Un salotto in stile jazz club, un divano in pelle e quattro amici che si aggirano euforici ed emozionati come bambini alla vigilia di Natale. Giovanni Veronesi, Rocco Papaleo, Sergio Rubini e Alessandro Haber si sono ritirati per un paio di giorni ai Punto Rec Studios di Torino per realizzare le sigle di apertura del loro nuovo programma tv Maledetti amici miei, prodotto da Ballandi Multimedia. Sarà in onda dal 3 ottobre in prima serata il giovedì su Rai 2, per sette puntate. Per l’occasione si sono fatti un regalo speciale: Paolo Conte. Il cantautore astigiano ha registrato dal vivo con una piccola orchestra alcuni dei suoi brani più famosi, prestandosi come “spalla” nelle gag improvvisate dai quattro. È stato il regista Veronesi a volerlo a bordo. Già sul set di Manuale d’amore 3 aveva omaggiato Robert De Niro di una copia di un suo disco, Aguaplano. Adesso si commuove mentre canta Gli impermeabili. Anche Rocco Papaleo ha gli occhi lucidi sulle note di Via con me: «Non avevo mai pianto in uno studio di registrazione, ma questo è un momento sublime, è la più bella canzone d’amore di sempre e io ho una venerazione per Conte». Eccolo qui l’avvocato di Asti, maglietta grigia, cappelli arruffati, ci accoglie in camerino con un sorriso affabile. Paolo Conte, come si è lasciato coinvolgere? «Normalmente non frequento la televisione, non avevo mai fatto nulla finora, ma l’idea che mi ha proposto la mia manager Rita Allevato mi è piaciuta. Abbiamo formato una bella squadra con Veronesi, Papaleo, Rubini e Haber. Io non so bene come sarà questo spettacolo, ho capito che dovrebbe essere una sorta di happening, però qui ho trovato un gruppo di amici formidabili, meravigliosi, carini. Penso che verrà fuori una cosa bella, me lo auguro». Poco fa avete registrato in sequenza “Azzurro” e “Messico e nuvole”. Ha scelto lei le canzoni per le sigle? «No, è stato Veronesi a decidere liberamente sette brani dal mio repertorio, secondo il suo gusto». Gradisce sempre l’atmosfera della sala di registrazione? «A me piace andare in studio con il materiale preparato, i musicisti devono avere tutto scritto, però poi lì si ragiona, ci si confronta, si cerca un colore tutti insieme. Il mio batterista ha sempre dichiarato che quando registro io si suona pochissimo e si parla tanto. È vero, ma è bello avere questi rapporti di creatività, di colloquio tra musicisti e anche con i tecnici». Che cosa pensa della musica live in tv? «Ne penso bene, a patto che ci sia un’equipe che lavora nel modo giusto, che riprende con cura il suono e anche le immagini, che segue la corrente musicale. Così può funzionare. Si sono già visti ottimi risultati in tv per tanti altri artisti. Basta registrare e fotografare bene». Come ricorda il passaggio dalla tv in bianco e nero a colori? «Ho sempre visto un po’ la tv come cinema, quindi sotto l’aspetto sostanzialmente visivo. Per cui ho sofferto l’arrivo del colore, perché nel cinema sono ancora legatissimo al bianco e nero, alla bellezza di quella trama. Innegabilmente ha un fascino tutto suo. Del resto sento la mancanza di certi personaggi televisivi di quel tempo, Aldo Fabrizi e Gianni Agus per esempio». Il titolo “Maledetti amici miei” richiama il film di Monicelli sottolineando che si tratta di uno spettacolo sull’amicizia in tutte le sue sfaccettature. Quanto contano gli amici per lei? «Io sono vecchio, devo tornare indietro negli anni, mi ricordo tantissimi amici, eravamo molto legati, però poi tutto è finito, non ci sono più. Adesso faccio una vita molto più solitaria di prima. Ma in questo spettacolo che potrei definire d’arte varia c’è l’impronta di Giovanni Veronesi, che da buon toscano ha il culto dell’amicizia. E si vede da come si relazionano tra loro, da come si riconoscono, dalla più piccola sfumatura». Si cimenterà prima o poi con il cinema, magari alla regia? «Non me la sentirei. Bisogna lavorare di mattina, e io di mattina me ne voglio star tranquillo, e poi non me ne intendo. Sono appassionato di cinema, quello sì. Ci sono film che mi hanno incantato. Li divido tra quelli notevoli e quelli che per qualche motivo ti attraggono. Casablanca lo avrò visto almeno dodici volte, anche Quai des Orfèvres di Clouzot, che è un’altra pellicola in bianco e nero, e poi un film a colori che amo molto, un western ben costruito, L’uomo senza paura. Continuerò a fare lo spettatore». Ci vuole tempo e tranquillità per essere un bravo artista? «Una cosa che ti piace devi godertela con calma, anche con tempi lunghi. Un artista deve saper guardare indietro, lontano. Dico sempre che invecchia prima il passato prossimo che il passato remoto. Ascolto tanta musica classica, roba molto vecchia, su Sky c’è un programma a flusso continuo, sento registrazioni magnifiche di tanto tempo fa e non ho bisogno d’altro».