esattamente la lettura opposta a quella che circola in casa renziana: è il Presidente del Consiglio a non aver ostacolato le indiscrezioni che farebbero risalire al 2016 – quindi nell’era di Renzi a Palazzo Chigi – un “complotto contro l’America” messo nero su bianco non da Philip Roth, ma da Obama con la complicità dell’ex segretario del Pd. Ecco, anche su questa scia di veleni viaggia la cronaca di queste ore. Il primo tassello si deciderà al Copasir, quando mercoledì il centrodestra potrà indicare il successore di Lorenzo Guerini alla Presidenza. Dopo un vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il nodo non è stato sciolto. Sarà decisiva la posizione del Cavaliere: se non cederà alle pressioni di Salvini, passerà un candidato di FdI come Adolfo Urso, evitando un leghista alla guida del comitato dopo lo scandalo del Metropol. Poi toccherà a Conte chiarire sulla visita di Barr, proprio davanti al Copasir. Subito dopo si troverà di fronte al bivio: difendere Vecchione, oppure cedere e decidere gli avvicendamenti. Nel primo scenario, alla guida del Dis andrebbe l’attuale capo Aise Luciano Carta. Legato a questo dossier c’è quello della delega ai Servizi, in mano al premier. È una delle richieste di Renzi che Conte non intende assecondare. A meno che non accetti la proposta di mediazione che informalmente si prepara ad avanzare il Pd: attribuire la delega a Marco Minniti, che ha già rivestito quel ruolo.