E due. Dopo avere ingoiato il taglio immediato dei parlamentari, che quando era all’opposizione aveva fieramente avversato, il Partito democratico ribalta la sua linea su un altro tema chiave: la riforma della prescrizione, voluta anch’essa dai 5 Stelle ai tempi del governo gialloverde, e considerata allora dal Pd (saggiamente) una barbarie giudiziaria. Ma sull’altare della nuova alleanza con i grillini, il partito di Zingaretti sacrifica anche i diritti degli imputati: prima di tutto, quello a non restare sotto processo in eterno, di non consumare la propria vita in attesa di una sentenza definitiva. E invece no. A gennaio entra in vigore la legge che di fatto cancella la prescrizione. Ed entra in vigore con la benedizione del Pd. L’annuncio viene dato ieri, con comprensibile soddisfazione, dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede, che quella riforma ha fortemente voluto. Ieri Bonafede, in compagnia del premier Giuseppe Conte, incontra il suo predecessore Andrea Orlando, oggi vicesegretario del Pd. Insieme, ministro ed ex ministro si accordano per una riforma dell’intero sistema della giustizia italiana, per renderla più veloce e più efficiente. È una riforma di cui si parla da decenni, e che lo stesso Bonafede (uno dei due ministri del Conte 1 rimasti al loro posto nel Conte 2) aveva già promesso di varare entro il 2018, e di cui non si è vista traccia. Ora Bonafede annuncia, probabilmente senza crederci neanche lui, che la grande riforma sarà pronta entro quest’anno. Ma una cosa è certa: riforma o non riforma, il prossimo 1 gennaio entra in vigore la legge sulla prescrizione. «Tra gli obiettivi del nuovo governo non c’è quello di modificare la disciplina della prescrizione», dice il ministro all’uscita dal vertice. Renzi avverte che «diremo la nostra in Aula», mentre Andrea Orlando non fa una piega. Eppure appena venti giorni fa il suo capogruppo in commissione Giustizia, Alfredo Bazoli, spiegava al Foglio che «il primo passo da compiere per il nuovo governo è rinviare l’entrata in vigore della riforma della prescrizione, perché non possiamo lavorare con questa spada di Damocle sulla testa». Contrordine compagni: la spada resta lì, e a Capodanno piomberà sulla testa degli imputati. Invano, in questi mesi, giuristi di ogni orientamento hanno cercato di spiegare che la riforma avrà risultati opposti a quelli proclamati, allungando all’infinito, anziché accorciarli, i tempi della giustizia. Il testo è semplice, nella sua rudimentalità, ed è al comma e) del primo articolo della cosiddetta legge «spazzacorrotti». Dice semplicemente che «il corso della prescrizione rimane sospeso dalla pronunzia della sentenza di primo grado fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio». Dopo il primo grado, insomma, il processo entrerà in un iperspazio dove non esistono più tempi di durata: chi è stato assolto potrà restare anni e decenni col timore di un appello che ribalti tutto, chi è stato condannato aspetterà all’infinito di vedersi assolvere. Il suo certificato dei carichi pendenti resterà sporco, non avrà prestiti dalle banche, non potrà partecipare a concorsi pubblici. Come i penalisti italiani hanno spiegato inutilmente il 18 dicembre scorso, quando hanno scioperato contro la legge,l’unica molla che costringe i giudici a celebrare in tempi ragionevolii processi d’appello e in Cassazione è il decorso della prescrizione. Smontata quella molla, non c’è più fretta. Centotrentasei professori universitari avevano scritto al capo dello Stato denunciando la incostituzionalità della legge, e chiedendogli di rinviarla alle Camere. Niente da fare.

I Mondiali di atletica leggera appena iniziati in Qatar ci invitano a una riflessione all’in – dietro. Il mistero dello sport sta nel ritmo intermittente del suo apparire nel mondo greco, del suo consolidarsi per più di un millennio, del suo lunghissimo inabissarsi e infine del suo riapparire improvviso e planetario negli ultimi due secoli. Da questo punto di vista niente più dell’atletica leggera ha il compito del marcatempo. In queste emersioni e riemersioni è stata protagonista sempre. Se la parola “stadio” dal denominare una gara di corsa veloce come nell’antica Grecia è passata oggi a rappresentare l’edificio in cui si affollano gli sguardi della passione per lo sport egemone, ovvero il calcio, è perché li, in quell’assieparsi originario su degli spalti costruiti alla bisogna, è scoccata una scintilla: è dell’uomo che cerca di correre più velocemente di altri uomini la prima grande figurazione dello spettacolo sportivo nella civiltà europea, assieme all’uomo che cerca di lanciare più lontano gli strumenti antichi della caccia, o all’uomo che lotta con altri uomini attraverso la forza delle sue mani e del suo corpo. En passant, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è in corso una splendida mostra che ripercorre queste tracce classiche sempre degne di essere rivissute e ripensate. Per un caso che forse non è caso, la rinascita moderna dell’atletica è stata guidata nello sviluppo delle sue competizioni dai grandi imperi del mare, Inghilterra e Stati Uniti, eredi spirituali della talassocrazia ateniese. Questo spirito agonistico legato al correre e saltare è così forte negli States che ancora oggi i dati sulla pratica sportiva nelle high school vedono l’atletica leggera ai primi posti per partecipazione. Ma è stato il Novecento, preso nella sua interezza, il grande secolo della regina degli sport.

In primo luogo per la produzione di immaginario collettivo, di quei momenti che sembrano fermare il normale corso del mondo e delle cose per creare poi memorie condivise. Voltare lo sguardo all’indie – tro dà le vertigini. L’arrivo barcollante di Dorando Pietri, le vittorie e i record di Jesse Owens ed Emile Zatopek, i pugni guantati di Smith e Carlos, il salto rivoluzionario di Fosbury, il duello tra Gebre e Tergat… ogni appassionato potrebbe continuare in eterno a elencare stelle e campioni, producendo un rispecchiamento nel senso comune. Anche aspetti apparentemente laterali del costume e del linguaggio ci raccontano della potenza sportiva e culturale dell’atletica. Da dove nascono infatti i due grandi imperi globali dell’abbigliamento sportivo se non attorno a una pista, nella Berlino dei Giochi Olimpici del 1936 e più avanti nella costa ovest degli States? Chi precede le iconizzazioni eroiche delle grandi stelle afroamericane del basket Nba, oggi divenute un vero codice culturale globale, soprattutto a livello giovanile? Non era forse il basket d’Ol – treoceano inizialmente definito alle nostre latitudini come “atletica giocata”? Uno sport grande anche nelle sue nefandezze, capace nell’ultima parte del secolo di lasciarsi attraversare dal male diventando luogo di aberrazioni mediche e prigionie del sogno di vincere. La storia procede per trasformazioni, spostando e ricreando gerarchie, anche quella dello sport, che ormai ha una sua consistenza. L’atletica nell’èra dell’intrattenimen – to globale non sta più sul trono. È pressoché scomparsa dai palinsesti televisivi, perché oggi gli stessi vivono al ritmo di eventi quotidiani che solo pochi sport possono fornire, calcio in primis. Di riflesso la sua presenza sui social è evanescente, idem l’appeal nei confronti degli sponsor, soprattutto dopo il ritiro di Usain Bolt. La sua capacità di creare immaginario è ormai molto limitata, la corsa al record quasi esaurita nella sua funzione storica. È diventata nicchia da addetti ai lavori. Che impronta ha lasciato nel grande pubblico un campione assoluto come Van Niekerk, capace in questi anni di avvicinare la barriera dei 43 secondi nei 400 metri? Praticamente nessuna. È come se la teoria della fine della storia propugnata sul finire degli anni Novanta del secolo scorso da Francis Fukuyama fosse diventata spendibile non per le grandi vicende della politica, che l’hanno invece sonoramente smentita, bensì per quelle sportive dell’atletica leggera. C’è un elemento simbolico che racconta questa fine. Oggi la pista è l’elemento negativo per eccellenza che si frappone al godimento estetico di una partita di calcio. Per questo motivo esistono sempre meno stadi di grandi dimensioni riservati all’atletica. Anche per quelli olimpici una volta terminato l’evento la stessa pista viene occultata, come accaduto a Londra, e magari in futuro prenderà sempre più piede l’idea delle piste smontabili, come visto qualche anno fa in Scozia all’Hampden Park per i Giochi del Commonwealth. Ci sono poi due grandi cambiamenti intervenuti nel nuovo millennio da tenere in considerazione ai fini della nostra analisi. Da un lato gli effetti delle inchieste legate al doping. Il grande protagonista dell’atletica in questi ultimi anni assieme a Bolt non è stato un atleta, bensì un giornalista, il tedesco Hajo Seppelt, autore di numerose inchieste sull’utilizzo di sostanze dopanti, a partire da quella detonante del 2014 contro il sistema sportivo russo, che nemmeno a Doha potrà schierare ufficialmente i suoi atleti. Negli ultimi anni si è incrinata anche l’immagine delle due isole felici dell’ondata globalizzante che ha coinvolto l’atletica negli ultimi trent’anni, ovvero Jamaica e Kenya, fra i pochi luoghi al mondo in cui la corsa, veloce o di resistenza che sia, è ancora passione sociale e sogno aspirazionale di bambini e bambine, in un desiderio di fuga dalla povertà come solo il rap e il basket nei ghetti americani o il calcio in Sudamerica. Sempre più numerose le accuse, le inchieste e le squalifiche per casi accertati di doping. La stessa atletica italiana è da anni sui giornali quasi solo per il caso Schwazer, nei suoi infiniti strascichi giudiziari. La seconda riguarda il legame tra l’atletica di alto livello e la società. L’agonismo greco aveva una sola regola: l’importanza esclusiva del vincere. C’era però chi ne contestava i fondamenti già al tempo. Senofane ammoniva come le vittorie degli atleti in nulla partecipassero all’ac – crescimento della ricchezza materiale della polis, al contrario delle conoscenze tecniche e scientifiche. Oggi per la corsa non è più così. Nel boom contemporaneo del running va letta una rivincita dell’utile sull’inutile rappresentato dalle medaglie. La stragrande maggioranza dei runner corre per restare in salute, per sopravvivere meglio allo stress, per vivere meglio parchi e spazi delle nostre città. Soprattutto non corre perché ispirata dalle performance della ristretta élite di atleti professionisti. Il massimo dell’utili – tà anche per gli stati, alle prese con una sostenibilità dei sistemi sanitari sempre più incerta. C’è poi una grande trasformazione demografica collegata: oggi si comincia in prevalenza a correre nelle età mediane della vita, quando invece l’agonismo è da sempre legato alla gioventù biologica e rifugge ogni invecchiamento. Le forme partecipative in cui sempre più i runner si radunano assomigliano ormai ai concerti più che agli agoni classici. Cinque anni fa la copertina della maratona di New York andò alla tennista Caroline Wozniacki, che la corse in tre ore e ventisei minuti per finalità benefiche, non a chi aveva vinto. È tutto perduto? Le piste sono solo un resto archeologico? Non proprio. Anche se è impossibile restaurare interamente la grandezza perduta, la fine dell’atletica non va intesa in termini definitivi di scomparsa e cessazione. Come quelle stelle di cui possiamo continuare a vedere la luce anche dopo la loro morte, la possibilità di nuovi bagliori, nuovi entusiasmi e nuovi coinvolgimenti c’è ancora. Lo abbiamo visto in Italia con la scintilla generata dal “sub 10” di Filippo Tortu nei 100 metri, e basta soltanto pensarlo nei prossimi anni in lotta per una medaglia ai Mondiali o ai Giochi Olimpici per immaginare quanta elettricità potrebbe tornare in circolo. Certo, su questo pessimismo cosmico molto influisce la nostra latitudine. Un grande storico dell’eco – nomia scomparso da poco, Immanuel Wallerstein, aveva creato una classificazione del ruolo ricoperto dalle varie nazioni nel sistema economico mondiale, dividendole in centrali, semiperiferiche e periferiche. È una distinzione che torna utile anche per analizzare il percorso storico dell’atletica italiana. Centrali nella fase di sviluppo iniziale e nella ripresa del Dopoguerra (Brera parlò della Fidal come di una “federazione santa”), poi protagonisti indiscussi nel ventennio d’oro tra anni Settanta e Novanta, con icone mondiali come Pietro Mennea e Sara Simeoni, ma anche per l’organizzazione scientifica degli allenamenti e le metodologie innovative. Semiperiferici nella prima decade del nuovo millennio, con qualche grande acuto: la cavalcata di Stefano Baldini ad Atene, l’urlo feroce di Andrew Howe secondo nel salto in lungo ai Mondiali di Osaka del 2007, o l’eleganza esplosiva di Antonietta Di Martino, che sarà a Doha per ricevere la sua terza medaglia mondiale, il bronzo dell’edizione 2009 riassegnato per la squalifica di Anna Chicherova. Totalmente periferici invece nel decennio che sta per concludersi, in cui andare alle grandi competizioni è stato un impegno a metà tra inerzia burocratica e gita turistica. Nell’ultimo periodo qualcosa si sta muovendo a livello di prestazioni, sia a livello giovanile che coi grandi. A Doha il gruppo azzurro ha una qualità media più alta che nel recente passato, e atleti come Luminosa Bogliolo o Yeman Crippa incarnano molto bene questo nuovo corso, perché stanno raggiungendo una continuità internazionale ragguardevole. L’atletica italiana è ancora fatta della vitalità di società storiche, dei tanti centri di provincia dove nonostante il declino mediatico si continua ancora ad andare al campo di pomeriggio e a provare la magia di correre più veloce degli altri, saltare più in lungo, o più in alto, della passione smisurata di tanti allenatori (che però, va detto, non ha ancora conosciuto quel salto professionale fatto invece dal nuoto). Perché c’è una cosa che la scomparsa dai palinsesti non può togliere. La pienezza educativa che regala la sua pratica, ovvero quella dimensione del migliorare solo sulla base di sacrifici legati a obiettivi, mai per caso o fortuna, mai per l’aiuto di altri, mai per l’er – rore di altri, con l’aiuto tecnologico poco o punto influente nella maggior parte delle tante specialità di cui si compone. La responsabilità integrale di fare le cose da soli, col tempo e gli avversari che ti misurano a ogni passo. L’atletica è finita, lunga vita all’atletica.

