Pensa che l’accordo sui migranti sia lì, a un passo. E mentre a metà giornata attraversa il cuore di Bruxelles, stritolato tra un vertice e quello successivo, Giuseppe Conte consegna a Repubblica la promessa che nulla sarà più come prima. «Qui – premette – ho trovato molta attenzione sul fatto che dobbiamo proseguire una politica di rigore contro l’immigrazione clandestina. Nello stesso tempo c’è la consapevolezza che il meccanismo europeo di redistribuzione deve operare in modo immediato e automatico e non come è stato fino ad ora, con la conseguenza che abbiamo tenuto imbarcazioni in mare per settimane con disperati a bordo prima di farli comunque sbarcare». Ecco il segnale che aspettava il Pd: basta con i porti chiusi ai naufraghi, basta con i bambini per settimane in balia delle onde, basta con la guerra ideologica ai soccorritori. La gioia è una benzina preziosa quanto il gusto della vendetta. Ecco perché l’avvocato sorride all’Europa che brinda alla decapitazione di Matteo Salvini. Sente, crede, che alla fine i partner concederanno qualcosa in più del dovuto, un vero e proprio “patto con l’Unione”, pur di chiudere con la stagione del ministro del Papeete. E pazienza se il leghista attaccherà. Per il capo dell’esecutivo si è trasformato in una specie di (ex) ministro della propaganda: «La nostra politica di contrasti ai traffici illeciti e all’immigrazione clandestina – spiega al cronista prima di precipitarsi a incontrare il resto dei vertici continentali – sarà ancora più rigorosa. Ma senza propaganda». Non è una trasferta internazionale, stavolta. È una passerella cercata dopo un’estate matta e senza ombrellone. Sorride la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, lo abbraccia l’uscente Donald Tusk, che vive un’infatuazione politica per il bis-premier – «con lui ho avuto la mia migliore esperienza qui a Bruxelles» – gli fanno le feste pure l’arcigno Jean Claude Juncker e il sobrio neo presidente del Consiglio Ue, Charles Michel. Per questo, Conte sente in tasca un accordo sui migranti che in realtà è ancora sfumato, in bilico, possibile ma chissà quanto vantaggioso. Ma vuole mostrarsi ottimista: «Dobbiamo attivare subito un meccanismo temporaneo che consenta l’immediata redistribuzione». L’asticella che indica è altissima: «L’obiettivo – è l’ultima domanda a cui risponde – è creare nell’immediato un automatismo per cui se arrivano 100 migranti, 10 restano in Italia e 90 vengono redistribuiti nei restanti Paesi Ue. Quanto al meccanismo definitivo, se ci saranno Paesi che non parteciperanno alla redistribuzione dovranno essere pesantemente penalizzati in termini di minori risorse finanziarie da parte dell’Unione. E anche sui rimpatri non siamo soddisfatti, ma oggi abbiamo ricevuto piena attenzione». Eppure, nel chiuso dell’incontro con von der Leyen il presidente del Consiglio deve prendere atto di un quadro nuovo, ma che resta complesso. C’è chi frena, chi minaccia ritorsioni. Alla fine, Roma potrebbe accontentarsi di una redistribuzione tra pochi Paesi volenterosi e limitata ai migranti garantiti dalla protezione internazionale. Per cambiare i trattati, invece, serviranno mesi, forse anni: «Ma su Dublino – giura – siamo abbastanza avanti». La verità è che Conte vende soprattutto fiducia – quella per un governo europeista e senza Salvini dj in spiaggia – e chiede in cambio qualche jolly da poter giocare in patria contro gli ex amici sovranisti in camicia verde. «La Francia – risponde subito il governo di Parigi – condivide la necessità di avere una politica europea dell’asilo e la necessità di fare evolvere il regolamento di Dublino». Chiede flessibilità sui migranti, il premier. E ne ha bisogno anche sui conti pubblici. Nel faccia a faccia con von der Leyen, propone di scorporare dal deficit gli investimenti sul green e il digitale, i due pilastri della nuova Commissione, già nell’imminente legge di bilancio. La presidente resta cauta, ma fa sapere di aver avviato un «buono scambio su migrazione e economia», anche se al momento «senza risultati concreti, come del resto era previsto». Dovranno arrivare presto, i fatti. Perché il credito ai giallo-rossi svanirà in fretta. «Sul lavoro e sul fisco – confida davanti a un gate di Fiumicino Maurizio Landini a nome della Cgil – servono segnali in manovra. L’autunno è freddo, un po’ di legna per scaldarlo ci vuole…».