Cercherò di assecondare il nuovo clima politico e, per quanto possibile, prenderò quindi sul serio due cose. La prima è il punto relativo all’ambiente contenuto nel programma del nuovo governo. Dove si parla di un “Green New Deal”, che dovrebbe coinvolgere tutte le diverse attività e settori nei competenza del Governo rosso giallo. La seconda, faccio uno sforzo, il recente video di Beppe Grillo, che invita a guardare con ottimismo al futuro. Essendo io membro fondatore di un’Associa – zione che si chiama “Ottimisti e Razionali” co – me potrei fare diversamente? Quindi parto da qui. Ma proprio il video di Grillo è sintomatico dello sdoppiamento di personalità, non solo suo, ma di tutto il M5s e di buona parte del movimento ambientalista. Come si può non essere d’accordo con Grillo quando ci sciorina le immense possibilità che l’ennesima rivoluzione tecnologica ci promette. Nanotecnologie, biotecnologie, robotica, information tecnology, ingegneria genetica…. Ma nonostante il passato ci abbia portato tanti doni e il futuro appaia ancor più promettente il catastrofismo è la forma dominante di un certo pensiero ambientalista. Come quindi non entusiasmarsi con Beppe quando cita il grafene, materiale miracoloso a due dimensioni, che filtrerà l’ac – qua del mare, rendendola potabile e ponendo fine ad una storica penuria dell’umanità? Solo che Beppe dovrebbe decidersi. Stufo del dibattito sulla Tav ci prospetta un mondo di là da venire con camion a idrogeno e senza autisti. Preoccupato della fame nel mondo ci dice che la soluzione sta negli orti “aerei”. Nel frattempo in attesa del sol dell’avvenire noi vorremmo restare terra a terra. Mentre attendiamo i camion ad idrogeno la Tav si fa o non si fa? Mentre aspettiamo gli orti aerei riteniamo ancora che la Xylella sia un complotto delle multinazionali oppure ammettiamo che esiste e agiamo di conseguenza? E gli Ogm sono un altro strumento di dominio o una straordinaria possibilità di miglioramento di molte specie vegetali? Mentre aspettiamo di filtrare gli oceani con il grafene, il cui difetto principale è che per il momento ha costi di produzione elevatissimi, costruiamo magari qualche dissalatore oppure no perché modifica gli equilibri dei mari? Ma questo sdoppiamento della personalità risolto furbescamente ignorando il presente e immaginando un futuro possibile, ma piuttosto lontano, non è solo di Grillo. Pigliamo per esempio la questione rifiuti. A chi fa osservare al ministro Costa che senza inceneritori sarà difficile chiudere il ciclo dei rifiuti viene risposto che fra poco non ce ne sarà più bisogno visto che tutto diventerà riciclabile. Affermazione audace che ignora la fisica dei materiali e la seconda legge della termodinamica. Ma sopratutto ignora il problema che io chiamo del “nel frattempo”. Nel frattempo, un frattempo che dura talvolta decenni, quelli futuri e quali sprecati in passato, che facciamo? Paghiamo per portare i rifiuti all’estero, li consegnamo di fatto alle mafie clandestine o agiamo? Perché inoltre questo luddismo tecnologico che Grillo e i grillini hanno diffuso a piene mani ha travolto molte cose. Così, sempre per quanto riguarda i rifiuti, il luddismo non attacca solo gli inceneritori, ma tutti, proprio tutti gli impianti di trattamento e smaltimento, ivi compresi gli impianti di riciclaggio. Torniamo allora al “Green New Deal”. Che cosa dobbiamo attenderci? Una riproposizione in salsa rossogialla della decrescita felice, condita con un po’ di luddismo tecnologico o uno sforzo serio di sposare l’am – biente con la modernità e l’innovazione tecnologica? Quella che si può fare oggi, nel “frattempo”. Fino a oggi le politiche ambientali italiane non sono state entusiasmanti. Hanno dato più lavoro agli avvocati che ai fisici, ai biologi, agli ingegneri. Si sono spesso nutrite di capri espiatori da mostrare come trofei all’opinione pubblica. Pigliamo per esempio una campagna come quella denominate “plastic free”. Che non è altro che una campagna più o meno condivisibile contro “l’usa e getta”. Ma fa più sexy chiamarla plastic free, mentre si usa un telefono di plastica, un pc di plastica, una fotocopiatrice di plastica, un tavolo di plastica e si indossano occhiali di plastica e vestiti con fibre sintetiche. E i nostri figli giocano con giocattoli tutti di plastica. Più tutto il resto. Campagne di distrazione di massa, le chiamerei, mentre molte città affondano nei rifiuti. Queste sono politiche ambientali “placebo”. Ottime per curare i sensi di colpa dell’homo metropolitanus”, che, come ben spiegò Michael Crichton, anziché andare in chiesa la domenica va al ristorante biologico. La notte spegne tutti i led dei televisori e dei computer e poi la mattina, solo avviando il motore della sua automobile, consuma tutta l’energia che ha risparmiato nottetempo. L’impostazione prevalente oltre che spesso velleitaria è di tipo punitivo / repressivo. Sui giornali italiani è stato celebrato per anni il processo al Grande Inquinatore, nella figura del proprietario della discarica di Malagrotta. Salvo poi doverne constatare la completa assoluzione e addirittura la dichiarazione della Corte giudicante che ha sostenuto che l’accusato agiva a favore dell’inte – resse pubblico. Dopo di che Roma si trovata nuda di fonte ai propri rifiuti e pietisce con grande coerenza gli inceneritori del nord perché li accolgano. Catastrofismo, creazione di capri espiatori, posticipazione a un futuro improbabile e lontano delle soluzioni sono i vizi di cui ci si dovrebbe liberare. Poi c’è il Pd. Pigliamo la vicenda Tav. La posizione dei 5 stelle nello scorso governo ha provocato una netta presa di posizione del Pd, grazie soprattutto a Chiamparino, a favore della Tav. Ma chi ha la memoria un po’ più lunga ricorda perfettamente che le opposizioni alla Tav non sono nate con i 5 Stelle. Sono nate nel Pd. Molte amministrazioni di centrosinistra sposano tranquillamente le posizioni dei Comitati del No (“tu mi capisci, io sarei favorevole a quell’impianto, ma devo occupare lo spazio politico”). Il punto più basso è stato il referendum sull’acqua pubblica. In tutto il centro nord italiano l’acqua è gestita da società di diritto privato, spesso quotate in borsa, anche se con azionisti pubblici di riferimento. L’acqua è abbondante, costa poco e si fanno investimenti consistenti soprattutto sul lato depurazione dove ancora la dotazione impiantistica è insufficiente. Paragonate questa situazione con quel dove l’azionista è invece interamente pubblico (centro sud) e vi domanderete perché dobbiamo scardinare una delle poche riforme che ha prodotto un miglioramento del sistema. Ma l’acqua pubblica, cioè il ritorno a una proprietà interamente pubblica, perché per il resto c’è poco da fare visto che l’acqua è già pubblica e le tariffe sono regolate da un’Autorità pubblica, è uno dei punti qualificanti del programma di governo. Il timore che il neo populismo 