E’ la dilatazione nel tempo, la capacità di resistere agli eventi, che trasforma una storia in epopea. Una storia ha un principio, uno sviluppo e una fine. Tommaso Buscetta era un mafioso, Tommaso Buscetta si è pentito e ha raccontato la mafia come nessuno prima di lui aveva fatto, Tommaso Buscetta è morto. Fine della storia, e inizio dell’epopea del “boss dei due mondi”. Buscetta è per sempre. La parabola di don Masino ha raggiunto la fase del pentitismo editoriale. Le sue azioni, criminali e post criminali, diventano gesta da raccontare, vanno oltre le categorie spazio-temporali dei comuni mortali. Il dilemma si fa esistenziale: è nato prima l’uovo o la gallina? La verità è che senza i media la storia di Buscetta non sarebbe mai diventata epica e oggi si arricchisce di due nuovi capitoli. Il grande pubblico ha potuto vedere in prima serata su La 7 “Our Godfather: The Man the mafia Could Not Kill” (“Il nostro Padrino: l’uomo che la mafia non poté uccidere”), documentario firmato dai cineasti statunitensi Max Franchetti e Andrew Meier. Un lavoro ben fatto, specie nella raccolta del materiale inedito sulla vita di Buscetta. Cosa faceva, come viveva, qual è stato il rapporto di Buscetta con moglie e figli mentre era sotto protezione in America: “Our Godfather” è tutto questo. Consegna allo spettatore l’aspetto più intimo della vicenda senza dovere neppure guardare attraverso il buco della serratura. Buscetta che mangia, Buscetta che gioca nel giardino di una villetta in perfetto stile americano, Buscetta che apre i regali di Natale, Buscetta che si fa in quattro per tenere in piedi la sua famiglia, di sangue non di onore. Sono immagini che strizzano l’occhio alla visione epica del collaboratore di giustizia. L’umanità è mostrata sullo scaffale della schermo televisivo. Basta allungare la mano per afferrarla e trovarsi, senza neppure accorgersene, a simpatizzare per Buscetta. Si corre il rischio di perdere di vista la sostanza delle cose. Ci ha pensato un magistrato, l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, a mettere a fuoco il dibattito televisivo. Come? Invitando tutti a non dimenticare l’indimenticabile e cioè che Buscetta è stato innanzitutto un “grande criminale”, uno che, codice penale alla mano, nulla si è fatto mancare. Pignatone ha avuto, dal di fuori, lo stesso ruolo dell’avvocato Franco Coppi nella vicenda processuale, riprodotta dentro il film “Il Traditore” di Marco Bellocchio. Inquadrare Buscetta dall’angolatura dell’umanità genera empatia verso il personaggio. Il regista cede all’epopea, ma cerca di trovare l’equilibrio dell’obiettività. La figura di Coppi, storico avvocato di Giulio Andreotti, fa da contraltare all’immagine del carnefice che diventa buono. Di certo non è un eroe. Le sicurezze di Buscetta vacillarono in un serrato confronto in aula. Il penalista ridimensionò la credibilità del pentito assurto ad oracolo. Un ruolo in cui Buscetta si muoveva a proprio agio con tutta la necessaria teatralità, di cui il boss sapeva di essere dotato. E’ stato considerato il depositario di tutti, ma proprio tutti, i segreti di Cosa Nostra. Era stato legittimato a ritenersi indispensabile e inattaccabile, fino al punto da perdonargli di non avere detto tutta la verità neppure all’uomo che gli “salvò” la vita, Giovanni Falcone. L’epopea di Buscetta è approdata al festival di Cannes, completando un percorso partito da lontano. Dalle interviste rilasciate decenni fa ad alcuni giganti del giornalismo. E’ al – lora che nasce il modello mediaticogiudiziario, i cui rivoli sono contemporanei. Un pentito non può restare confinato alla freddezza di un verbale, per esistere e resistere nel tempo ha bisogno di uscire dalle aula di giustizia. Don Masino ha fatto scuola anche in questo. E così i pentiti fanno le loro comparsate, travestiti, nei talk show televisivi, oppure intervistati sulle colonne dei giornali. Come si intervista un collaboratore di giustizia, si presenta una domanda in carta bollata all’ufficio pentiti? Forse sono i pentiti a scegliere la persona a cui affidare le proprie riflessioni. E’ più comodo, anche per aggirare le norme di sicurezza. Il programma di protezione dovrebbe essere rigidissimo, eppure la cinture di sicurezza si allentano. Lo steccato che dovrebbe separare il collaboratore dal mondo esterno diventa di burro quando ci sono di mezzo un microfono o un taccuino. Il perimetro dei 180 giorni, termine entro cui si deve dire tutto ciò che si conosce della mafia, sta stretto ai collaboratori. Di tanto in tanto i vecchi pentiti, quelli nati sull’onda lunga di don Masino, hanno bisogno di farsi vedere. Altrimenti finirebbero per essere dimenticati come dei delinquenti qualunque. E così capita che Francesco Di Carlo, interpellato dalla stampa, definisca “reduci nostalgici di un passato che non esiste più” i boss che hanno tentato pochi mesi fa a Palermo di rimettere in piedi la cupola di Cosa Nostra. Oppure che Pasquale Di Filippo lanci un appello a Matteo Messina Denaro affinché si costituisca, si arrenda di fronte allo Stato che è più forte e ha vinto. Di quale Stato si parla, di quello che, secondo Di Filippo, è talmente marcio da avere protetto chi ha voluto le stragi? Lo Stato un rigo prima è vincente, e in quello successivo protegge inconfessabili segreti e i farabutti che li custodiscono. Capita pure che Giovanni Brusca chieda scusa per le vittime delle stragi, lo stesso Brusca che con lo Stato ha giocato due partite. La prima, secondo l’impostazione accusatoria, durante la stagione della trattativa Stato-mafia per mettere in ginocchio la Repubblica e obbligarla a cedere ai boss pur di fermare le bombe. La seconda, per ottenere benefici carcerari e permessi premio. Capita che un altro pentito storico, Gaspare Mutolo, nel corso di un’intervista dica che Messina Denaro (sempre lui, il padrino trapanese non è solo l’ultimo dei latitanti, ma anche l’unico a garantire ai pentiti mediatici una ribalta nazionale) al massimo può fare il capo a Trapani e dintorni perché i palermitani mai gli consentirebbero di stare al vertice. Lo dice Mutolo, che ha smesso di fare il mafioso da una vita. Il problema si fa serio quando si registra il percorso inverso. Dai verbali si è passati ai media, ma dai media si ritorna nei processi. I pentiti, questi smemorati, ricordano dopo decenni di collaborazione verità terribili che hanno taciuto. Vincenzo Lo Giudice, un tempo a capo di uno dei più potenti clan di Reggio Calabria, ad esempio, si era dimenticato di riferire che fu il poliziotto Giovanni Aiello, alias Faccia di mostro, personaggio a cui sono state attribuite le peggiori nefandezze, aveva in mano il telecomando della strage Borsellino. E avrebbe pure partecipato all’omici – dio dell’agente Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, trucidati nel 1989. A Maurizio Avola, killer catanese di ottanta omicidi, la memoria è tornata venticinque anni dopo essere diventato un collaboratore di giustizia. Si è ricordato che fu un commando di siciliani e calabresi ad assassinare, nel 1991 a Villa San Giovanni, il magistrato della Corte di Cassazione Antonino Scopelliti. Quel delitto avrebbe suggellato il patto fra la mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese durante la stagione stragista. Le indagini sulla trattativa Stato-mafia (l’inchiesta a Palermo ha prodotto l’aporia della condanna in primo grado di mafiosi e ufficiali dei carabinieri, e l’asso – luzione in due processi di Calogero Mannino che, secondo l’accusa, diede il via al patto sporco) sono da qualche tempo approdate in terra calabrese. Avola dice di avere ucciso Scopelliti e assieme a lui c’era anche Matteo Messina Denaro. Lo racconta solo oggi, al termine di un travaglio psicologico che lo ha condotto a smettere di avere paura dei “circuiti massonici” a cui il boss trapanese è legato. Ci sono sempre gli uomini neri a tappare la bocca. Racconti impossibili da verificare, ma anche da smentire. Basta e avanza per imbastire nuovi processi, ma non per interrogarsi sulla giustizia che ne è venuta fuori. Il risultato è che dopo decenni le verità non ci sono e non si ha il coraggio di dire che la responsabilità è anche dei pentiti e della loro gestione. Per farlo bisognerebbe ammettere che la giustizia si è troppo spesso appiattita sulle dichiarazioni di pentiti e testimoni, che una certa magistratura ha trovato nei loro racconti ciò che voleva trovare. Senza malafede alcuna, ma per il difetto, tutto umano, di guardarsi allo specchio e di piacersi. In alcuni casi è la generosità del pubblico ministero a spingerlo nel confortevole abbraccio dei collaboratori di giustizia, a fargli perdonare le dichiarazioni tardive che, a mente fredda, dovrebbero indurre a riconsiderare il riconoscimento del programma di protezione e della premialità che prevede. Ed invece c’è posto per tutti sotto l’ombrello dello Stato. Lo Stato assassino che ha ucciso i suoi figli migliori, sacrificandoli all’altare delle trattative varie, mantiene una pletora di collaboratori destinatari del reddito di cittadinanza per ex mafiosi. Il pentitismo editoriale tocca con Buscetta il punto più alto. Gli altri venuti dopo di lui si devono accontentare delle bucce, degli scarti tranne Salvatore Contorno, che si accodò a Buscetta. Si narra che quest’ultimo gli diede il permesso di collaborare. “Cosa Nostra è finita Totuccio, puoi parlare”. Non è un caso che Contorno faccia la comparsa, il comprimario di Buscetta nel film come nella vita. Tutti gli altri si arrabattano fra libri, interviste, articoli, ma vuoi mettere la Croisette di Cannes o la notte degli Oscar, manifestazione alla quale l’Italia ha deciso di candidare “Il Traditore”. Non gli resta che accontentarsi del bicchiere mezzo pieno. Non saranno mai come Buscetta, ma neppure come i pentiti della nuova mafia. Picciotti di borgata sono diventati boss e quando si pentono hanno da raccontare storie di malaffare. Giuseppe Tantillo, mafioso del rione Borgo Vecchio, faceva le dirette Facebook per mettere in piazza le vergogne di chi lo denigrava. E’ la mafia di oggi che regna in una città, Palermo, dove troppa gente si riconosce nella subcultura se è vero, come è vero, che certi modelli restano dominanti. Chi si pente oggi ha pochissimo da raccontare rispetto a ciò che gli investigatori hanno già raccolto senza il loro aiuto. Niente di sostanziale viene svelato che non sia già noto. I pentiti straccioni della mafia dei rimasugli servono a puntellare impianti accusatori già solidi. Nessuno si ricorderà di loro già da domani. E’ nel passato allora, a Messina Denaro che è l’ultima pedina in libertà della Cosa Nostra che fu, alla guerra degli anni Ottanta, allo scontro fra i boss palermitani e i corleonesi di Totò Riina, agli s cappati in America, che si deve rimestare per farsi notare oltre i confini dello Stretto. La galleria dei buoni da cui attingere si è quasi esaurita, ma l’antimafia editoriale bisogno di auto alimentarsi. I vecchi pentiti hanno il cassetto dei ricordi sempre pieno. E’ vero, non saranno mai protagonisti di un epopea come lo è il boss dei due mondi, don Masino Buscetta, almeno non saranno schiacciati dall’indifferenza.

