Il «nuovo umanesimo» di Giuseppe Conte entra nella fase due, anche se della prima non abbiamo trovato traccia che ci riporti a Petrarca o al Boccaccio, forse perché abbagliati dal genio di Danilo Toninelli, dalla profondità culturale di Luigi Di Maio, dagli slanci innovativi della ministra Grillo che, sui vaccini, ha coniato l’ossimoro «obbligo flessibile». Conte è una brava persona e un bravo oratore. Il discorso pronunciato ieri al Quirinale con il quale ha comunicato di aver accettato l’incarico di formare un nuovo governo – e centrato sulla «sfida per un nuovo umanesimo» – potrebbe essere pronunciato da chiunque in qualunque situazione e non mi sorprenderei se fosse un copia incolla di una tesi di laurea per aspiranti filosofi. Conte – girando su di lui un gioco di parole usato ai tempi per definire Gianfranco Fini – «è un uomo che non dice niente ma lo dice bene». Mi piacerebbe sapere quanti italiani sanno che cosa è stato «il vecchio umanesimo» (devo ammettere che anche io, al di là della definizione scolastica, faccio un po’ di confusione), figuriamoci quanti riescono a immaginare che diavolo potrebbe essere un «nuovo umanesimo» soprattutto se lo abbini alla faccia di Renzi o di Di Battista. Conte ci ha messo un attimo a cambiare abito. Nel primo giro gialloverde elogiò il populismo, fece da scudo umano a Salvini prendendosi la piena responsabilità per il sequestro della nave Diciotti e del suo carico di immigrati, firmò i decreti sicurezza uno e due, nulla disse sulla bizzarra conduzione formale del ministero degli Interni. Oggi, che ha bisogno dei voti del Pd, è diventato il più europeista degli europeisti, strizza l’occhio ai radical chic con la storiella dell’umanesimo, farà riaprire porti e centri di accoglienza, passa dal famoso «al governo uno vale uno» all’elogio della supremazia dei ministri tecnici. Diciamo che oltre all’eloquio ha altre similitudini con il trasformista Fini, l’unico ex fascista che si fece di sinistra per mantenere la poltrona (e fare fuori Berlusconi). Per sua fortuna, a differenza dell’ex leader di An, non ha cattive compagnie né cognati ingordi e neppure case a Montecarlo. Vedremo se questo basterà per non fargli fare, politicamente, la stessa fine.