5S si sposi amplificandola alla cultura anti industriale purtroppo presente anche nel Pd è quasi una certezza. Ma le politiche ambientali si giocano fondamentalmente in tre settori: energia, trasporti e rifiuti. Per l’energia ci potremmo anche essere. Fondamentalmente è stato definito un quadro di transizione energetica basato sul combinato disposto gas / rinnovabili con una graduale uscita dal carbone. Purché si abbia presente che tutta Europa spende oggi circa 60 miliardi di incentivi all’anno per sostenere le rinnovabili (anche se però pare non bastino visto che ogni anno si aggiunge qualche centinaio di milioni), che importiamo quasi tutto il petrolio e il gas che ci servono, che le emissioni di CO2 di tutta Europa pesano per solo il 10 per cento del totale mondiale, he i giochi veri si fanno in Cina, negli Usa e in India, che l’Europa e l’Italia non sono riuscite a costruire una sola filiera industriale in tutto il settore per cui importiamo allegramente soprattutto dalla Cina e che l’efficien – za energetica, che consente risultati per unità di investimento nettamente migliori, continua a essere trascurata. Per i trasporti la sfida sta nel conciliare crescita economica e ammodernamento delle infrastrutture. Liberare le strade dalle congestioni per esempio fa risparmiare emissioni. Non il contrario. Elettrificare i trasporti significa innanzitutto seguire il modello Milano e Firenze. Metropolitane e Tranvie, a seconda delle dimensioni delle città e dei fattori di carico. Per quanto infine riguarda i rifiuti c’è solo una cosa da fare. Colmare il gap fra produzione di rifiuti e capacità nazionale di trattamento. In ogni settore e con ogni tecnologia. Servono impianti di riciclaggio, tanti, servono discariche e serve anche qualche termovalorizzatore (inceneritore), soprattutto nel centro sud. Servono 10 miliardi di investimenti, che genererebbero migliaia di posti di lavoro e serve avere procedure autorizzati non secolari. Può sembrare l’ennesima invocazione retorica ma senza un coordinamento centrale, una cabina di regia si dice di solito, sarà difficile imprimere una direzione di marcia che funzioni e sia efficace. Probabilmente, temo, invece si approfondiranno i difetti del passato. Obiettivi sempre più ambizioni, ma irraggiungibili. Mai un bilancio di efficacia delle politiche adottate. Tanti placebo per tranquillizzare le nostre occidentali coscienze e un po’ di capri espiatori da dare in pasto all’opinione pubblica. Ma noi “nel frattempo” incrociamo le dita.

“Il centrodestra è condannato a stare insieme”, dice Nello Musumeci, nel tono calmo di chi sa che la politica non è soltanto Instagram e Twitter. “Siccome nella nazione, fra la gente, il centrodestra è maggioranza morale, sarebbe davvero un suicidio non tradurre questo comune sentire di gran parte degli italiani in una rappresentanza di progetto politico (prima) e di forza parlamentare (dopo)”. E insomma, per il presidente della Sicilia – che l’anno scorso fu invitato da Matteo Salvini alla festa leghista di Pontida, “ma quest’anno non vado” – esiste una formula: la moderazione, la contaminazione con il centro, la capacità di articolare un linguaggio che non sia sempre e soltanto estremista. “La forza del centrodestra”, ripete Musumeci, “riposa nella logica di mettere assieme forze cosiddette moderate e forze che appaiono più radicali”. E non è certo un caso se ieri Salvini ha incontrato a Milano Silvio Berlusconi (il 27 ottobre si vota in Umbria e a fine gennaio in Emilia-Romagna), e se con il Cavaliere ha rinsaldato un accordo persino sulla legge elettorale (maggioritaria) che porterà anche Forza Italia in piazza il 19 ottobre contro il governo. Come pure non è un caso che il capo della Lega stia preparando un discorso di “prospettiva” – almeno così dice chi ci ha parlato – da pronunciare domenica a Pontida. Un discorso moderato? Veramente politico? Difficile immaginare Salvini che tra i vapori della Bassa non si abbandona alle iperboli. Pontida è luogo dalla vocazione guerriera e spettacolare, alimentata da gestacci, crocifissi, sfilate di miss, salsicce e braciole… Eppure dicono che adesso Salvini stia scoprendo – forse perché messo nelle forzate condizioni di scoprirlo – come in certi momenti siano soltanto gli altri quelli che ti salvano; e per questo occorre essere, se non pacati, almeno disposti a riconoscere che si dipende un bel po’ dall’altrui disponibilità. “Fin qui ci siamo fatti soltanto nemici. In Europa, in Russia, negli Stati Uniti… e persino in Italia”, mormorava l’altro giorno Lorenzo Fontana, l’ex ministro, l’uomo che più di chiunque altro ha contezza dell’occasio – ne perduta mesi fa quando saltò il negoziato con il Ppe per l’elezione di Ursula von der Leyen. Quando la Lega si scoprì isolata, sterilizzata con il suo napoleonico eppure inutile 33 per cento di voti. E allora domenica, tra le bandiere e i 250 pullman da tutta Italia, Salvini tenterà di risalire le scivolose pareti della politica. “I sacri vangeli li lasciamo al loro posto”, ha detto alla radio, “tirerò fuori un’idea”. I suoi collaboratori, almeno quelli meno sbrigliati, pensano che si debba dare una calmata. Persino Riccardo Molinari, il capogruppo alla Camera, qualche giorno fa ammetteva che “prendere il 33 per cento dei voti ma non poterli utilizzare perché sei rimasto isolato è un paradosso”. E insomma: meglio prendere un po’ meno alle elezioni, ma poi incidere sulla realtà. I voti si prendono per esercitare potere, “non sono pennacchi”, rideva Roberto Maroni a cena con amici, mentre Giorgia Meloni sintetizza la caduta di Salvini definendolo “un situazionista”, cioè uno che le spara grosse e poi diventa vittima dei suoi stessi petardi. Ma pare che il situazionista abbia capito. “Però non deve modificare se stesso”, dice Musumeci, ben sapendo che non si può guarire da se stessi. “L’importante”, spiega quest’uomo che appartiene a una destra misurata e per bene, “è mettere insieme tutti i soggetti che si richiamano a una comune matrice alternativa alla sinistra. Anche le liste civiche, i movimenti locali e territoriali. Tutto per una solida alternativa di governo”. Cose che finora Salvini ha rifiutato, ritenendole polverose. “Non ho nostalgia del passato”, diceva. Finché appariva invincibile, i dubbi sulle sue decisioni rimanevano confinati nei corridoi muti di Via Bellerio. Ma adesso qualcosa si è rotto, come un diaframma. E così domenica Salvini salirà sul palco sapendo che tutti ne soppeseranno i toni e le smorfie, gli accenti, per intuire se per caso – come sospettano alcuni – si sia spezzato l’incante – simo. E insomma non potrà permettersi d’essere fiacco com’è stato nei suoi ultimi discorsi durante la crisi di governo. Né tuttavia potrà ripetere parole d’ordine e disordine (sull’immigrazione e l’economia) che si sono svuotate di senso. “Tirerò fuori un’idea”, ha promesso. E chissà che non si trasformi, l’ex Truce.