“Legge ingiusta legge nulla”. Agostino d’Ippona, De libero arbitrio.

Evasione, perché chiamarla così? Secondo la Treccani significa fuga da un luogo di costrizione, una prigione, un manicomio criminale e via dicendo. Dunque il sistema fiscale è un carcere. In tal caso difficile non simpatizzare con chi taglia le sbarre e annoda le lenzuola, soprattutto se la sua colpa è emendabile. Per un prigioniero di guerra scappare è un dovere, per chi è tartassato dal Principe una necessità, legittimata anche dalla chiesa cristiana. Insomma, attenti alle parole. La stessa Treccani ci dice però che evasore è anche chi si sottrae a un dovere, a un impegno, a un patto. E questa è l’accezione comune con la quale viene marchiato chi non paga le tasse. Ma se il dovere nasce da un contratto, implicito o esplicito, tra l’individuo e il potere, allora bisogna mettere in discussione quell’accordo. E’ utile, funziona ancora, va rivisto e come, a favore di chi? La stiamo facendo lunga e giochiamo con le parole come un chierico scolastico? Non proprio perché è stato Giuseppe Conte a proporre “un nuovo patto” tra stato e cittadini in base al quale l’evasione fiscale non solo va bollata come reato, ma non diventa più conveniente. Sul piano formale, ha ragione: la discussione va portata dal campo del buono e del giusto in quello dell’utile. Vasto programma, perché si tratta di cambiare niente meno che l’accordo di fondo sul quale si è retta l’Italia per oltre mezzo secolo, in base al quale la lotta all’evasione si è sempre trasformata in una illusione. Lavorate come e dove potete, fatevi la casa come e dove volete, pensate da soli a figli, nipoti e nonni, arricchitevi se ci riuscite, fate quel che vi è possibile, soprattutto quello che non può e non sa fare uno stato confuso, inefficiente, labirintico, frutto di sovrapposizioni storiche: i piemontesi, i borboni, i papalini, gli austriaci, i napoleonici, tutti hanno aggiunto il loro mattone costruendo una torre di Babele dove alberano migliaia di norme (187 mila quelle emanate dall’inizio dell’Italia unita nel 1861) che per lo più non vengono rispettate. Il leghista Roberto Calderoli aveva lanciato una propria campagna contro le “375 mila leggi inutili”, poi ha fatto il ministro e ne ha aggiunte altre. Nel secondo Dopoguerra, spiega Andrea Angeli, il sistema tributario italiano era strutturato su un complesso di norme basate per lo più sulle numerose imposte e tasse istituite negli anni dell’Italia liberale e fascista. I controlli sulle dichiarazioni dei redditi da parte dell’amministrazione finanziaria erano effettuati a sorteggio (cioè in base alla pura casualità) e spettava al fisco l’onere della prova per smentire la presunta veridicità della dichiarazione del contribuente. Con la riforma e la razionalizzazione del sistema tributario avvenuta tra il 1971 e il 1974 (imposta sul reddito, sul valore aggiunto, comunale e via via tassando), emerse che tale sistema di controlli a campione non poteva reggere in un sistema produttivo come quello italiano, caratterizzato da imprese di piccole e piccolissime dimensioni, lavoratori autonomi e professionisti. Gli unici a pagare con certezza sono i lavoratori dipendenti e i pensionati, ma non basta. Di fronte a un’evasione di massa, l’amministrazio – ne finanziaria ha introdotto controlli basati su metodi statistici pensati per prevenire e reprimere: si tratta di accertamenti costruiti sulle presunzioni, cioè su paragoni tra quanto il contribuente ha dichiarato e quanto, in base a determinati calcoli e medie, il fisco presumeva fosse il suo reddito reale. Dagli anni ’80 in poi sono arrivate le manette agli evasori (1982), poi il cosiddetto redditometro (1983), i coefficienti presuntivi (1989), la minimum tax (1993) e i parametri (1995), fino ad arrivare agli studi di settore (1998). Negli anni più recenti è entrata in campo Equitalia, poi l’Agenzia delle entrate. E’ stato provato tutto e di più con scarsi risultati. Gli agenti del fisco si danno da fare, gli accertamenti sono massicci e si concludono quasi sempre con addebiti nei confronti dei contribuenti. Eppure tra ricorsi, patteggiamenti, inefficienza burocratica, lo stato riesce a recuperare in media appena l’11 per cento del dovuto. La Guardia di Finanza l’anno scorso ha individuato 13.957 evasori, ne ha arrestati 400, nessuno è stato messo in prigione. Negli anni precedenti è stato ancora peggio: 11.303 denunce nel 2016 con 99 arresti, 12.375 nel 2017 con 226 arresti. In Spagna c’è El cobrador del frac, l’esattore in frac, lavora per un’agenzia di recupero crediti alla quale si ricorre quando tutte le procedure abituali hanno fallito. Allora entra in scena l’uomo vestito in marsina nera con cappello a cilindro, utilizza tecniche come la persuasione diretta, l’annuncio ai vicini, agli amici, ai soci, ai colleghi, che il tizio o l’azienda non pagano. Ricorre alla sanzione sociale, sfrutta la vergogna che deriva dal rendere pubblica la colpa. Guadagna il 50 per cento di quanto recuperato, ma il successo è garantito. La fantasia spagnola ha fatto nascere anche El torero del moroso, El monasterio de cobro, El zorro cobrador. Non è la soluzione, però entro certi limiti funziona e grazie al sostegno di un apparato statale mediamente efficiente, l’evasione è tornata nella media europea, mentre il fisco ha messo a segno colpi spettacolari e milionari come quello contro Cristiano Ronaldo il quale ha raggiunto un accordo per una multa da 19 milioni di euro e due anni di carcere; poi ha lasciato Madrid per Torino, il Real per la Juventus. L’ultima grande speranza in Italia l’aveva suscitata Matteo Renzi tre anni fa. “La lotta all’evasione ha raggiunto nel 2015 il record di tutti i tempi con quasi 15 miliardi di euro recuperati. Dopo i Gufi, insomma, facciamo i conti anche con i Vampiri”, esultava l’allora capo del governo annunciando che sarebbe stata chiusa la caverna dove si annidavano i chirotteri ematofagi: Equitalia. In realtà, la bistrattata struttura più che sparire veniva riassorbita dall’Agenzia delle entrate. Era nata con il nome di Riscossione spa nel 2005 grazie a Giulio Tremonti poi era diventata Equitalia con Vincenzo Visco che pure, quando venne introdotta, aveva votato contro. Va ricordato che prima lo stato incassava il 3 per cento rispetto agli accertamenti e versava quasi tutto l’ammontare alle banche esattrici che si spartivano la penisola. Chi ha ancora memoria non dimentica i tre milioni di cartelle pazze, la scoperta delle frodi carosello, le inchieste sulle società di calcio, una procedura tributaria fatta di almeno sette passaggi confusi e contraddittori. Quanto ai 15 miliardi di euro vantati da Renzi, sono la sommatoria di recuperi permanenti e di misure una tantum come la dichiarazione volontaria dei redditi detenuti all’estero dalla quale sono venuti oltre 4 miliardi. La Corte dei Conti ha contestato i fantasmagorici risultati: le imposte recuperate nel 2015 si sono ridotte del 17,7 per cento, gli incassi versati dagli evasori ammontano a 7,7 miliardi, anche i controlli fiscali sono inferiori. Il rapporto Fmi-Ocse sullo stato dell’amministra – zione tributaria in Italia mette in luce una consistente perdita di gettito, soprattutto per quanto riguarda l’Iva. Il divario s’aggira sul 30 per cento, ben oltre la media Ue che è di poco sopra il 15 per cento e molto superiore a Francia (9 per cento), Regno Unito (10 per cento), Germania (11 per cento). Senza contare che il fisco italiano non è in grado di controllare in tempo rapido le dichiarazioni annuali. La sede Inps a Roma Eur possiede la più grande banca dati anagrafica d’Europa. Quattro piani sotterranei di server, 500 addetti, 100 milioni di codici per gestire 61 milioni di contribuenti e 1,6 milioni di aziende. Un patrimonio che rimane in gran parte sottoutilizzato perché, allo stato attuale, è difficile, talvolta impossibile, incrociarlo con altre banche dati (Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Inail). E’ sull’Iva che bisogna battere secondo Vincenzo Visco, ex ministro nei governi Prodi e D’Alema, oltre che docente di Scienza delle finanze. Nel 2017 in Italia sono stati evasi 33 e rotti miliardi di euro, in Francia che ha la stessa popolazione 13 miliardi, in Germania che conta più contribuenti 25 miliardi. Visco ha presentato una proposta controcorrente: unificare le aliquote al 15 per cento (oggi sono il 4, 10 e 22 per cento). “L’evasione – secondo l’economista – si sviluppa non dichiarando le operazioni imponibili. Quindi, occorre concentrare i controlli sull’Iva trattenuta o quella portata indebitamente a credito. Si vede così che le tre aliquote vengono usate in modo strumentale. Un’aliquota unica, invece, consente di raccogliere fino a 6 miliardi in più che si aggiungono ai recuperi possibili applicando in modo generalizzato strumenti come l’autofatturazione o la fattura e lo scontrino telematico. Visco stima che si possa rastrellare addirittura 60 miliardi di euro, ma non si nasconde la scarsa praticabilità politica di un intervento tanto massiccio sulle imposte indirette, una proposta ben più radicale della flat tax per le piccole partite Iva introdotta da Matteo Salvini i cui effetti sono ancora da calcolare. Le mancate entrate fiscali e contributive, secondo