Sarebbe un errore considerare lo stragista mancato di Halle — che sperava di infilarsi in una scia nera internazionale che va da Utoya, Norvegia, a Christchurch, Nuova Zelanda — un caso isolato. Rinnegato dal padre, bollato dai vicini come un irriducibile lupo solitario, Stephan Balliet somiglia più al norvegese Andreas Breivik che a Tom W., il fondatore della cellula terroristica neonazista “Revolution Chemnitz” che da qualche giorno è in un carcere tedesco in attesa di processo. Ma i politici tedeschi, che si dicono scioccati dinanzi ai fatti di Halle, dovrebbero studiare molto più attentamente Tom W. Troppe volte si sono voltati dall’altra parte dinanzi a casi come quello del figlio di un noto picchiatore che cresce tra amici neonazisti, si fa tatuare “skinhead” sulla testa rasata, canta apertamente canzoni in cui si inneggia allo sterminio di ebrei e stranieri e conduce, indisturbato, un’esistenza da naziskin in un paesino della Sassonia. A quelli come lui si aggiunge un fenomeno inquietante che abbiamo raccontato molte volte su questo giornale e sul Venerdì. Secondo l’ultimo rapporto dei servizi segreti, ci sono 24mila estremisti di destra che infestano la Germania, la metà dei quali pronti alla violenza. E cresce il ruolo — visibilissimo se lo si vuol vedere — delle colonie neonaziste. Delle comunità di artamani, movimento fondato dai nazisti nel 1926, di voelkische o di bionazi che nelle teste non necessariamente rasate nascondono la stessa immondizia bruna che ha ispirato Stephan Balliet o Tom W. Adoratori del Reich mimetizzati da contadini che si trasferiscono nelle campagne desertificate dall’esodo verso ovest o verso le città e le colonizzano militarmente. Che mobbizzano i vicini finché non si trasferiscono altrove e lasciano spazio ad altri neonazisti. Che aspirano, come documentano alcuni pentiti, a crescere i figli secondo il credo hitleriano. Il caso più clamoroso è Jamel, villaggio del Meclemburgo-Pomerania abitato da 38 neonazi e due artisti, i Lohmeyers, che resistono coraggiosamente da anni. O Troeglitz, paesino della Sassonia-Anhalt invaso da una protesta bruna all’arrivo dei profughi talmente violenta da aver costretto il sindaco onorario ad andarsene. Episodi che si moltiplicano silenziosamente, come i “nastri bianchi” che il pastore sadico dello straordinario film di Michael Haneke metteva ai bambini in segno di purezza. Per prepararli, in futuro, a distribuire le stelle di David.