Magnetica. Che abbia una cuffia in testa, tacchi vertiginosi o i capelli colorati di rosa, Federica Pellegrini è sempre divina. Ti abbraccia o ti respinge. È eclettica ma ha sempre gli occhi fissi su un obiettivo. Ha saputo trasformarsi, rialzarsi e vincere. Sempre e comunque. Anchenelle sconfitte. È lo stile libero che ha scelto lei o lei che ha scelto lo stile libero? «Sono io che l’ho scelto. Consideri che da piccola facevo dorso e delfino». Lei vive la vita modello stile libero? «Direi proprio di sì». Ci spieghi «Vuol dire affrontare la vita con la libertà di fare le proprie scelte senza sentirsi vincolati a qualcosa o a qualcuno». E se le dico acqua? «E’ ilmio mondo». Però ha paura delmare aperto… «Hopaura quandonon vedoil fondo.Possotrovarmi in un punto anche profondo 20 mentri ma se vedo il fondo sono tranquilla. Altrimentinonmi tuffonemmeno». Diciamo così ha bisogno di toccare con mano l’obiettivo «Sono una che ha degli obiettivi e vuole raggiungerli quello è sicuro. Diciamo così: ho paura di quello che rappresental’ignoto». Niente salti nel buio? «Sono una che deve sempre tenere tutto sottocontrollo». Se non avesse nuotato cosa avrebbe fatto? «Forse avrei fatto danza». Quando ha capito che il nuoto sarebbe diventato la sua vita? «Quando ho ottenuto il primo risultato veramente importante. Cioènel 2004 quando a 14 anni durante icampionati italianiho vinto i 100 stile con il primo tempo del mondo in quelmomento. Lìho veramente capito in che dimensione mi trovavo». Lei è una chemette barriere? «Non lo faccio a priori ma le metto con le persone. Nel senso che se qualcuno non mi piace a pelle non ho alcuna paura a farglielo capire. Così come non ho paura di chiudere per sempre con chi mi fa del male. Perché ilmondomette barriere? «Ha paura del diverso». Secondo lei perché? «Per ignoranza. Si ha paura di quello che non si conosce». Le donne fanno paura? «A tanti uomini. Però io credo che non siano le donne a far paura ma siano gli uomini ad aver paura dell’emancipazionedelledonne». I tabù sono barriere che mettono gli uomini? «No, secondo me i tabù che hanno le persone sono abbastanza soggettivi». Federica fa paura? «Molto». E la Pellegrini? «Tantissimo». Lei vota? «Solitamente sì. Però ultimamente non ci sono andata ma solo per coincidenza:eroall’estero». Se potesse dire una cosa a: Salvini, Di Maio e Zingaretti? «Non voglio parlare di politica». Se potesse dire una cosa al numero uno del Coni, Giovanni Malagò? «Glidireidicontinuarea farcrescere losportcomesta facendo». E al presidente di Sport e Salute, Rocco Sabelli? Ride, ndr. Che rapporto ha con il suo passato? «Molto interiore e riflessivo. Non rinnego niente e sono contenta delle scelte che ho fatto». Esiste una Federica prima e una Federica dopo? «Direi che c’è una Federica che è cresciuta e che ha imparato dal passato». Rifarebbe ogni scelta? «Sì, rifarei tutto». Nonc’èproprionulladicuièpentita? «Sono convinta che le scelte che ho fattoprimamihanno aiutato dopo. Ma se proprio devo scegliere una cosa che cambierei dico che avrei dovutocontinuare aseguirePhilippe Lucas (suo ex allenatore, ndr) l’anno delle Olimpiadi di Londra 2012». È stata più volte tradita o sono di piùlevolteincuihatradito? «Di sicuro quelle in cui sono stata tradita». Cos’è l’amore? «Un sentimento che ti porta a scegliere persone diverse indipendentemente dal periodo in cui ti trovi. Cresce con te». Il sesso è importante? «È fondamentale». Quando è cambiato il rapporto con il suo corpo? «Ultimamente. Negli ultimi due o tre anni sono arrivata ad avere una fisicità nella quale mi ritrovo al 100%». La mente può aiutare a salvarsi dalla trappola del corpo? «Per una donna credo che siamolto difficile. Penso che una donna sia più felice quando si ritrova nel corpochevuoleavere». E la Pellegrini sexy sui social quando nasce? «Da quando ho cominciato a piacermi». Si è fatta un nuovo tatuaggio? «Sì, un rosario. Me lo ha regalato miamamma tempo fa e io l’hosempreportatoconmequando facevo i collegiali o le gare. Ce l’avevo sempre in valigia. Le ultime gare dei mondiali, invece, l’homessosotto il cuscino ed è stato come un lampo nelle testa. Mi sono detta se vinco questa volta lo porterò sempre con me.Hovintoequindil’hotatuato». Un qualcosa di più scaramantico o più religioso? «Religioso». Come si nuotano i 200 stile nella vita? «Come li nuoto io: in progressione». Senza guardare nessuno? «Se c’è qualcuno che sta davanti a te e ti sprona è meglio». Un viaggio: dove, come e con chi? «InTibetperchénon l’hoancora visto.Pensosiaunviaggiomolto interioreda fare.Ci andreida sola econ unozaino inspalla». Tre aggettivi per la Manadou, la Ledecky e la van Almsick. «Laureèbellissima.Un’atletabellissima in tutti i sensi. Katie è fortissima.Franziskaèilmioidolo» Visto che ormai si intende di talent, ci fa una hit di chi ci sarà dopo di lei? «Quelle che ci sono ora. Le dico in ordine sparso: Simona,Margherita e Benedetta (Quadarella, Panziera ePilato,ndr)» In futuro più tv o più passerelle? «Direi sicuramente la televisione perché fisicamente non sono una modella». Tokyo 2020? «Manca poco. È la destinazione finale. Spero sia una bella destinazione». Agli Europei di Roma del 2022 ci sarà? «Sì, da spettatrice». Dopo l’Olimpiade basta con il nuoto? «Magari continuerò da insegnante». Se dico Luca, Filippo e Matteo? «Matteo (Giunta, ndr) non c’entra ancora in questinomi.Luca (Marin,ndr) eFilippo (Magnini, ndr) sono state storie importanti che ho avuto in passato. Matteo è attualmente è il mio allenatore». E basta? «Sì».