le stime, ammontano a 110 miliardi a fronte di una economia sommersa (“non osservata dall’ammi – nistrazione pubblica” è la definizione burocratica) di 211 miliardi pari al 13 per cento del prodotto lordo: i calcoli sono dell’Istat e secondo molti economisti sono sottostimati. L’evasione non tocca solo l’Iva o i redditi parcheggiati all’estero. C’è la resistenza degli enti locali: su poco più di 8.000 comuni presenti in Italia, infatti, solo 550 hanno collaborato con l’amministrazione finanziaria. L’altra grande partita si gioca sul mercato del lavoro. Gabriella Di Michele, che dall’Agenzia delle entrate è passata due anni fa all’Inps, ha parlato di 60.000 aziende e 100.000 lavoratori che hanno usufruito indebitamente dello sgravio contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato. Un’altra tessera del mosaico perché la lotta all’evasione non è fatta di annunci, ma si costruisce ogni giorno, pezzo dopo pezzo. La guerra al contante può essere una di queste mattonelle? Secondo Giulio Tremonti “è la tipica forma di intervento demagogico e regressivo, perché il contante in Italia è prima di tutto lo strumento dei poveri e degli anziani. Con campagne di questo tipo, se anche non ti importa di perdere i voti, certamente non guadagni gettito perché spingi ancora più sul nero. Bisogna cambiare ottica”, ha dichiarato al Sole 24 Ore l’ex ministro. E’ una battaglia senza fine quella tra il fisco e il contribuente, che oggi si sposta anche sul piano tecnologico e arriva fino a prospettare pagamenti realizzati con l’iride o con la mano. Strumenti meramente repressivi lasciano il tempo che trovano, o meglio il tempo di trovare nuove scappatoie. Tutto questo rilancia l’idea del nuovo patto, ma su che basi concrete può essere realizzato? Qualche cifra per avere un’idea di che cosa si parla. I contribuenti italiani tra gennaio e dicembre 2018 hanno pagato 463 miliardi e 296 milioni di euro. Accanto a quelle dirette sul reddito (Irpef sulle persone fisiche, Ires sulle società, Irap sulle attività produttive, Isos sostitutiva sui capitali, Imu, municipale) pari a 247,6 miliardi dei quali 187,4 miliardi dall’Ir – pef, ci sono le imposte indirette (215,6 miliardi), la più importante è l’Iva che colpisce il valore aggiunto (aliquota media 22 per cento) e genera un gettito di 133 miliardi l’anno scorso. Esistono le imposte che gravano sui consumi (per esempio il tabacco), le accise (imposte di fabbricazione e vendita come sulla benzina attraverso la quale si pagano ancora i trasferimenti per i terremoti le catastrofi naturali di mezzo secolo fa), c’è anche la tassa sui televisori per finanziare la Rai, sono 2,1 miliardi di euro che si pagano insieme alle bollette elettriche, una vera offesa al principio base della trasparenza. Vengono colpiti i risparmi, i depositi bancari, i capitali, gli aeroporti, i porti, gli alberghi (pagate dai clienti). Le patrimoniali sulla proprietà portano al fisco circa 45 miliardi: l’imposta di bollo (6,8 miliardi), l’imposta di registro e sostitutiva (5,2 miliardi), l’imposta ipotecaria (1,6 miliardi), i diritti catastali (659 milioni appena), poi il bollo auto (6,6 milioni), l’imposta su transazioni finanziarie (solo 400 milioni), l’imposta sulle successioni e donazioni (736 milioni, tra le più basse in Europa), imposte minori come quelle sul patrimonio netto delle imprese e sulle imbarcazioni e aeromobili. Il grosso del gettito, quasi 22 miliardi di euro l’anno, proviene dalle abitazioni con l’Ici/Imu/Tasi. Sfioriamo soltanto, per non perderci, il bosco dei contributi sociali che gravano per 229,5 miliardi (dei quali 211,4 all’Inps ) sui lavoratori e sugli imprenditori. Insomma una giungla fitta e opaca. Disboscarla è una condizione per dare consistenza e legittimità anche alla lotta all’evasione. Nelle sue considerazioni finali lette il 31 maggio di quest’anno, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha chiesto esplicitamente di rivedere il sistema fiscale nel suo insieme. Rileggiamo le sue parole già dimenticate stando al dibattito politico di questi giorni: “Il paese ha bisogno di un’ampia riforma fiscale. Dai primi anni Settanta del secolo scorso sono state introdotte nuove forme di tassazione ed è stato progressivamente definito un complesso insieme di agevolazioni e di esenzioni, nell’assenza di un disegno organico e con indirizzi non sempre coerenti. Rivedendo solo alcune agevolazioni o modificando la struttura di una singola imposta si proseguirebbe in questo processo di stratificazione. Bisogna invece interromperlo, per disegnare una struttura stabile che dia certezze a chi produce e consuma, investe e risparmia, con un intervento volto a premiare il lavoro e favorire l’attività di impresa”. E’ una operazione complessa da compiere con realismo spalmandola su più anni. Il governo gialloverde non ha dato retta al governatore. Quello giallorosso?

E’ il Friday for Future e il neoministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, giunto al governo rossogiallo in quota gialla, su Twitter dà seguito all’impegno ecologista dopo aver inviato alle scuole la circolare simbolica per le assenze causa manifestazione per il cambiamento climatico – e dunque rituitta gli articoli di siti e quotidiani sulla manifestazione e anche l’intervento del fisico Roberto Battiston che loda il suo operato: “I venerdì per il futuro si susseguono coinvolgendo un numero sempre maggiore di ragazzi e adulti, la mobilitazione inizia a coinvolgere istituzioni (vedi la bella iniziativa del ministro Fioramonti di autorizzare le giustificazioni scolastiche per gli scioperi per il clima)”, scrive Battiston. E insomma è dall’insediamento che Fioramonti, anche detto “nuovo Toninelli” (dal Danilo ex ministro dei Trasporti) per l’attitudine alla sparata da titolo cubitale, si spende in nome dell’impegno ecologista per trovare, a parole, le futuribili coperture ideali per le sue richieste. Cento euro in più ogni mese agli insegnanti? Tre miliardi in più per il suo ministero, pena le dimissioni? Ecco la soluzione: tassare beni non ambientalmente corretti (dagli snack alle bibite zuccherate ai voli aerei), con tanto di biasimo al “bu – siness” dolciario che “fattura miliardi: non è un caso che l’uomo più ricco del paese sia un produttore di merendine”. E se qualcuno, nelle sacche di quest’ultima allusione a Giovanni Ferrero, sottolinea l’astrusità o la non sostenibilità dell’idea, Fioramonti motiva ricorrendo all’immagine di un fiscomadre che indica la strada: “Fac – cio il ministro dell’Istruzione e ho imparato in questi mesi che quando si chiedono dei soldi per il proprio dicastero trovare delle coperture è sempre utile perché altrimenti ti dicono ‘vuoi vuoi ma dove si trovano i soldi?’. Quindi mi sono permesso di fare una proposta, non è detto che il governo debba prenderla in toto. Spetta al ministro dell’Economia e al governo tutto fare la legge di Bilancio. Da dove pensate che vengano gli ottocento miliardi della spesa pubblica italiana, da Marte? Vengono da un sistema fiscale. State banalizzando un sistema importante, il fisco ha sempre indirizzato i comportamenti”. E pazienza se persino Luigi Di Maio ha detto “noi dobbiamo abbassare le tasse, non aumentarle”. Sia come sia, anche lui, Fioramonti, non si ferma davanti alle altrui perplessità, e può capitare che in un’intervista ricorra addirittura al paragone che non ti aspetti, e che la cura dei suddetti cento euro agli insegnanti diventi pericolo al tempo stesso: “Non credo che un aumento di stipendio come premio funzioni”. Lo dimostrano, dice Fioramonti, “studi economici”: “Per esempio per i donatori di sangue: molti lo fanno perché ritengono che sia una funzione sociale. Quando si paga chi dona il sangue, diminuisce il numero dei donatori”. Flashback: è il primo marzo del 2018, nessuno ancora sa quello che succederà a breve, con le elezioni del 4 marzo. Di Maio e Davide Casaleggio ancora non pensano, o mostrano di non pensare, all’eventua – lità di doversi alleare con la Lega di Matteo Salvini. In una sala gremita del quartiere Eur il capo politico grillino presenta la futuribile squadra di ministri del sognato governo monocolore a Cinque Stelle, quello che non si realizzerà mai. Nella lista dei diciassette ministri potenziali, nientemeno che nel ruolo di ministro dello Sviluppo, compare l’al – lora quarantunenne Lorenzo Fioramonti, presentato in quel momento come “eccellenza italiana di grande competenza”, professore di Economia Politica all’Università sudafricana di Pretoria. E dunque, questo apprendevano gli astanti, il professor Fioramonti, oltre a essere per così dire e per propria autodescrizione un cervello in fuga, era anche un teorico nemico del pil (pazienza se in corsa per il ministero che di pil aumentato avrebbe dovuto gloriarsi). Fioramonti, infatti, aveva scritto “Gross Domestic Problem: le politiche dietro il più potente numero del mondo”, un lavoro in cui il pil veniva demolito nella sua funzione di indicatore base della crescita. Motivo: dietro al pil, si sosteneva, c’erano i soliti poteri forti, meglio dunque sostituirlo con un “indice del benessere” generico. E si scopriva che il prof era stato elogiato, per quel saggio, dall’economista greco Yanis Varoufakis e da Vandana Shiva. E forse tutto torna: oggi l’am – bientalista indiana è consulente “per lo sviluppo sostenibile” al Miur diretto da Fioramonti, con gran dispiacere degli scienziati che in lei vedono un’integralista anti-ogm e anti-sostanze chimiche, tanto che, nei giorni della nomina, la Federazione italiana scienze della vita (che raggruppa 14 società scientifiche italiane), si è espressa non certo a suo favore: “Preoccupa”, scriveva la Fisv, “che un ministero dedicato allo sviluppo della ricerca scientifica in Italia chiami una persona non titolata in tematiche biologiche e agricole nel consiglio scientifico sullo sviluppo sostenibile”, visto che Shiva è “acerrima nemica di ogni nuovo approccio razionale riguardo l’agricoltura e la produzione di alimenti, dalle tecnologie genetiche ai sostituti vegetali della carne…”. Ma, in quel marzo 2018, quando ancora i Cinque stelle, non investiti di responsabilità governative, potevano parlare di “decrescita felice” senza timore