«Trent’anni fa hanno tutti proclamato la fine della Storia, e invece eccoci qua. Raramente ci siamo ritrovati in una situazione internazionale così pericolosa. E gli errori di oggi abbiamo cominciato ad accumularli proprio con la caduta del Muro di Berlino e la pia illusione che potessimo cominciare a disarmare». Michael Stürmer era consigliere di Helmut Kohl nei tumultuosi mesi della fine della Cortina di ferro e di quello che allora veniva chiamato “Impero del male”. Ed è proprio con la Russia sconfitta dalla rivoluzione di Gorbaciov e dalle rivolte dei popoli dei Paesi comunisti, che non abbiamo imparato a fare i conti, sostiene lo storico. Secondo Stürmer, opinionista controcorrente e grande esperto di questioni di sicurezza — fu anche consigliere di Angela Merkel — l’allargamento a Est della Nato e della Ue furono «frettolose e sbagliate». E le conseguenze rischiano di pesare a lungo sugli equilibri tra occidente e Russia. Stürmer, lei che bilancio fa di questi trent’anni? «Ci stiamo rendendo ridicoli agli occhi di Vladimir Putin. E se Donald Trump continuerà ad agire in questo modo, entro pochi anni la Nato sarà morta. Ma non possiamo dare la colpa solo a lui: anche noi tedeschi ci stiamo rendendo ridicoli rifiutandoci di pagare quel due per cento in spesa per la Difesa che abbiamo promesso. Anche noi screditiamo l’Alleanza atlantica. Tuttavia, il problema della Nato è anche più antico e affonda le radici nell’89». Si riferisce alla promessa della Nato mai mantenuta a Gorbaciov che non ci sarebbe stato l’allargamento a Est? Putin continua a ricordarla. «Parlo da storico. Sin dal diciottesimo secolo esiste una questione permanente nella storia europea che si può riassumere così: Polonia o Russia? Dal 1793 la Francia non poté più proteggere la Polonia; Caterina la Grande ne approfittò e se la prese. E il Congresso di Vienna, dividendo la Polonia, accontentò la Russia. È sempre rimasta contesa, come dimostra anche il nefasto patto Ribbentrop-Molotov con il quale Stalin e Hitler si spartirono segretamente la Polonia. Dopo la guerra la Polonia riconquistò fortunatamente la sua sovranità. Ma era di là della Cortina di ferro, nella sfera di influenza sovietica. Dopo la caduta del Muro, in un certo senso, la questione polacca è riemersa». Con l’allargamento a est della Nato? Ma era proprio la risposta della Polonia liberata da Mosca — del resto la prima breccia nel muro fu quella del 1980 a Danzica, con la Solidarnosc di Lech Walesa. «Certo. Ma se ci mettiamo nei panni dei russi, l’allargamento alle Repubbliche baltiche e alla Polonia e agli altri Paesi dell’Est fu come calpestare il suo cortile di casa». Ma il Patto di Varsavia era morto e quelle furono decisioni sovrane di quei Paesi. «E degli Stati Uniti. Al Pentagono, negli anni successivi alla caduta del Muro, la frase che risuonava più ossessivamente era “la Russia ha perso la guerra fredda”. Però, ripeto, non si può ignorare il modo di pensare di Mosca. Mi ricordo un evento negli anni Duemila durante il quale Medvedev e Putin minacciarono la guerra, se si fossero incluse Ucraina e Georgia. Raccontai di quell’episodio ad Angela Merkel». E la cancelliera frenò, infatti, sull’allargamento alla Georgia. «Per fortuna. Penso insomma che in quegli anni di euforia ma anche di avventatezza, si siano fatti degli errori madornali». Si sbagliò a includere i Paesi dell’Est nella Nato. «Si sarebbero dovute trovare forme diverse di collaborazione». Ma per quei Paesi era importante proprio avere lo scudo dell’Alleanza atlantica, dopo l’esperienza devastante del Patto di Varsavia. «Certo, ma ripeto, si sarebbe dovuto procedere con maggiore cautela e senza escludere la Russia. Lo stesso errore avvenne peraltro con l’allargamento a Est dell’Unione europea. Proporre all’Ucraina l’adesione mentre Putin stava cercando di costruire un’alleanza eurasiatica non è stato molto intelligente. Noi non possiamo sempre far finta che la Russia non esista. La politica nel Caucaso va fatta con molta, molta più diplomazia». Pensa che sarebbe saggio costruire un esercito europeo comune? «Assolutamente, ma prima dobbiamo imparare ad essere più affidabili nella Nato e pagare il nostro 2 per cento di spese militari…». Lei fu molto vicino a Kohl nei mesi cruciali della caduta del Muro. C’è sempre quest’idea di un cancelliere che diede il meglio di sé in quell’anno cruciale che va dal 9 novembre alla Riunificazione, un anno dopo. È così? «Fu il suo anno migliore, è vero. Però va detto che, contrariamente ad Angela Merkel, prima di diventare cancelliere era stato governatore regionale, un’esperienza fondamentale che gli insegnò che bisogna sempre parlare con gli altri. Kohl non avrebbe mai fatto l’errore di Merkel, che in totale solitudine disse nel 2015 “ce la faremo” quando i profughi stavano arrivando in tutta l’Europa e non solo in Germania».