«Dio ci mise sei giorni a creare l’universo. A Mario Draghi sono bastate cinque parole per salvare l’euro». In questa fase di bilanci — giovedì ci sarà la sua ultima conferenza stampa da presidente della Bce — la gara dei superlativi l’ha vinta Steve Eisman, il solitario investitore americano che scommise sull’apocalisse dei subprime. Con il famoso «we’ll do whatever it takes» del 2012, Draghi dimostrò insomma di essere “meglio di Dio” secondo il leggendario hedge funder raccontato in “The Big Short-La grande scommessa”. Ma per capire il tocco magico dell’italiano vale anche la frase che gli scappò a Davos qualche anno fa. Incrociando Davide Serra, l’esuberante fondatore di Algebris che gli veniva incontro zoppicando, Draghi esclamò: «Finalmente t’hanno menato!». Nessun altro ha addomesticato i mercati come Draghi. Quel famoso luglio del 2012 in cui minacciò gli speculatori con il suo «proteggeremo l’euro a tutti i costi», faceva leva sul vecchio adagio secondo cui non si scommette mai contro una banca centrale, contro un’istituzione dotata dell’arma fine di mondo, la capacità di stampare moneta. Funzionò: l’euro si salvò, Draghi passò alla storia. Ma quella frase non cadeva in un vuoto pneumatico. Nei suoi discorsi in privato, il presidente della Bce — che ha sempre dimostrato di essere un fervente europeista — ama ricordare che quell’appuntamento arrivò qualche settimana dopo la fondamentale decisione della Ue di lanciare il porgetto di Unione bancaria. Un segnale inequivocabile ai mercati di ritrovata unità in Europa, premessa indispensabile per l’effetto dirompente del suo annuncio. Quando Draghi trasse le conseguenze di quella frase facendo votare in estate la Bce sullo scudo-antispread, l’unico a rompere l’unità fu il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann. Un episodio che divenne una costante, negli anni in cui Francoforte varò importanti misure straordinarie. Il Quantitative Easing nel 2015 — l’acquisto di titoli privati e pubblici — sconfisse la deflazione, le iniezioni di liquidità e il taglio dei tassi scongiurarono un crollo economico. Nei momenti importanti, la Germania delle banche, del mainstream ordoliberale e della Bundesbank si oppose sempre. Alcuni economisti tedeschi facendo persino ricorso due volte alla Corte costituzionale — con la Bundesbank che testimoniò contro la Bce — e perdendo entrambe le volte. Per fortuna Angela Merkel fu sempre dalla sua parte. I due si sono incontrati regolarmente in questi anni. E la cancelliera non si è mai espressa contro la Bce, anche quando il suo ministro più potente, Wolfgang Schaeuble, accusò Draghi di aver alimentato l’ultra destra Afd. Epico anche lo scontro a luglio del 2015 al Consiglio Ue di Bruxelles, quando Schaeuble si convinse che occorresse buttare fuori la Grecia dall’euro e Draghi si oppose. Per fortuna, la spuntarono lui e i Paesi più ragionevoli come la Francia e l’Italia che rifiutavano l’idea di un epilogo punitivo che avrebbe messo a repentaglio la tenuta della moneta unica. Ma decisivo fu anche allora il “sì” di Merkel. E un mese dopo Schaeuble svelò allo Spiegel di essere stato sull’orlo delle dimissioni. Negli anni, la sfinge Draghi ha scatenato una notevole furia creativa: un analista di Crédit Agricole tentò una “cravattologia”, tentando disperatamente di trovare una correlazione tra le cravatte indossate dal presidente della Bce e le sue decisioni più importanti. Due ricercatori giapponesi, Yoshiyuki Suimon e Daichi Isami, studiarono persino le espressioni facciali del governatore per ricavarne una qualche prevedibilità. Conclusione: Draghi ha una “faccia da poker”. Forse leggermente triste quando deve annunciare un bazooka. Ma persino il giapponese Kuroda è più emotivo. In realtà, già alla sua prima riunione, a novembre del 2011, Draghi dimostrò di che pasta era fatto. Inaugurò il suo mandato tagliando i tassi, sorprendendo non solo i tedeschi. E pazienza se la Bild gli aveva regalato qualche mese prima l’elmo prussiano per segnalare che l’italiano sarebbe stato germanizzato. È vero, Draghi si porta dentro il trauma dei risparmi lasciati dal padre e mangiati dall’inflazione degli anni Settanta. Ma si è strappato immediatamente l’elmo prussiano dalla testa quando ha capito che l’ortodossia retrò dei tedeschi non era scalfibile neanche in tempi di un palese rischio di stagnazione secolare e deflazione. Anzi, l’ultima rivoluzione, Draghi l’ha avviata al simposio di Jackson Hole del 2014, in un discorso «quasi senza precedenti per l’ortodossia della Bce», secondo il Financial Times, in cui chiese che i Paesi con margini fiscali sufficienti investissero per stimolare la fiacchissima domanda, Germania in primis. Un mantra che continua a ripetere anche oggi. Certo, guai a far riferimento alla nazionalità: è una vecchia ipocrisia della Bce e Draghi l’ha rispettata concedendo una sola intervista ai giornali italiani in otto anni e accogliendo ogni domanda sul suo Paese d’origine con un pizzico di fastidio. Il pupillo del Nobel Franco Modigliani e dell’immenso Federico Caffè, «l’allievo più vero dei gesuiti», come amava chiamarlo un altro grande economista italiano, Luigi Spaventa, ha sempre voluto spazzare via ogni sospetto di volersi tuffare prima o poi nell’eterno pantano della politica italiana. In questi anni alla Bce ha coltivato una solitudine ascetica e un po’ diffidente, addolcita dall’abilità diplomatica e da un’imbattibile ironia romana. Per dire: l’unica parola tedesca che Draghi abbia mai usato nelle sue conferenze stampa è “Angst”, “paura”. Ma i tedeschi non l’hanno mai capito. E continuano a rimpiangere quell’elmetto prussiano.