di doversi scindere da se stessi, Fioramonti pareva la personalità adatta a incarnare la distopia che gran parte degli attivisti e internauti grillini ancora vedevano rivestita dei colori dell’utopia. Flashback 2: corre l’anno 1997, e il giovane Fioramonti inizia a collaborare a titolo gratuito con l’onorevole Antonio Di Pietro – già pm di Mani Pulite nonché fondatore dell’Italia dei Valori (anche qui tutto si tiene, per esempio il filo rosso tra giustizialismo e grillismo), con il compito di monitorare la situazione dei giovani nelle periferie, per poi pensare a politiche utili a contrastare disoccupazione, tossicodipendenza e analfabetismo di ritorno. Il Sudafrica era lontano, così come lontane erano le polemiche su aerei, merendine e signori dell’industria dolciaria, bestie nere, come si è visto, di questo avvio di anno scolastico. Il mondo pareva pronto per i popoli viola e le piazze manettare che Di Pietro capitanava, e ancora nessuno pensava seriamente al possibile avvento politico di Beppe Grillo. Fioramonti, all’epoca, aveva avviato una carriera di studi accademici in Filosofia politica ed Economica a Tor Vergata, a cui sarebbe seguito un dottorato in quel di Siena e un periodo all’Università di Heidelberg. Tedesca è anche sua moglie Janine Shall-Emden, attivista climatica come lui, madre dei suoi due figli nonché coautrice, anni fa, di una serie dei documentari sul nesso tra mutamento climatico, instabilità economica e disoccupazione. Precursori dell’esprit verde di oggi? Fatto sta che ora la coppia vive tra Roma, Berlino e le campagne del bolognese, sempre con focus sulla raccolta differenziata e con uso oculato della plastica. Ma, per arrivare all’oggi, e al ministro che vuole dichiarare guerra alle “classi pollaio” (meglio la Germania, dice Fioramonti, con venti alunni al massimo per classe), bisogna guardare al viceministro: carica ricoperta dal nostro uomo ai tempi recenti del governo gialloverde, e sempre nel medesimo ministero dell’Istruzione, dopo che nel 2017, a un convegno sullo sviluppo economico e il benessere organizzato dai Cinque stelle a Montecitorio, la platea dei deputati M5s gli aveva tributato plauso unanime. Insediatosi sulla poltrona di viceministro, Fioramonti aveva chiesto “un miliardo” per il suo ministero (sempre minacciando le dimissioni in caso di mancato ottenimento della cifra) e aveva convocato l’ex Iena Dino Giarrusso, europarlamentare a Cinque stelle, a occuparsi di concorsi presunti truccati – e poi in seguito Fioramonti aveva specificato che Giarrusso era soltanto un segretario particolare e non un plenipotenziario indagatore. I concorsi tuttavia restano un pallino da quando, qualche anno fa, autoproclamatosi cervello in fuga, il ministro raccontava al Fatto quotidiano la sua epopea: “Mi fu spiegato che nel mondo accademico italiano esistono delle regole non scritte ma che tutti conoscono. La prima è che bisogna aspettare il ‘proprio’ concorso. Ovvero, salvo eccezioni, i concorsi sono banditi per qualcuno in particolare. La seconda, è che non ci si presenta a un concorso a meno che non si sia stati invitati a farlo. Questo vale soprattutto per chi ha un curriculum forte, perché potrebbe creare problemi al candidato preselezionato per vincere”. Da lì la decisione di spostarsi in Germania e in Sudafrica, dove diventa docente e viene nominato direttore di un centro Studi sull’Inno – vazione nella governance. Ma Fioramonti voleva tornare in Italia per restare, “rimboccarsi le maniche e aiutare il paese a rimettersi in piedi”. E oggi, intervistato dal Corriere della Sera, dice: “Non c’è tempo da perdere: per cambiare servono fondi, siamo uno dei paesi europei che spende di meno per la scuola. Non possiamo continuare ad avere ricercatori precari di 45 anni, o professori non di ruolo che cambiano ogni due mesi. Ci vuole prospettiva e continuità”. La sua idea di scuola prevede l’avvicinamento al “model – lo Finlandia” (a chi si domandi che cosa sia, ecco che Fioramonti spiega: “Ho aperto dei tavoli sul tema dell’innovazione nel modo di insegnare, un modello di riferimento è la Finlandia dove hanno ridotto l’orario scolastico e usano le nuove tecnologie per fare insegnamenti trasversali, con l’uso di linguaggi più semplici e accessibili, un modo divertente e accattivante per avvicinare gli studenti alle materie più ostiche”). Già ai tempi gialloverdi, però, era stato rapìto idealmente dal paese nordico: “Qualche mese fa ero in Finlandia per studiare il loro approccio alla sperimentazione sociale, alla digitalizzazione dei trasporti e alle politiche sociali. Conto di tornarci presto per approfondire la loro filosofia educativa, che ritengo affascinante”. Ci sono poi, tra i suoi progetti, l’implementazione di “tasse di scopo” per l’Università e la scuola, i concorsi nel 2020 e l’azione di sostegno per i precari (è già cominciato il dibattito con i sindacati sul tema). E se un tempo Fioramonti poteva occuparsi in pace della propria rubrica mensile su Business day, quotidiano economico sudafricano, oggi (come quando, giorni fa, è stato intervistato da Radio Capital) gli capita di doversi addentrare nei meandri della scissione Pd: “Potrebbe rafforzare la maggioranza, ma le scissioni non sono mai auspicabili”, ha detto. E quando gli è stato chiesto se, a suo avviso, la stabilità del governo Conte bis fosse a rischio, il ministro ha risposto: “Di questa scissione si parlava da molto tempo… e mi sembra anche che questo gruppo abbia dei ministri nel governo, quindi non è che possono considerarsi completamente fuori”. Intanto, alla vigilia dello sciopero per il clima, quello che ormai viene considerato l’ecoministro dagli studenti d’Italia, ha fatto mettere sulla facciata del Miur un enorme banner: “Istruzione, non estinzione”.

Sono stati giorni importanti per la svolta green, lo sviluppo sostenibile, il cambiamento climatico. Enrico Giovannini, già ministro del Lavoro e presidente Istat, oggi professore a Tor Vergata e portavoce di Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) sta divenendo un punto di riferimento per la una transizione verde e sostenibile. E sembra che il premier Conte lo tenga in grande considerazione. Insomma professore si aspettava di essere l’uomo della transizione green per il governo rossogiallo? “Lo speravo. Non tanto per l’attenzione su di me quanto per l’attenzione su questi temi. L’Italia e l’Eu – ropa sono in ritardo rispetto all’agenda Onu per lo sviluppo sostenibile e anche i ragazzi che scioperano lo dimostrano. Con questo nuovo governo vediamo una svolta rispetto al governo precedente”. I dati annunciati da Mario Draghi sono tutt’altro che rincuoranti. L’economia ristagna, non se ne esce. “La situazione è talmente grave che effettivamente lo sviluppo sostenibile sembra essere l’unico modo per ridare forza all’economia, per contrastare le disuguaglianze, migliorare l’ambiente. Inoltre c’è una consapevolezza crescente da parte dei cittadini, delle imprese, della società. E’ una buona notizia che nel programma di questo nuovo governo ci siano tante idee che provengono da proposte fatte da Asvis negli ultimi tre anni.”Del resto non è un mistero che nelle settimane della crisi di governo, molti quotidiani abbiano tirato fuori il suo nome. “Come ho detto anche in altre occasioni io leggo i giornali, mi fido della stampa. Mi fa piacere che il mio nome sia stato associato a una visione della politica futura di questo paese. Ciò che è davvero importante è che sia la Commissione europea che il governo si impegnino a realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Il tempo però è limitato. L’Italia ha dei punti di forza e delle eccellenze nel mondo a livello produttivo, deve accelerare sull’economia circolare, sulla transizione ecologica, sulla decarbonizzazione. Il presidente Conte si è unito ad altri 65 paesi che si sono impegnati a decarbonizzare la propria economia entro il 2050. E’un impegno molto difficile e per questo bisogna iniziare subito”. Ma abbiamo davvero la forza, le risorse economiche e la tenuta sociale per convertire un intero sistema? “A livello mondiale c’è un eccesso di risparmio e un deficit di investimenti. Abbiamo quindi bisogno di stimolare sia investimenti pubblici che investimenti privati. Le imprese più dinamiche e innovative hanno capito che questa opportunità è lo sviluppo sostenibile. Come mostra l’ultimo rapporto Istat, le imprese che hanno investito in sviluppo sostenibile hanno una produttività più alta rispetto a quelle che invece non l’hanno fatto. Questa è superiore del 15 per cento nel caso di grandissime imprese, del 10 per cento se sono grandi, del 5 per cento se sono medie. E’ possibile attraverso strumenti di mercato opportunamente regolamentati, incentivati o penalizzati, spostarsi verso un sistema economico e sociale più sostenibile”. Ursula von der Leyen ha annunciato un European Green Deal ed era la sua omologa in Germania ai tempi in cui era ministro del Lavoro. E’ sufficientemente forte da riuscire in questa complicata transizione? Ci sono alcuni paesi favorevoli, altri, specie nel blocco est, più restii. Come si fa? “Invito tutti a rileggere il discorso di Ursula von der Leyen al Parlamento, che qualcuno ha considerato un libro dei sogni. Ma si può davvero immaginare che una politica esperta come la von der Leyen, prima di fare un discorso del genere, non lo abbia fatto leggere alla Merkel, o a Macron, o ad altri leader? Poi ci stupiamo che in una settimana la Germania annunci un piano straordinario di investimenti green, che improvvisamente si riapra un dialogo per ridiscutere il regolamento di Dublino sulle migrazioni, che ogni commissario o vicepresidente debba essere direttamente responsabile di diversi goal dell’agenda 2030. Prendo per buona anche l’idea che von der Leyen ha presentato di un fondo per la giusta transizione, che dovrebbe affrontare proprio quelle difficoltà che paesi come quelli citati potrebbero avere. Non scordiamoci che tra qualche settimana la Banca europea per gli investimenti deve decidere se uscire dagli investimenti sul fossile. Pensiamo sia un caso? Non dico che sia tutto deciso o che la strada sia tutta in discesa, però è evidente che questi segnali indichino una