Per oltre un anno è stato un ministro degli Interni apertamente razzista e, in modo appena celato, fascista. L’eletto che ha giurato su una Costituzione nata dalle ceneri della Roma in camicia nera e dalla gehènna di Salò ma che ha spergiurato riprendendo, nel giorno del compleanno di Mussolini, una delle famose frasi del dittatore, e per di più affacciandosi al balcone del Municipio di Forlì, proprio là dove il Duce aveva assistito all’uccisione di un gruppo di partigiani. Era il «capo della banda dei cavolfiori» (Bertolt Brecht) che, di fronte alle critiche di Roberto Saviano, osò insinuare che la scorta assegnata al romanziere potesse essere «rivista» e, nel frattempo, gli «mandava un bacio» con il sogghigno e la velata minaccia di solito in uso tra i biscazzieri dei film di Scorsese e gli scagnozzi del clan Corleone. Era l’«uomo forte» che ai «sommersi e ai salvati» (Primo Levi), a cui chiudeva i porti italiani, indirizzava battute indecenti da bagnino e aggiungeva, solo per loro, una nuova categoria alla classificazione platonica dei vari modi di essere umani: esseri marini mezzi vivi e mezzi morti, senza scopo o razza, vagabondi perpetui, migranti allo sprofondo della loro esistenza. Tra finto cattolicesimo e rubli Era il finto patriota, sovranista dei miei stivali, presunto condottiero della perduta grandezza italiana che lasciava che i suoi fidi rubassero rubli e petrodollari a Mosca e che preferiva Putin al suo popolo, la prosperità del suo partito al rispetto della legge, i brindisi segreti con la vodka ai giuramenti al Quirinale. Era un cattolico imbarazzante, devoto come Tartufo, che ostentava i suoi messali come i suoi finti galloni di falso poliziotto, fautore dell’esatto contrario della politica difesa dal Vaticano sui migranti. In breve, ha passato quattordici mesi tra una perpetua campagna elettorale, un post su Twitter, una marcia su Roma 2.0, che avrebbe potuto aggiungere un capitolo alla Tecnica del colpo di Stato di Malaparte. Tutto qui. È l’eterna arroganza che prende gli uomini da Achille e Icaro in poi? L’intrinseca assurdità di questo fascismo balneare, che si risolve in un tour delle spiagge, tra mojito e Benito, gin-tonic e dj? E come ha potuto, questo gradasso, dimenticare che Matteo Renzi era stato sindaco di Firenze, la città di Machiavelli, e che, per un semplice istinto repubblicano, avrebbe preso in trappola il «marciatore su Roma» che aveva ancora i piedi affondati nella sabbia delle spiagge dell’Adriatico? Il colpaccio mancato Ed ecco che ha provocato un’assurda crisi politica, da cui esce coperto di ridicolo e umiliato. Lui che amava mascherarsi e moltiplicare i travestimenti – un giorno pompiere; un altro poliziotto; il giorno successivo, doganiere – ecco, è diventato come il re nudo della favola di Andersen. Voleva essere Cesare; è finito come Petoche. «Alea jacta est», aveva detto il primo, attraversando il Rubicone; la Storia non tramanderà le parole del secondo, che ha sabotato il proprio governo mentre se ne andava verso il suo ombrellone. «È un 18 brumaio un 1 aprile?» verrebbe da chiedergli, riecheggiando le parole di un gollista beffardo nel vedere, nel 1974, un bonapartista francese provare anche lui a piazzare il colpaccio, fallendo: tranne che i francesi, all’epoca, avevano tutto un altro tono e la Storia, stavolta, si è trasformata in farsa. Lui che, in altre parole, voleva replicare il Consolato ed è riuscito solo a mettere a segno la più spettacolare ma anche la più ridicola tra le azioni politiche contemporanee: ah! che pena fa adesso, con quel suo modo di dare la colpa all’Europa, a Macron, ai rom e ai mercati finanziari per l’esplosione del palloncino che aveva trascorso l’estate a gonfiare oltre ogni limite… Il gioco è finito? E il Donald Trump transalpino ha perso la sua occasione? Questo purtroppo non è affatto detto. Perché, certo, Matteo Salvini è più Scaramouche o Mascarille che Machiavelli. E ovviamente vederlo alle corde non può che rallegrare chi assisteva con disgusto alla trasformazione del Paese di Pasolini e De Gasperi nella nazione tradita dove la linea diplomatica era decisa a Mosca e la politica migratoria dipendeva dal cervello di Steve Bannon. E il governo barocco che gli succede, questa squadra contro natura che poggia su un «compromesso storico» tra i socialdemocratici e la strana cricca sovranista dei 5 stelle, è – qualunque cosa se ne dica – preferibile a una democratura guidata da uno sgherro. Tuttavia, lo sgherro non ha ancora detto l’ultima parola. Quanto ci si può fidare di fare questo bizzarro compromesso, che non ha altro scopo che toglierlo di mezzo; esempio dell’«inciucio» di cui, come tutti i populisti, finge di essere nemico. E poiché la sua macchina di propaganda digitale, da lui stesso definita «la Bestia», si è immediatamente e di buona lena rimessa all’opera, si può ben immaginare l’asse della politica italiana, o quello che ne resta, tornare a pendere verso di lui, come una sgangherata torre di Pisa. Per evitarlo, sarà necessario un vero risorgimento repubblicano. Servirà ai democratici la miscela di saggezza e coraggio che i loro lontani antenati chiamavano virtù. E non c’è che un modo per salvare davvero l’Italia: combattere, senza tregua e a tutto campo, una guerra gramsciana contro questo fascismo che, anche se è al tappeto, da un giorno all’altro potrebbe risorgere. Salvini ha perso il suo 18 brumaio – ma sta già preparando il suo 2 dicembre.

