Alla domanda: «Come sta?», Pier Luigi Bersani risponde: «Meglio». Alla festa di Articolo Uno, alla “Città dell’Altra economia”, tra stand bianchi che sanno di vecchie feste dell’Unità, l’ex segretario pd lancia una miccia nel campo di Nicola Zingaretti: «Basta inseguire un centro che è l’araba fenice, serve un progetto largo per combattere la destra, che è ancora qui». E a Matteo Renzi dice: «Fuoco amico? In questo è campione mondiale». Cosa pensa di Italia Viva? «Renzi insegue la sua vocazione con altri mezzi. Che avesse in testa un partito personale, orientato al centro, per tagliare ogni ponte perfino coi simboli della sinistra, lo ha dimostrato negli anni in cui è stato nel Pd. Ha aperto un varco alla destra nei ceti popolari, e quella destra ha buttato giù una a una le nostre roccaforti. È stata questa l’origine del nostro strappo, non si azzardino a paragonarlo ad altri». Renzi ha lasciato il Pd dopo averne perso la leadership. Lei ha fatto lo stesso: lo ha guidato, è andato in minoranza, poi ha lasciato, rinunciando a lottare da dentro. Perché non è paragonabile? «Se non esiste più la politica, se stiamo giocando a Risiko, posso essere d’accordo. Ma quando uno vede, dal 2014 in poi, che si stanno segando pezzi dei rapporti con la nostra constituency e che c’è una destra in arrivo. E vede che si continua a fare dei 5 stelle il nemico principale, e che non se ne può neanche discutere…». Perché, dice: non se ne poteva discutere? «Io e altri siamo stati buttati fuori dalla prima commissione della Camera, senza una telefonata, per gli emendamenti all’Italicum. Accetto critiche alle mie scelte solo da chi in quell’occasione non è stato zitto». Renzi ha detto di essere stato vittima di fuoco amico. «Se lo dice lui, che è il più grande esperto mondiale di fuoco amico! Sono stato ministro 7 anni, 4 alla guida del Pd, nei tre anni di governo renziano sa quante volte sono intervenuto alla Camera? Una, tre minuti, per la commemorazione di Renato Zangheri». È un bene o un male che abbia lasciato il Pd? «Non vedo il problema. Guarda a un centro che per me è l’araba fenice di Metastasio: “Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”. Quella cosa lì non c’è, non esiste. Invece, il centrosinistra e le sinistre varie, davanti alla novità enorme di questo governo, cosa fanno? I popcorn? Stanno a guardare?». È quel che sta facendo il Pd? «Lo temo. Un governo non può vivere nell’iperuranio. Bisogna determinare un ambiente politico che sia coerente con questo passaggio. In Italia non esiste la paratia di una destra liberale. C’è invece una destra che può trascinare il Paese in una deriva regressiva, facendolo diventare più povero e autoritario». Come si costruisce l’alternativa? «Se cerchiamo di farlo con i vecchi attrezzi, le soluzioni organizzative, le porte girevoli, ci arriviamo l’anno del mai. Serve un gesto politico forte e generoso. Un passaggio creativo. Senza inseguire equilibrismi centristi». Da quando è nato, il Pd dice di volersi aprire. Poi finisce solo per dividersi. «Serve una chiamata molto larga a sensibilità ambientali, sociali, civiche. E poi un tavolo, una svolta programmatica che ci aiuti a rompere il muro tra elettorato di centrosinistra ed elettorato 5 stelle. Con umiltà e con un ammonimento a loro per il disastro con la destra». Un nuovo soggetto? «Per me sì. Ma lo decide il percorso. Che sia un’alleanza, una federazione, o qualcosa di completamente nuovo, deve venire da lì. Articolo 1 vuole essere il fermento di questo processo, come si vede in questa festa, dove abbiamo invitato Conte, Tsipras, Marco Bellocchio». Quindi nel Pd non rientra? «Vede, con una domanda del genere siamo ai vecchi attrezzi. Il Pd ha lanciato la costituente delle idee, cominciamo da lì. E speriamo non sia solo delle idee». Perché le scelte di Zingaretti non la convincono? «Perché fin qui il campo largo è stato interpretato come stretto, c’è solo il Pd e qualche cespuglio intorno». Il Pd dovrebbe rinunciare al suo nome, alla sua storia? «Non sto chiedendo questo, chiedo solo generosità e consapevolezza del fatto che se non riusciamo a fare qualcosa di nuovo, ci troveremo al governo la destra del ddl Pillon e delle donne incinte lasciate sui barconi. C’è un popolo disperso che, a differenza dell’araba fenice, esiste». Come si va a prendere? «Quella che chiamiamo diseguaglianza è un processo di disarticolazione. Sarà sempre meno vero che abbiamo una sanità, una scuola, un fisco uguali per tutti, eguali diritti per i lavoratori. Il grande messaggio è: ricomposizione. Sottotitoli: i contratti firmati dalle sigle sindacali più rappresentative devono valere per tutti. Così la finiamo con le centinaia di contratti pirata, con le migliaia di finte cooperative che stanno consentendo quasi lo schiavismo. Sul fisco: via tutti i forfait, serve progressività e generalità delle imposte. La sfida più grande dovrà essere comporre la battaglia per il clima con gli interessi e le sensibilità dei ceti popolari». Lei è indulgente con i 5 stelle, che hanno un modello di partito autoritario e sono capaci di incarnare con uguale scioltezza slogan sul reddito minimo o sulle Ong taxi del mare. «Senza paternalismi, in politica vale quel che vale in pedagogia: credili migliori, diventeranno migliori. Nel 2013 il Pd e i 5 stelle hanno avuto il 25 per cento, noi un pelo avanti. Poi non vedi la destra, ne fai il principale nemico, e dopo 5 anni il Pd va a meno 7 e loro a più 7. Dopo i 5 stelle fanno l’accordo con la destra e dimezzano i voti. Mi chiedo e chiedo: non ci sarà una ragione contigua tra questi abbandoni? Si è concesso troppo, per un verso e per l’altro, a umori di destra. Serve un programma univoco che possa unire questi due popoli». E si può fare con Conte premier? «Gli do un consiglio non richiesto. Per un bel po’ il concetto di crisi di governo sarà una tigre di carta, e davanti a una tigre di carta si può morire solo di spavento. Perciò, al meglio della mediazione, si tira dritto».