volontà forte ad andare in questa direzione”. E in Italia, la via quale sarà? Più debito per investimenti green? O una patrimoniale? Le transizioni green non sono certo gratis. “Non dobbiamo dimenticare che il nostro settore privato ha tante eccellenze ed è sottocapitalizzato. Possiamo immaginare che attraverso una operazione integrata di pubblico e privato sia possibile orientare per esempio gli incentivi all’industria 4.0 a una industria 4.0 green? Non si tratta di fare qualcosa in più, a volte basta fare meglio. Abbiamo un sistema fiscale disegnato nel ‘900, fatto da trent’anni di micro interventi stratificati. Bisogna immaginare una riforma fiscale complessiva. Bisogna andare oltre il tema del confronto tra capitale e lavoro e tassare in modo differenziato chi consuma più materie prime rispetto a chi non le consuma o ne consuma meno, lo stesso su energia, emissioni, rendicontazioni”. Quindi non c’è bisogno di fare più debito pubblico né una patrimoniale? “Bisogna aggredire davvero l’evasione fiscale, presiedo la commissione al ministero dell’economia su questo tema. Parliamo di 107 miliardi all’anno. Potremmo ripensare così in profondità la distribuzione del carico fiscale favorendo il lavoro, la produzione di reddito ma anche il miglioramento dell’ambiente e delle disuguaglianze, senza alzare la pressione fiscale. Nella relazione che pubblichiamo con Asvis mostriamo chiaramente come i settori a più alta economia sommersa ed evasione hanno una crescita della produttività più bassa e meno innovazione, perché non hanno la pressione del mercato. Pensiamo all’Iva, potremmo ridisegnare le aliquote sulla base del consumo di materia, per esempio. Credo che il governo debba avviare una commissione che, in qualche mese, prendendo spunto dalle migliori esperienze internazionali in materia, arrivi a una riforma fiscale degna del 21 esimo secolo”. Da pochi giorni è stato reso noto il suo incarico su indicazione del ministro dell’Istruzio – ne Fioramonti in un consiglio scientifico ad hoc proprio sullo sviluppo sostenibile. Insieme a lei anche personalità come Jeffrey Sachs e Vandana Shiva. Su quest’ultima ci sono diverse polemiche da parte della comunità scientifica, per la sua diffusione di teorie infondate e dati fasulli su questioni importanti, come morti per suicidio di contadini indiani o sulla Xylella, oltre a una generale tendenza all’iperbole su questioni scientifiche, di salute e sviluppo. “Quando ho accettato l’incarico proposto dal ministro Fioramonti, non conoscevo la composizione di questa commissione di esperti. Mi auguro che nel pacchetto finale di esperti e consiglieri scelti legittimamente dal ministro si tenga conto di tutte le problematiche, le variabili e le questioni aperte, per fare le valutazioni del caso”. Valeria Manieri

La nostra casa è in fiamme”, recita il già leggendario slogan con cui Greta Thunberg ha ipnotizzato l’opinione pubblica internazionale. Poco originale, per la verità. Göran Persson salì al potere in Svezia con i Socialdemocratici nel 1996 con lo slogan sulla “pubblica casa verde”. Poco originale anche lui, per la verità, in quanto l’espressione fu coniata dal suo predecessore durante la Seconda guerra mondiale. Per Albin Hansson, che immaginò la Svezia come una “casa ecologicamente sostenibile”, Gröna folkhemmet, in cui tutti i membri della famiglia vivevano in uguaglianza e in solidarietà sotto la mano mite e ferma del padre, il welfare state. “Dobbiamo essere i primi in Europa a creare una società basata sui princìpi dell’ecologia”, annunciò Persson. La stella che annuncia la nascita del nuovo messia green non poteva che comparire nell’aurora boreale svedese, la “società del futuro”. Si deve risalire agli anni Settanta, quando il primo ministro Olof Palme (assassinato nel 1986) lavava i piatti della cena a fianco della moglie Lisbeth alla periferia di Stoccolma e annunciava che il capitalismo era una pecora ben pasciuta e che la socialdemocrazia doveva tosarla per il bene di tutti. Fu allora che il feroce pragmatismo svedese iniziò a dominare il progresso industriale, trovando in Palme l’uomo che “non ha paura dell’utopia”. I predecessori di Palme avevano sconfitto la miseria e offerto assistenza medica a tutti. A Palme spettava un nuovo compito: “Sostenibili – tà”. E ci è riuscito. La Svezia da anni è il “paese più sostenibile al mondo”, mentre Stoccolma è la “città più pulita d’Euro – pa”. In quegli anni apparve un romanzo, “Ecotopia”, a firma di Ernest Callenbach, in cui si raccontava questo nuovo modello di comunità, basata sulla conservazione delle risorse, l’inserimento della presenza umana dentro ai cicli naturali e un modello ecologico-coercitivo di comportamento individuale. C’è chi lo definì “una fusione di socialdemocrazia svedese, neutralità svizzera e cooperative jugoslave di lavoratori”. Così, cinque anni dopo la grande Estate dell’amore, quattro dopo le manifestazioni del Maggio parigino e mentre la Guerra fredda era nel suo pieno, Palme ebbe una visione: imporre all’attenzione del mondo il tema verde (metà dell’energia svedese viene oggi dalle fonti rinnovabili). Il 5 giugno 1972, nella capitale svedese, si tenne la prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente. “Una sola terra”, fu la parola d’ordine. Da allora, la Svezia è un pianeta che attraversa la storia su una propria orbita, diversa, ma destinata a collidere e a cambiare tutti gli altri, diventando la pietra filosofale della felicità ambientale. Erano gli anni in cui l’economista russo Gennadii Lisichkin, dalle bellissime pagine di Novy Mir, spiegava che “c’è più socialismo in Svezia che in Unione Sovietica. Al summit sul clima di Stoccolma da una parte ci fu un gruppo di scienziati preoccupati della crescita della popolazione, dell’inquinamento, delle risorse naturali, e dall’altra quella che oggi chiameremmo la “società civile”, gruppi di campagne ambientaliste a suon di marce, canzoni, dimostrazioni su tanti temi, dai diritti civili al vegetarismo. Greta ante litteram.

Palme invitò nella residenza ufficiale di campagna gli ecologisti che alla conferenza non riuscirono a farsi sentire. Sotto i tigli, lungo le rive d’un laghetto da idillio, fra abeti scuri e betulle, il primo ministro conversò per un intero pomeriggio con decine di scienziati, in gran parte americani, guidati dal contestatore Barry Commoner. “Come continuare il lavoro per salvare il mondo dalla catastrofe?”, chiedeva loro Palme. L’ambientali – smo svedese prese vigore in quel mito di benessere sociale la cui regia era affidata alla collettività, mai all’indi – viduo. E soprattutto mai all’occidente. Nel 1973, Palme disse: “La colpa della civiltà occidentale è grande”. Tre anni dopo il summit sul clima, la Svezia divenne il primo paese al mondo ad aver dato a tutti i suoi neonati un ambiente fisico ottimale, e uguale. A partire dal 1976, le statistiche non hanno più mostrato alcuna differenza nella statura dei bambini svedesi in relazione alle differenze di classe sociale. Al congresso della gioventù socialdemocratica, Palme denunciò gli Stati Uniti per la sua politica di “ecocidio”, coniando un altro termine oggi così popolare. Tra le fondazioni più attive sulla sostenibilità c’è oggi quella che porta il nome dell’allora ex segretario dell’Onu, lo svedese Dag Hammarskjöld. L’attuale premier svedese, Stefan Löfven, ha annunciato che il suo paese lavora per diventare “il primo welfare state senza combustibili fossili al mondo”. Sui portali governativi svedesi appaiono slogan come “co – struire un futuro sostenibile”. Un mese fa, sul giornale Aftonbladet svedese, è apparso un manifesto. “Movimento per il clima: chiediamo sostegno sindacale il 27 settembre”. “Rappresentiamo organizzazioni con una lunga esperienza nel dibattito ambientale svedese. Condividiamo la disperazione dei giovani. Il movimento sindacale svedese ha una storia orgogliosa nel contribuire a un mondo migliore. L’abolizione dell’apartheid in Sudafrica e la dittatura di Pinochet in Cile è stata facilitata dall’impegno dei sindacati”. Ora i sindacati devono sostenere l’ecologismo. A firmare l’ap – pello, Karin Sundby (presidente di Climate Day), Pia Björstrand (portavoce di Climate Action), Mikael Sundström (presidente di Friends of the Earth), Parul Sharma (a capo di Greenpeace Svezia), Ingmar Rentzhog (a capo di We don’t have time), Mattias Goldmann (a capo del think tank Fores) e Tove Ahlström (a capo di Global Challenge). Qui si comincia già un po’ a capire come sia nata Greta e il suo brand messianico. “Greta è la nuova Che Guevara?”, ha chiesto la presentatrice tedesca Maybrit Ilner. Chi c’è dietro? E’ la domanda che ricorre più frequentemente. Non si contano le teorie del complotto. La massoneria, il capitalismo verde, i poteri forti, una cabala finanziaria. Nulla di tutto questo. Come dimostra quell’appello, dietro al brand Greta c’è un mondo di grandi borghesi che hanno in mano le industrie svedesi, di lobbisti della trasparenza, di accademici, di esperti della comunicazione e di attivisti green che hanno fatto della Svezia la pioniera mondiale dell’ecologismo. Justin Rowlatt, collaboratore della Bbc dall’India per i temi dell’ambien – te, ha scritto questa estate sul Times: “Il fenomeno Greta coinvolge la lobby dell’energia verde, i professionisti della pubblicità e della comunicazione, alcune élite del movimento ecologista, e il think tank di un ex ministro socialdemocratico svedese che finanziano alcune tra le principali imprese di energie del paese”. Persone come Ingmar Rentzhog, presidente del think tank svedese Glo – bal utmaning (Sfida globale), fondato e finanziato dall’ex ministro socialdemocratico svedese Kristina Persson, e animatore della piattaforma informatica “We don’t have time”, il grande strumento di pressione sull’opinione pubblica internazionale che ha lanciato Greta. Kristina Persson, ministro dal 2014 al 2016, è una figura molto interessante. E’ stata vicegovernatore della Banca di Svezia e da “ministro del Futuro” ha annunciato l’ambizione svedese di diventare il primo paese al mondo fossil-free. Nel ricevere l’Ethic Award, Persson ha detto: “In Svezia si pagano tante tasse? Io sono orgogliosa di pagarle perché abbiamo una