Vittima di una spaccatura verticale, così appare il Coni di Giovanni Malagò. Il virus della politica è entrato a fondo nelle dinamiche dell’ente che amministra lo sport e la scelta del governo precedente di «scippare» la cassa, togliendo 429 milioni al bilancio del Coni (cui restano appena 40 milioni e la competenza sullo sport d’eccellenza) a beneficio di una creatura del tutto nuova e dipendente dall’esecutivo quale «Sport e salute», ha fatto esplodere le tensioni. Ieri «Repubblica» ha dato conto di due lettere riservate di Malagò ai vertici del Cio, il Comitato olimpico internazionale, in cui si sostiene che il nuovo assetto sarebbe contrario ai principi sportivi e all’autonomia del Coni, e che perciò il Cio sarebbe dovuto intervenire contro l’Italia. Intervento che per il momento si è concretizzato con una lettera aperta, ma qualcuno teme che potrebbe diventare un clamoroso embargo contro l’Italia alle prossime olimpiadi. Il presidente: «Un atto dovuto» Il giorno dopo la notizia, il Cio fa sapere che «Malagò non ha mai chiesto sanzioni per l’Italia». Il presidente del Coni, a sua volta, rivendica la giustezza della sua azione. «Le mie lettere al Cio? Era indispensabile – ha spiegato Malagò – e doveroso farlo. Se non avessi evidenziato situazioni normative che sono sotto gli occhi di tutti, da membro Cio sarei stato sanzionato in modo anche grave. Devo essere sincero, non capisco la motivazione e il clamore di tutto questo». Per concludere: «Io ho difeso e sto continuando a difendere il Coni. Ora nell’ambito dei decreti attuativi della legge delega dobbiamo sistemare alcuni aspetti che sono in palese contraddizione con la Carta olimpica». Protestano le federazioni di nuoto e tennis. «Questo clima certo non favorisce lo sport in Italia e non fa bene alle federazioni, dice Paolo Barelli, presidente della Fin. Dura la reazione di Angelo Binaghi, numero uno della Fit: «Le due lettere parlano da sole. Atto dovuto? Non mi vedrete mai scrivere una lettera contro la federazione italiana tennis». Non l’ha presa bene, però, per usare un eufemismo, chi tra i politici fino a ieri era sull’altra barricata. L’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti fa filtrare di avere scritto a Malagò e a due membri italiani del Cio il 3 settembre, due giorni prima di lasciare Palazzo Chigi, una lettera di precisazioni, sottolineando che quella approvata dal Parlamento italiano è una legge-delega e che quindi ci sarà tutto il tempo per correggere il tiro con i decreti attuativi. L’altro ex sottosegretario che aveva portato avanti la riforma, il grillino Simone Valente, è durissimo: «Un fatto gravissimo e sconcertante. Malagò si è spinto fino al punto di suggerire l’irresponsabile esclusione dell’Italia dalle Olimpiadi di Tokyo e la revoca dell’assegnazione di Milano-Cortina creando scompiglio nel mondo sportivo, in particolare tra quelli che puntano alle Olimpiadi del 2020, solo per una mera questione di tornaconto personale». Secondo Valente, Malagò è il responsabile unico del «terrorismo psicologico» che da mesi serpeggia tra atleti e dirigenti. E tutto sarebbe da collegarsi a una questione personalistica: il blocco per una eventuale rielezione alla guida del Coni. «Il presidente Malagò, che è a capo di un ente pubblico, ha commesso una scorrettezza istituzionale senza precedenti esclusivamente per proteggere i suoi personali interessi». Ma è Alessandro Di Battista il più incendiario di tutti: «È alto tradimento. Il funzionario pubblico Malagò mentre pubblicamente terrorizzava gli atleti italiani, segretamente chiedeva al Cio di punire l’Italia». Il M5S sta facendo appello al neoministro Vincenzo Spadafora affinché intervenga.

Fausto Coppi il più grande? Sì, per volontà popolare. La grandezza non si misura solo col numero di vittorie, altrimenti Villeneuve ma anche Pantani non sarebbero ricordati come lo sono. La grandezza di Coppi non è basata sulla forza, pure notevolissima, con cui ha compiuto certe imprese, valgano per tutte i 192 km di fuga solitaria nella Cuneo-Pinerolo, al Giro del 1949. Quanto a forza fisica, su ogni terreno, Merckx gli è stato superiore. Quanto a forza mentale, Bartali gli è stato superiore, e l’ha aiutato più di quanto l’aiutò Coppi. La differenza di età, certo. E l’esperienza. Bartali era già famoso quando Eberardo Pavesi ingaggiò alla Legnano Fausto come suo gregario. Coppi no, sui giornali spesso risultava Cappi, e lui doveva precisare: Coppi, Coppi, come le tegole. Quel Giro Coppi lo vinse, ma stava perdendolo per una crisi sulle Dolomiti. E Bartali andò a scuoterlo: «Rimettiti a pedalare, altrimenti sei solo un acquaiolo». Cioè un portaborracce, un gregario. Punto sul vivo, Coppi si rimise a pedalare. Ma una forma di fragilità mentale gli rimase dentro per tutta la carriera. Dopo nove anni, stessa scena. Coppi cade andando verso Saint-Malo, non è disponibile la sua bici di riserva, sale su quella di un gregario che non ha le misure giuste, perde minuti su minuti e in più fa un caldo incredibile, per essere nel nord della Francia. Coppi si ferma, vuole ritirarsi, dice che ha solo voglia di starsene a casa disteso all’ombra di un albero. Più degli incitamenti di Alfredo Binda, il ct, hanno effetto le parole di Bartali: «Siamo al quinto giorno, hai tutto il tempo, le cronometro e le salite per ribaltare la classifica». E Coppi la ribalterà, sarà il primo ciclista a vincere Giro e Tour nello stesso anno. Sarà anche il primo a entrare nella leggenda da vivo. E a restarci per sempre, dopo quella morte assurda a poco più di 40 anni. Al ciclismo aveva già dato tutto quello che aveva, chiudendo con l’amarezza di un Lombardia perso da Darrigade nel volatone, dopo averlo dominato. Era l’autunno del ’56, l’autunno del patriarca non avrebbe avuto il tempo di viverlo. Il tempo di rimettersi accanto a Bartali, almeno nelle foto e nelle canzoncine al Musichiere, quello sì. Come nel ’40, allora da giovane promettente, ora da campione sfiatato ma pur sempre con un nome, un’aureola, una tariffa. L’ultimo Coppi per fare da maestro al promettente Venturelli, in una squadra di giovani, la San Pellegrino, col vecchio brontolone sull’ammiraglia. Per entrare nella leggenda bastavano un paio delle dieci vittorie ottenute con fughe solitarie superiori ai 100 km, o la frase sull’uomo solo al comando che era diventata il marchio di fabbrica di Mario Ferretti, il cono di luce in cui entrava lui, Coppi, il ritornello che incantava un’Italia in ginocchio dopo una guerra feroce, un’Italia che si stava rimettendo in piedi. Vorrei tornare al ’49 perché Coppi non fu il solo a entrare nella leggenda, in quell’anno. Ci fu, prima, il Grande Torino (di cui Coppi era tifoso, per inciso). Una trasferta all’estero. Una morte in casa. Un disastro aereo, Superga. Un safari in Alto Volta, l’agonia a Tortona. Se qualcun vuole vedere le immagini dei funerali, anche per capire la compostezza del dolore, anche il più profondo, si assomigliano. Non nella sostanza, tante bare contro una sola. Non nel paesaggio, una città contro un costone innevato, il cimitero in salita di un paesino del Tortonese. Ma nel dolore di una folla silenziosa, come se a tutti fosse morto qualcuno in casa. La grandezza di Coppi si può misurare anche con la sua fragilità. Se Bartali era chiamato l’uomo di ferro, Coppi era l’uomo di cristallo. A parte le crisi, i propositi di ritiro ora rientrati ora attuati, come cadeva si rompeva. Malleolo, clavicole, scapole, bacino. Si rompeva e ricominciava. Tutto, pur di non tornare a zappare la terra. E molta discrezione, quasi umiltà, anche dopo le vittorie più belle. È stato Alfredo Martini, che di Coppi è stato gregario e avversario, a farmelo notare. Quando vinceva, non si atteggiava a perdente, ma quasi. Spesso chiudeva esausto, dovevano sorreggerlo, e Orio Vergani s’inventò per Fausto lo sguardo da cervo morente. Era come, spiega il grande Alfredo, se sentisse il peso di aver battuto, umiliato tutti quanti. Un giorno il giovane Jacques Anquetil andò a trovare Coppi a Castellania. Voleva capire la dimensione del campione, come viveva, cosa mangiava. Coppi lo accolse vestito con una camicia a quadrettoni e i pantaloni grigi di una tuta che aveva vissuto giorni migliori. Anquetil tornò deluso a Rouen: «Pensavo che vivesse in un castello, invece ha le galline che camminano per la cucina». In un castello avrebbe vissuto lui, Anquetil, a fine carriera. Coppi si sarebbe accontentato di una grande villa a Novi Ligure, con maggiordomo. Quando Brera andava a trovarlo, a un certo punto Giulia Occhini si adombrava: smettetela di parlare di quando eravate poveri, adesso che non lo siete più. Era nostalgia, forse, o un tentativo di fuga. Coppi è morto di malasanità, come un povero. E dall’ospedale di Tortona è entrato dritto nella leggenda. Lo sanno quelli che ogni anno a migliaia vanno in bici sull’Izoard davanti alla stele che lo ricorda, oppure a Castellania, un pugno di case dove la sopravvivenza è assicurata da un morto che non morirà mai del tutto. Perché questo è il destino delle leggende.

