A L’incertezza dura fino a sera, per le difficoltà delle trattative ma anche perché il voto su Rousseau è considerato un pericolo. Davide Casaleggio preme fino all’ultimo (e del resto gioca in casa, con il suo Rousseau), spiegando che non consultare la base sarebbe un boomerang ben più rischioso del voto, visto lo spericolato transito dalla Lega al Pd e visti gli umori inviperiti dei militanti che si sentono traditi. Meglio affrontare la sfida a viso aperto, forti della continuità (almeno di nome) offerta da Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ma l’incertezza riguarda anche i tempi, visto che per regolamento bisogna indire la consultazione 24 ore prima e si vuole arrivareaun esito il giorno prima di salire al Quirinale (domani alle 19 tocca ai 5 Stelle). Il vertice serale, con la serratissima trattativa sui nomi, ha rallentato la decisione, mettendo in dubbio il voto sulla piattaforma informatica del Movimento. Luigi Di Maio, che tanto ha peccato in ingenuità negli scorsi mesi, sta lavorando con forza per vincere la partita. Sta alzando il prezzo e forzando il limite della negoziazione con il Pd. C’è chi dice che si tratti di una forzatura con l’evidente intenzione di far saltare tutto, perché in fondo il vicepremier del governo con la Lega non è mai stato convinto dell’alleanza con il Pd. Tesi sostenuta anche dai suoi avversari all’interno del Movimento. La tesi opposta, ugualmente sostenibile, è che stia solo puntando a ottenere un ruolo di peso nell’esecutivo, per prestigio personale e per non essere schiacciato dalla figura di Giuseppe Conte. Premier osannato e lodato in maniera quasi imbarazzante (lo ha definito «una perla rara»), ma che sta finendo per ottenere riconoscimenti politici e una credibilità tale da mettere a rischio la leadership futura del Movimento. Il resto della partita, se andrà davvero in porto il governo, Di Maio l’ha già vinta. Perché, lui che di certo non viene da sinistra, lui che il Pd l’ha visto come il fumo negli occhi fino a pochi giorni, lui che ha puntato tutto su Salvini e ha perso, ora potrebbe evitare il tracollo suo e del Movimento e tornare protagonista della nuova fase. Con i vertici spaccati — Grillo favorevole all’accordo con i dem, Casaleggio scettico — e con pressioni che arrivavano da ogni dove, Di Maio sta riuscendo a mettere nell’angolo due avversari interni: il presidente della Camera Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Nel vertice pomeridiano, Di Maio, ha dovuto affrontare i dubbi di Casaleggio e la contrarietà all’accordo di due uomini importanti nel Movimento: Massimo Bugani, vicino a Casaleggio, nonché socio di Rousseau, che avrebbe preferito il voto; e Di Battista, che notoriamente ha molti dubbi sull’alleanza con il «partito di Bibbiano» (a breve uscirà anche un libro da lui curato per Fazi sulla vicenda che ha sfiorato il Pd). Ma a mettere a dura prova Di Maio sono anche le trattative con Zingaretti. Il leader politico M5S avrebbe chiestoeottenuto una poltrona al governo per i due fedelissimi, già presenti nel Conte uno, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro. Ma sarebbe stata respinta, almeno all’inizio, una sua richiesta di diventare vicepremier e ottenere il Viminale. Tutto falso, giurano i 5 Stelle. Che avvertono: «Zingaretti sta tirando troppo la corda. È venuto solo a parlarci di poltrone e ne vorrebbe anche una per sé. Non si fa così».