buona governance”. In qualità di ministro del Futuro, Persson disse che il suo obiettivo era “controllare come si progetta e ripensa la vita, come si resta o si diventa insieme sempre più moderni e solidali”. Rentzhog ha fondato la società di investimenti Laika Consulting, mentre l’amministratore delegato della sua piattaforma informatica We don’t have time, David Olsson, ha messo su uno dei più grandi fondi immobiliari svedesi, lo Svenska Bostadsfonden. Importante è il ruolo dell’attivista ambientalista svedese Bo Thorén, fondatore di Fossil Free Dalsland, un movimento ambientalista schierato contro l’uso dei fossili. L’ufficio stampa dell’icona ambientalista svedese è gestito da Daniel Donner, responsabile della lobby European Climate Foundation con sede a Bruxelles, sostenuta secondo il Times “da grandi imprese e società finanziarie”. Del brand Greta si è occupato anche il mensile inglese Standpoint. “Greta Thunberg è solo una normale studentessa svedese di sedici anni le cui visioni hanno convinto i parlamenti di Gran Bretagna e Irlanda a dichiarare una ‘emergenza climatica’” scrive Dominic Green. “I genitori di Greta, l’at – tore Svante Thunberg e la cantante lirica Malena Ernman, sono solo una coppia normale di genitori-manager che vogliono salvare il pianeta. Ma il fenomeno Greta ha coinvolto anche lobbisti verdi, esperti delle pubbliche relazioni, eco-accademici e un gruppo di riflessione fondato da un ricco ex ministro del governo socialdemocratico svedese con collegamenti con le società energetiche del paese. Queste aziende si stanno preparando per la più grande manna di contratti governativi nella storia: l’inverdimento delle economie occidentali. Greta, che lei e i suoi genitori lo sappiano o no, è il volto della loro strategia politica”. “We Don’t Have Time” è sostenuto da Gustav Stenbeck, la cui famiglia controlla Kinnevik, una delle più grandi corporation svedesi. Ci sono anche i nomi di Petter Skogar, a capo della Kfo, la più grande associazione di dipendenti del paese; Johan Lindholm, portavoce dell’Unione dei costruttori e nel board dei Socialdemocratici; Anders Wijkman, presidente del Club di Roma; Catherina Nystedt Ringborg, già amministratrice delegata della Swedish Water e vicepresidente del gigante energetico Abb. Wijkman guida il Club di Roma. Il loro allarmante rapporto del 1972, “A Limit to Growth?”, è diventato una pietra angolare della campagna di “emer – genza climatica”. Di questo apparato dietro Greta si è occupato anche un grande settimanale come il tedesco Spiegel. “Per i suoi discorsi, chiede consigli ai ricercatori sul clima Kevin Anderson del Tyndall Center for Climate Change Research di Manchester, e Glen Peters, direttore della ricerca del Centro Cicero di Oslo per la ricerca sul clima”. Il modello da perseguire è Hammarby, sustainable city, la città della sostenibilità: gli scarichi delle case diventano biogas, i rifiuti sono aspirati e riciclati, mentre pannelli solari fanno gran parte del lavoro. Il primo green data center di cui Mark Zuckerberg va orgoglioso si trova a Luleå, in Svezia. E la svedese Ikea, il più grande gruppo di mobili del mondo oltre che utopia del design democratico-sostenibile, sta puntando su un business “People and Planet Positive”. “Nel XIX secolo, il paese passò dal razionalismo dell’Illuminismo all’emozionismo del movimento romantico importato dalla Germania” scrive David Howard Davis nel libro “Compa – ring Environmental Policies in 16 Countries”. “Pittura e poesia glorificavano la natura, la campagna e i contadini. Anche la scienza è fiorita con l’esplorazione delle regioni polari. Nel 1895 il chimico Svante Arrhenius scoprì l’effetto serra e ne calcolò l’impat – to. Nel 1903 il regno svedese approvò una legge sulla foresta basata sulla sostenibilità”. Quando ci fu l’incidente nucleare a Chernobyl a scoprire le radiazioni furono i ricercatori svedesi della centrale nucleare svedese di Forsmark. Resta ancora forte lo choc della nube tossica che nel 1986 arrivò sulla Svezia dall’Ucraina, colpendola più di ogni altri paese occidentale. E’ svedese il primo parco nazionale al mondo (1909) e l’albero più antico al mondo, Tjikko (9,550 anni). Più della metà della Svezia – pari alle dimensioni del Regno Unito – è oggi coperta da foreste. E quest’area sta crescendo grazie a politiche protettive secondo cui il tasso di crescita deve superare il tasso di abbattimento. Oggi le foreste forniscono il dieci percento dell’occu – pazione svedese. A livello individuale, gli svedesi credono nella allemansratt, secondo cui tutti gli esseri umani hanno il diritto di accedere alla natura, il che significa che chiunque può fare escursioni nella campagna senza preoccuparsi troppo della proprietà privata. Le persone possono persino accamparsi su una proprietà privata per una notte. Viene dalla Svezia Ralph Erskine, l’architetto dell’utopia della “città giardino”. Tutto risponde a una ideologia precisa e che in svedese si dice folkhemmet, la casa di tutto il popolo (di nuovo echi gretiani), e in questa ideologia tutto si tiene, l’am – bientalismo dirigista, un settore pubblico abnorme, alte tasse che finanziano un welfare modello, lo stato etico e il consenso asfissiante. Gli scritti politici di Elin Wagner (1882-1949), scrittrice e membro della Royal Swedish Academy, hanno fatto la storia dell’am – bientalismo svedese, unendolo anche al femminismo e al pacifismo, fortissimi in Svezia. “Essere verde è diventato un modo per abbracciare un nuovo futuro” spiega Dominic Hinde nel libro “A utopia like any other”. Secondo Carl Reinhold Brakenhielm dell’Università di Uppsala, in Svezia l’ecologismo è diventato una “religione civile”, proprio in un paese che da anni ha visto scomparire ogni traccia del cristianesimo dalla vita pubblica. Robyn Eckersley, teorico di spicco della sostenibilità, ritiene che la Svezia sarà il primo “stato verde” al mondo. O come ha scritto Paul Berman in “Power and the idealists”, “una nuova metafisica ecologica con la sua visione catastrofica del capitalismo e il sogno di una nuova utopia ambientale. Invece del culto della fabbrica, il culto della foresta. Invece della guerra di classe, la lotta ecologica. Invece del millennio socialista, il millennio ecologista. Invece del colore rosso, il colore verde”. Ma per costruire un messia serve che gli eretici, il dissenso, il minimo scetticismo, siano messi a tacere. E’ il lato oscuro della Svezia, come lo ha raccontato Kajsa Norman nel suo libro appena uiscito “Sweden’s dark soul”. “I primi tentativi consapevoli di forgiare il conformismo avvennero negli anni Trenta” dice Norman al Foglio. “La Svezia era ancora un paese molto povero. La nuova leadership si proponeva di portare milioni di persone fuori dalla povertà e mettere insieme politiche sociali necessarie per plasmare il nuovo svedese moderno. Gunnar e Alva Myrdal, i più importanti ingegneri sociali della Svezia, hanno influenzato molte delle nuove politiche. Le statistiche hanno deciso che cosa doveva essere risolto e fu determinato ‘il modo giusto’ per fare le cose, fino ai dettagli di quanto spesso arieggiare la tua casa o come decorare lo spazio abitativo. L’idea era che le persone dovessero abituarsi a ‘lavarsi i denti e mangiare i pomodori’. Ma c’erano anche aspetti più sinistri dell’ingegneria sociale, come gli sforzi per eliminare l’inferiorità fisica e psicologica all’in – terno della popolazione. I Myrdal si riferivano alla ‘feccia della società’. Sono state introdotte leggi che hanno consentito la sterilizzazione, non solo dei malati fisici, ma anche delle persone ritenute antisociali o deboli”. Tra il 1935 e il 1975, oltre 60 mila persone furono sterilizzate in Svezia con vari gradi di coercizione. “Negli anni ‘60, la televisione controllata dallo stato assunse il compito precedentemente svolto dagli ingegneri sociali di razionalizzare le opinioni e le abitudini. I video didattici hanno insegnato ai cittadini il modo giusto di fare le cose, come la routine mattutina. Olof Palme fu nominato ministro delle Comunicazioni nel 1965, responsabile delle politiche radiofoniche e televisive e quando divenne ministro della Pubblica istruzione nel 1967, portò con sé la responsabilità della radio e della televisione. Sembrava naturale che la tv dovesse educare le persone a trasmettere le opinioni corrette”. Oggi sembra che la società sia basata su un consenso assoluto. “In Svezia esiste solo una verità ‘oggettiva’, una sola risposta ‘giusta’ a qualsiasi domanda. Questo atteggiamento serve a bandire l’opposizione. Ogni errore va messo a tacere. Il critico diventa un eretico e va neutralizzato o evitato. Esiste un ampio elenco di principi che non possono essere messi in discussione”. Una forma di autoritarismo liberal democratico? “Si potrebbe chiamarlo così” conclude Norman al Foglio. “Anche se la Svezia vanta la stampa libera più antica al mondo, la sua storia di omogeneità e ingegneria sociale ha creato una cultura in cui pochi osano dissentire e coloro che lo fanno sono ostracizzati. Tuttavia, molti svedesi non si rendono nemmeno conto di quanto sia limitata la loro visione del mondo in quanto questo è ciò per cui sono stati portati a credere che sia la strada giusta. Nel mio libro lo chiamo unimind, la coscienza collettiva svedese, il nostro meccanismo chiave di controllo sociale indottrinato in chiunque sia cresciuto in Svezia. Ci consente di sapere cosa è giusto pensare, dire o fare in una determinata situazione; giudicare gli altri e punirsi a vicenda per devianza attraverso la stigmatizzazione, l’ostracizzazione sociale ed economica. Gli svedesi tendono a pensare a se stessi come un modello per altre nazioni, spesso senza realizzare che i valori culturali della Svezia sono piuttosto estremi rispetto al resto del mondo”. Per realizzare questa grande visione si impiegano tattiche di populismo estremo, come l’uso dei bambini e si favorisce una uniformità anonima degna di Zamjiatin, il condizionamento sociale e facendo sì che l’individuali – smo appassisca nel conformismo. Greta è il messia che annuncia l’ecotopia. C’è un prezzo da pagare: la perdita della libertà. Ma lo faremo tenendoci per mano come una sola grande famiglia, alla svedese.