cco il significato che Hannah Arendt attribuisce a quella sua espressione. La privazione del diritto di avere diritti «si manifesta soprattutto nella privazione di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto. Qualcosa di molto più essenziale della libertà e della giustizia, che sono diritti dei cittadini, è in gioco quando l’appartenenza alla comunità in cui si è nati non è più una cosa naturale e la non appartenenza non è più oggetto di scelta; quando si è posti in una situazione in cui […] il trattamento subìto non dipende da quel che si fa o non si fa [ma da quel che si è]. Questa situazione estrema è la sorte delle persone private dei diritti umani. Esse sono prive non del diritto alla libertà, ma del diritto all’azione; non del diritto a pensare qualunque cosa loro piaccia, ma del diritto alla “opinione”. Non contano niente. Sono soltanto un peso. Ci siamo accorti dell’esistenza di un diritto ad avere diritti […] solo quando sono comparsi milioni di persone che lo avevano perso e non potevano riacquistarlo a causa della nuova organizzazione globale del mondo. Questa sventura non derivava dai noti mali della mancanza di civiltà, dell’arretratezza e della tirannide; e non le si poteva porre rimedio perché non c’erano più sulla terra luoghi da “civilizzare” perché, volere o no, vivevamo ormai realmente in un “unico mondo”». Questa ultima annotazione circa «l’unico mondo» ci deve fare pensare. Un altro modo di esprimere l’unico mondo è la saturazione degli spazi sulla terra. Soffermiamoci un poco sull’aspetto spaziale dei diritti perché, a onta della sua decisività sotto tanti aspetti, è normalmente ignorato. Quando diciamo spazi saturi o pieni, con riferimento all’oggi, intendiamo soprattutto una nozione socio-politica. Esistono ampie zone sotto-abitate o addirittura disabitate e abitabili, in Asia, America del Nord e del Sud, Oceania. La loro saturazione deriva dal fatto che esse, fisicamente ancora occupabili, non lo sono socialmente e politicamente, a causa della chiusura su se stesse delle società locali. Il mondo, fino ai tempi più vicini a noi, ha sempre contenuto “spazi liberi” o, più realisticamente, spazi che potevano essere “svuotati”, cioè conquistati in favore dell’espansionismo di popolazioni e Stati a corto di risorse interne: espansionismo determinato da ragioni politiche, economiche, demografiche, ideologiche. Tra l’Ottocento e il Novecento, con il cosiddetto “diritto coloniale” al quale illustri giuristi si sono dedicati, si sono giustificati atti e violenze nei confronti dei popoli colonizzati, atti e violenze che, se riferiti alle nazioni europee, sarebbero apparsi crimini contro la loro sovranità. Gli abitanti, nella migliore delle ipotesi, li si considerava popoli-bambini, bisognosi di pedagoghi; nella peggiore, popoli parassiti ed egoisti che, con la loro indolenza, sottraevano alle industrie le risorse che la natura, casualmente, aveva collocato nelle terre da loro abitate. Perfino Tommaso Moro, nella sua Utopia, aveva ragionato così nel 1516, al tempo delle grandi esplorazioni e scoperte geografiche. Oggi, non può più essere così. Che cosa significa la parola “globalizzazione”, se non che tutto il mondo costituisce (o è in marcia per costituire) uno spazio unico, totalmente occupato e, perciò, saturo? Se cerchiamo una rappresentazione evidente, impressiva, non solo realistica ma tragicamente reale di che cosa significa la saturazione degli spazi, rivolgiamoci alle centinaia di migliaia, anzi milioni, di persone che, mosse dalla necessità di sopravvivenza ed espulse dai loro Paesi, si accalcano ai confini d’altri Paesi in masse che non sanno dove andare e sopravvivono in condizioni sub-umane. Si calcola che più di settanta milioni di persone vivano lì ammassati. I diritti umani, per loro, sono di fatto sospesi. A ciò si aggiungano i luoghi di costrizione come quelli della Libia tristemente famosi in Italia. Non molto diversi i centri di raccolta “provvisori” dei migranti che esistono in Europa. E così anche le immense periferie delle baraccopoli, bidonville, favelas, township che esistono in tutto il mondo della povertà, dove la vita civile è come sospesa. Quest’immensa umanità si trova precisamente nella a condizione degli ebrei perseguitati nei paesi dell’Europa dove si erano insediati da secoli. Gli spazi saturi sono quelli in cui non esistono riserve utilizzabili per consentire pacifici movimenti. Ogni movimento è una collisione e la collisione genera o stasi o guerra. Il caso del popolo d’Israele è altamente significativo, perché mostra entrambe le possibilità: la stasi, calma prima della tempesta nella quale milioni di persone hanno atteso immobili il degrado della loro condizione, fino allo sterminio; la guerra per ricostruire un territorio per un loro Stato in Palestina. Il mondo globalizzato e saturo vive in questo dilemma tra stasi e guerra, in ogni caso mortifero. Le tensioni si scaricano al suo interno, creando instabilità e violenza, alimentata dall’invidia e dall’odio. La guerra cambia natura e, da guerra esterna tra stati rivali, si trasforma in conflittualità interna allo spazio globale. Insomma, potenziale guerra civile globale senza legge, come condizione endemica del nostro tempo. Coloro che trovano normale “a casa loro” e “prima gli…” credono di preservare la pace e l’ordine “a casa propria”. In realtà, è vero precisamente il contrario. La disperazione di chi deve fuggire da casa propria e l’ingiustizia subita da chi è privato di diritti basilari per favorire i privilegi altrui non fanno altro che acuire le tensioni sociali alle quali si risponde con misure repressive per la tutela dell’ordine pubblico. Immanuel Kant ha trattato del rapporto tra le popolazioni e la terra a disposizione e del modo di disinnescare la violenza insita in questo rapporto. Nel Terzo articolo definitivo del celebre scritto Per la pace perpetua (1795) si sviluppa il concetto di “ospitalità universale” che dovrebbe orientare il “diritto del cittadino del mondo”. Riassumo e interpreto così. Non si tratta di filantropia (la filantropia riguarda la generosità dei privati), ma del diritto dello straniero che arriva sul territorio di un altro Stato di non essere trattato ostilmente, fino a quando si comporta pacificamente. Kant parla del diritto all’ospitalità a senso unico, dal punto di vista dei popoli europei colonizzatori rispetto ai popoli extra-europei colonizzati. Ma, ciò che è detto vale allo stesso modo al contrario, quando sono i popoli lontani che si affacciano all’Europa: secondo l’argomento kantiano, hanno diritto all’ospitalità, a condizione che non si trasformi in diritto alla conquista, alla rovescia. La formula di Hannah Arendt riguarda una aspirazione morale che corrisponde a un ideale astratto di giustizia. Gli ideali non sono da buttar via, ma non bastano. Perciò non si deve disprezzare il diritto di avere diritti. Ma si deve riconoscere che, per farlo discendere dal cielo in terra, occorre qualcosa di diverso che non l’ideologia dei diritti. Essa può ispirare azioni concrete e, come ispirazione, va bene. Così dovremmo uscire alle idee astratte, dalle “filosofie” e dovremmo entrare in un altro campo, il campo delle azioni e delle politiche nel quale, purtroppo, domina il potere che dei diritti non sa che farsi. Mentre, al contrario, i privilegi gli stanno particolarmente a cuore.

Si avvicina il ventennale di un’invenzione dirompente e di portata planetaria, anche se gli effetti immediati sono microscopici, spesso gradevoli e così vicini a noi, da essere impercettibili. A inizio del 2000 si affacciò sul mercato sudcoreano il primo telefonino con una fotocamera, un Samsung. Erano passati tre anni dal primo test, il ritratto sfuocato, realizzato unendo computer, telefono e macchina fotografica dall’inventore francese Philippe Kahn alla figlia neonata Sophie, una sorpresa ai parenti lontani. Un atto d’amore di cui poi, segno premonitore, entrambi si pentirono, perché migliaia di sconosciuti insistettero a fotografarli a loro volta. Passati vent’anni, le immagini scattate da miliardi di “fotografi”ormai inconsapevoli del gesto, spinti da un bisogno irrefrenabile -259 “selficidi” tra il 2011 e il 2017- sono il vocabolario della conversazione intima, ideologica, commerciale, famigliare. Servono a umiliare, sedurree condizionare le opinioni, crearsi o rubare identità; per la docilità digitale a essere manipolate, hanno dato un contributo fondamentale all’epoca della verosimiglianza. Scattiamo come respiriamo, mescolando alto e basso, rendendo tutto equivalente e trascurabile. Dell’epoca con più ricordi potenziali (migliaia di miliardi di scatti l’anno, direzione infinito), non resterà memoria. In crisi è la premessa fondamentale: affidare veridicità all’immagine. Nessuno intuì le conseguenze immani e negative di una trovata piuttosto astrusa: abbinare uno strumento di ripresa al telefono. E se invece che un obiettivofosse stato un termometro? Era inconcepibile che un pulviscolo luminoso potesse creare ossessioni o vittime. Un elenco parziale di queste ultime include: le sensazioni (quando invece di godere un panorama, ci si limita a guardarlo nello schermo), la dignità (immagini diffuse in rete di cadaveri scattate da infermiere con il pollice alzato), la verità (il giornalista Sikh canadese il cui autoritratto postato su Twitter, fu photoshoppato per accusarlo, di volta in volta, di essere stato l’attentatore di Parigi, Bruxelles, Nizza). La vita umana: sul profilo Instagram di una milizia indipendente irachena fu pubblicata la foto di un combattente Isis; il testo lasciava ai followers un’ora per votare se dovessero ammazzarlo o no: la maggioranza non lo risparmiò. Vittima fu Tiziana Cantone, al centro di un terribile ricatto hard. Vittime sono i bambini ritratti dai genitori e inseriti nel flusso di volti disponibili in eterno (una ricerca non recente contava 1500 immagini in rete a testa prima dei tre anni). Al suo esordio, la “fotografia democratica” era sembrata invece l’occasione felice di dare a tutti lo strumento per diventare testimoni della propria vita; prometteva di arricchire il racconto globale con una miriade di occhi nuovi. Appena fu disponibile un telefonino capace di scatti decenti — il Nokia 7650, era il 2002 — insieme al fotografo Marcello Mencarini, creammo la prima comunità al mondo, “Makadam”, destinata a raccogliere e pubblicare oltre che sul sito, sull’omonimo magazine le fotografie catturate con il cellulare dagli utenti: ne riunimmo qualche migliaio. La speranza era la nascita di una relazione a doppio senso, un’offerta di regole deontologiche, estetiche, tecniche da parte nostra, ricambiata dall’accesso a un mondo invisibile a causa delle nuove leggi sulla privacy: gli spazi, le ore della gente. Si pensava a un trasferimento di scelte etiche dal fotogiornalismo in crisi, all’immenso bacino dei “fotografi” improvvisati. Avevamo intravisto un continente di contributi originali: sentimenti, tic, istinti della vita di tutti i giorni. Riuscimmo a pubblicarli su giornali; stampammo libri, organizzammo mostre con gli scatti “facili” della comunità. Il progetto durò soltanto quattro anni, ma conteneva qualcosa di buono e che vale la pena rievocare ora che questa rivoluzione ha cambiato strada. Perché l’idea di una fotografia partecipativa ha fallito? Non c’è una causa: è però possibile indicare alcuni elementi di disturbo, terzi incomodiche l’hanno “sequestrata”.Ci si era illusi che intervenisse una contaminazione di contenuti ed estetiche dal basso, e che le testimonianze della propria esistenza fossero trasmesse con un’infinità di stili espressivi; invece i modelli di racconto s’impongono dall’alto come gabbie: uniformarsi è facile e obbligatorio. Prevalgono i format convenienti agli algoritmi, per fare delle fotografie in rete l’anima è il motore della pubblicità. Ci si aspettava l’emergere di una ribelle babele di voci, ma le logiche di mercato hanno prodotto pecore obbedienti a standard; zittendo così il dialogo del mondo, perché l’estraneità non nasce quando si hanno opinioni (o immagini) opposte, ma quando si