Sulla giustizia c’è da avere i brividi Il governo annuncia una riforma. Idee per rafforzare la dittatura delle procure Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede esulta per l’esito dell’incon – tro con il suo predecessore Andrea Orlando, che si è svolto ieri alla presenza del premier Giuseppe Conte. “Stiamo rivoluzionando la giustizia italiana” ha esclamato, sostenendo che entro la fine dell’anno il governo otterrà la delega per applicare una straordinaria modificazione delle norme che porterà a introdurre il limite massimo di 4 anni per un procedimento penale e raggiungere una media anch’essa di 4 anni per i procedimenti civili. Bonafede ha tanta fretta perché sa che il primo gennaio entrerà in vigore la sciagurata abolizione della prescrizione, subordinata politicamente a una complessiva riforma della giustizia. Partire da un errore grave per ottenere un risultato eccellente è difficile, il che rende sospettosi. Le dichiarazioni di Andrea Orlando sono sembrate assai meno entusiastiche e si è limitato a condividere “l’impianto e gli strumenti per arrivare a un miglioramento del processo sia civile che penale sotto il profilo dei tempi”. Naturalmente molto si può fare: ampliare l’area dei patteggiamenti, depenalizzare una serie di reati minori, ampliare il ricorso a forme di conciliazione, oltre a rinforzare gli organici, a cominciare da quelli tecnici, dei tribunali e dotarli delle tecnologie moderne. Questa è la strada giusta, che però richiede tempo per essere realizzata. E’ quindi ragionevole temere che si voglia, da parte del Guardasigilli, muovere su un altro terreno, quello dell’ulteriore limitazione delle prerogative della difesa, che in un processo accusatorio dovrebbe avere gli stessi diritti dell’accusa, che invece già ora è preponderante. Rafforzare lo squilibrio, arrivando a una specie di dittatura delle procure che condizioni fino a pregiudicarla la terzietà del giudicante e il diritto dei cittadini a difendersi, questo è il processo breve che hanno in testa i giustizialisti. Il punto è tutto qui: il Pd avrà la forza di non accontentarsi di promesse fumose e di non cedere su questo fronte decisivo? Meglio vigilare.

I tempi per una revisione delle regole fiscali in Europa stanno maturando. Lo dicono le tre dimensioni di una maturazione del genere: i fatti che rendono necessaria una revisione, i contenuti della revisione, il consenso politico per attuarla. Cominciamo con i fatti. L’economia europea si sta indebolendo. I dati recenti indicano un rischio di recessione, o quantomeno di stagnazione, per più di un paese dell’Eurozona e possibilmente della intera Unione. Ma sembra esserci qualcosa di più di fattori ciclici, per quanto pronunciati, alla base del rallentamento. In Germania la crisi del settore manifatturiero (e in particolare di quello automobilistico) suggerisce che ci si trova di fronte a un indebolimento strutturale dell’economia. E ancora. A dieci anni dallo scoppio della Grande crisi ci si interroga se il comportamento debole delle economie avanzate, e soprattutto di quella europea, non riveli “sintomi di stagnazione secolare”, cioè di una tendenza alla stagnazione di lungo periodo, che potrebbe portare al declino. A sostegno di questa ipotesi, peraltro controversa tra gli economisti, sta l’evidenza di un declino pluridecennale della profittabilità, variamente misurata, dell’economia europea. Declino che si riflette in un indebolimento continuo degli investimenti. Quale che sia la teoria più adatta, rimane il fatto che in Europa c’è un problema di crescita e, di conseguenza c’è un problema di occupazione e di sostenibilità sociale (oltre che finanziaria). Veniamo alle politiche necessarie per fronteggiare la situazione e, auspicabilmente, far riprendere la crescita. Lo ha ripetuto, in modo molto chiaro il Presidente della Bce. La politica monetaria, che in dieci anni dallo scoppio della crisi ha attraversato un processo di trasformazione e di innovazione senza precedenti, non è più in grado, da sola, di sostenere l’economia e raggiungere quell’obiet – tivo di inflazione, il due per cento, ritenuto fisiologico per il buon funzionamento del sistema, oltre che contribuire al sostegno della crescita. Va poi aggiunto che, in una situazione di stagnazione, i limiti oltre i quali i tassi di interesse non possono scendere indeboliscono ulteriormente l’effica – cia della politica monetaria. Per questo Draghi da tempo insiste sulla necessità che i paesi membri mattano in atto delle politiche strutturali, sul mercato del lavoro, dei prodotti e su quei fattori che incidono sulla propensione all’investi – mento, dalla giustizia civile, alla pubblica amministrazione, al sistema educativo e della ricerca. Un miglior funzionamento dei mercati li rende più reattivi agli stimoli della politica monetaria. Un miglior funzionamento delle condizioni di contorno per gli investimenti si traduce (qui c’è evidenza abbondantissima) in accelerazione della produttività e della crescita. Ma Draghi (e non solo lui) ha anche detto che di fronte all’inefficacia della politica monetaria occorre un sostegno aggiuntivo da parte della politica fiscale, almeno in quei paesi dove c’è spazio di bilancio. Per riassumere. Di fronte al serio indebolimento dell’economia europea occorre un altrettanto serio ripensamento della strategia per la crescita, compresa la politica fiscale. Ripensare la politica fiscale in Europa richiede un’azione a due livelli: nazionale e comunitario. A livello di stati membri bisogna riconsiderare le regole per renderle più semplici ma anche tali da sostenere meglio la crescita. Il dibattito si dovrebbe aprire rapidamente. Un buon punto di partenza è il recente rapporto dello European Fiscal Board che prevede la sostituzione degli obiettivi di deficit con obiettivi di crescita della spesa (magari aggiustata per tener conto degli investimenti per l’ambiente) e un’enfasi sulla riduzione del debito. Nel frattempo (perché ci vorrà del tempo per cambiare le regole) il patto di stabilità e crescita dovrebbe essere applicato utilizzando il massimo della flessibilità prevista dalle regole. A livello comunitario l’Europa si deve dotare di una capacità fiscale autonoma. Qualche passo avanti è stato fatto con la attivazione di un sostegno fiscale (“fiscal backstop”) al Fondo di risoluzione, e con il dibattito sulla modifica del bilancio comunitario, che prevede risorse per sostenere la competitività e la convergenza delle economie europee. Manca però la funzione fondamentale, quella della stabilizzazione. Funzione che potrebbe prendere la forma di un meccanismo di assicurazione contro la disoccupazione ciclica secondo una proposta già avanzata dal governo italiano nella precedente legislatura e ripresa dalla presidente Von der Leyen nel suo discorso di insediamento. Insomma ci sono le premesse per poter introdurre una “fi – scal stance” (un’azione di politica di bilancio autonoma) che si affianchi alla “mone – tary stance” della Bce. Veniamo ora all’aspetto più problematico: la costruzione del consenso necessario per fare significativi passi avanti sulle regole fiscali. E’ nota la geografia del consenso. La gran parte dei paesi del nord Europa, i Paesi baltici, e quelli dell’Europa centro-orientale sono per il rigore fiscale e per il mantenimento delle regole così come sono. La gran parte dei paesi del sud sono a favore di un ripensamento delle regole. La Francia è da sempre a favore di una maggiore integrazione fiscale. La Germania è a favore del rigore ma le difficoltà in cui si trova la sua economia potrebbero far cambiare idea al governo di Berlino, anche tenendo conto della pressione da parte della industria tedesca per una maggiore spesa per investimenti pubblici. Il recente annuncio da parte della signora Merkel di un piano per investimenti per un totale di 100 miliardi in favore della sostenibilità ambientale sembra indicare un mutamento di rotta. Mutamento di rotta che sarebbe comunque totalmente giustificato visto che il bilancio pubblico tedesco è in surplus e il debito è sotto la soglia del 60 per cento. Sarà sufficiente un diverso atteggiamento tedesco, ammesso che ci sia effettivamente, a far cambiare idea anche ai piccoli, ma numerosi, paesi rigoristi? La partita politica si giocherà nei prossimi mesi, quando la nuova Commissione sarà insediata (Ma si sta già giocando ora). Un risultato positivo non è scontato. Va ricordato che ogni cambiamento di regole in Europa ha richiesto, in passato, che ci fosse sufficiente fiducia reciproca per cambiarle. La fiducia reciproca si genera se ogni paese, indipendentemente dalle sue preferenze nazionali, si comporta rispettando le regole in vigore. Una ragione in più per evitare, come fortunatamente sta facendo l’Italia, l’isolamento politico in Europa dopo che il governo gialloverde ci aveva portato ai margini dell’Unione.

Il problema non è se giustificare gli studenti ma è se giustificare i genitori. Di fronte alle splendide immagini delle piazze italiane stracolme di ragazzi decisi a manifestare in difesa dell’ambiente, ci sono tre modi diversi di ragionare. I modi più pigri, che sono poi quelli sbagliati, coincidono con le posizioni di due catastrofismi simmetrici. Da un lato c’è chi considera come negazionista chiunque si permetta di criticare la visione apocalittica sul futuro veicolata da Greta. Dall’altro lato c’è invece chi considera necessario demonizzare tutti coloro che hanno scelto di occuparsi di ambiente rispondendo al richiamo apocalittico dell’attivista svedese. Tra le due posizioni ce n’è però una terza, più intermedia, che è quella che ci convince di più, che potrebbe permettere di osservare il movimentismo in difesa dell’ambiente con un occhio diverso e più pragmatico: ringraziare Greta per averci costretto a ragionare sull’ambiente, perdonarla per aver messo in un unico gran calderone come notato dal professor Ernesto Pedrocchi cambiamenti climatici, inquinamento da uso improprio dei combustibili, desertificazione, gestione della plastica, cementificazione, e pregare però i ragazzi scesi in piazza di occuparsi di ambiente usando un approccio esattamente opposto a quello distruttivo suggerito da Greta – e soprattutto non fidandosi di quegli adulti intenzionati a usare i ragazzi scesi in piazza ieri come bandierine utili a giustificare un approccio fanatico sui temi dell’ambiente. E’ forse un’utopia, ma quella vista in piazza ieri può diventare la prima generazione di ragazzi pronta a educare i propri genitori sul tema dell’ambiente – gli strumenti ci sono, le informazioni ci sono, gli studi ci sono, i dati ci sono, basta solo volerlo – se questa generazione verrà aiutata a capire che la difesa dell’ambiente può diventare un valore positivo a condizione che questa battaglia non venga sequestrata dai campioni del pensiero unico, dai teorici dell’apocalisse imminente, dai sacerdoti del dogmatismo e da tutti coloro che camuffano il proprio odio per il capitale finanziario e la crescita economica dietro alla dottrina intoccabile dell’incombente estinzione di massa. Forse è un’utopia, ma i ragazzi scesi in piazza ieri per manifestare a favore dell’ambiente avranno la possibilità di ottenere dai propri genitori e dai propri governanti risposte soddisfacenti sui temi ambientali solo se avranno il coraggio di combattere l’ideolo – gia catastrofista permeata di teoremi ideologici, dottrine demagogiche e teorie non scientifiche. E solo se si rifiuteranno di credere a tutti coloro che dicono che per inquinare meno bisogna crescere di meno, a tutti coloro che dicono che per inquinare meno bisogna fare meno figli, a tutti coloro che dicono che per inquinare meno occorre tornare all’età della pietra. E solo se accetteranno il fatto che l’unica transizione utile per il pianeta è quella che in forme graduali non compromette lo sviluppo economico. A nuocere all’uomo e alla natura non è il progresso, ma la povertà. E quella vista in piazza ieri – in assenza di adulti capaci di declinare un sano ottimismo pragmatico – può diventare la prima generazione di ragazzi pronta a spiegarlo una volta per tutte ai propri genitori.