somigliano. Sguazziamo in racconti che mimano il già noto, i soliti noti (influencers ecc.). Davamo per scontato che le persone sapessero scegliere chi, cosa e quando fotografare. Invece tutto deve essere visibile; anche per questo, la sconfitta più bruciante riguarda la sferadell’intimità. Contavamo che chi rivolgesse l’obiettivo verso il proprio amore, l’avrebbe fatto rispettando l’altrui unicità e rendendosi disponibile a essere a propria volta trasformato da questo incontro di volti, corpi, geometrie e luce. Così non è stato e l’altro si fa trascinare o si getta per primo in un terreno di foto e pose impersonali, dalle labbra ai piedi. Eravamo convinti che i fotografi da telefono, potessero un giorno affiancare i professionisti. Non avevamo previsto che l’indigestione d’immagini avrebbe stordito, annichilito gli spettatori. L’americano Paul Melcher, esperto dell’industria fotografica, scrive di una “putrefazione” della fotografia in sé: “Le foto sono diventate così comuni, indifferenziate, simili da aver perduto senso. Non comunicano più nulla”. Cercano di catturare il nostro sguardo, nessuna riesce e nella degradazione dell’attenzione trascinano gli scatti per cui un fotoreporter ha rischiato, ha studiato. La nostra relazione con le immagini è stravolta: da fonte d’informazione, piacere o prova di un legame a ricerca insaziabile di un’altra immagine. C’è una ragione di questa dipendenza: per decifrare un’immagine, il cervello impiega un millesimo del tempo necessario per una parola. In attesa di nuovi ribelli o idee balzane, potremmo appiccicare agli Smartphone scritte simili a quelle dei pacchetti di sigarette. Guarda, non scattare. Oppure: Stampa se no perdi il ricordo. Oppure: Non mettere a rischio la privacy di tua figlia. O ancora: Se non sei Kylie Jenner, cambia espressione.

Ormai da tempo le elezioni israeliane hanno come protagonista Benjamin Netanyahu. Soltanto David Ben Gurion, fondatore dello Stato ebraico, ha governato così a lungo. Ma il voto del 17 settembre, martedì prossimo, non si annuncia tanto rassicurante per lui. È una ripetizione di quello del 9 aprile, e può riconfermarlo o meno come primo ministro lasciandolo al tempo stesso esposto a un’inchiesta della magistratura. Accusato di corruzione, di frode e di abuso d’ufficio, Netanyahu potrebbe incorrere col tempo in una condanna. La giustizia israeliana non ha risparmiato un ex capo dello Stato (Moshe Katzav) e un primo ministro (Ehud Olmert). Con una maggioranza favorevole in Parlamento, il primo ministro potrebbe far votare una legge sull’immunità che lo metta in salvo prima della fine d’autunno, quando la giustizia deciderà la sua sorte. L’esito elettorale non è dunque soltanto politico. L’elezione imminente ripete quella d’aprile che non ha consentito di formare una coalizione in grado di creare una maggioranza alla Knesset. In questi mesi di pausa, di riflessione, stando ai sondaggi, non sembra che le opinioni abbiano subito mutamenti rilevanti. La rielezione di Netanyahu non è scontata. Né è scontato che, pur avendo ottenuto una maggioranza relativa, come in aprile, riesca poi a creare questa volta una coalizione che comprenda più della metà de 120 seggi della Knesset. Inseguito da una sconfitta, che non avrebbe soltanto conseguenze politiche, Netanyahu rincorre la destra ultranazionalista, della quale cerca di garantirsi i voti. Il 10 settembre ha promesso che nel caso restasse al potere il suo governo annetterebbe unilateralmente la valle del Giordano e la parte settentrionale del Mar Morto, in Cisgiordania. Se riceverà un mandato chiaro, ha precisato, applicherà la piena sovranità su altri territori, oltre quelli indicati. Lo farà senza consultare l’ Autorità palestinese. Il trattato di Oslo tra israeliani e palestinesi dell’Olp (settembre ’93), dal quale era uscito un compromesso per avviare la formazione di due Stati, non è più in programma da tempo. Accanto a Israele non c’è più lo spazio per una Palestina indipendente. Le zone di cui Netanyahu ha annunciato l’annessione, nel caso di una sua vittoria elettorale, sono già occupate da colonie israeliane. Il primo ministro lascia intendere che, come è accaduto per Gerusalemme Est e le alture del Golan, gli Stati Uniti confermeranno le decisioni di Israele. Le quali sarebbero incluse nel “piano di pace” per il Medio Oriente che Donald Trump ha annunciato, ma che per ora non ha svelato. È un silenzio che alimenta molti dubbi, perché nel frattempo il presidente americano ha corretto la sua politica mediorientale. Gli Stati Uniti non sono più tanto allineati sulle posizioni di Israele e dell’Arabia Saudita nel conflitto con l’Iran. Mentre lui, Trump, si dichiara pronto a incontrare Hassan Rohani, il presidente iraniano, Benjamin Netanyahu continua a denunciare siti nucleari iraniani in cui si preparano armi atomiche. E sollecita interventi militari. Il problema della sicurezza pesa sulle elezioni israeliane. E Netanyahu è il campione della sicurezza. I suoi guai giudiziari passano in secondo piano. Non perde occasione per denunciare il pericolo iraniano e la necessità di estirparlo, mentre il suo principale e superpotente alleato, Donald Trump, sembra puntare adesso su un dialogo con Teheran, aiutato dal presidente francese, Emmanuel Macron, che fa da intermediario. Ma Teheran respinge per ora l’idea di una trattativa diretta. Prima vuole l’abolizione o la drastica riduzione delle sanzioni che colpiscono l’Iran. Tutto è molto incerto, in questa fase elettorale la svolta del presidente americano indebolisce tuttavia il candidato irsaeliano come campione della sicurezza. Netanyahu appare trascurato da Trump. Ma le idee del capo della Casa Bianca cambiano spesso. Pur essendo state smentite con vigore, le recenti rivelazioni sullo spionaggio israeliano negli Stati Uniti non contribuiscono a rasserenare i rapporti tra Washington e Gerusalemme. E, alla vigilia dell’elezione, mettono in imbarazzo il candidato Netanyahu che non perde occasione per sottolineare l’alleanza con la superpotenza. L’annuncio dell’annessione della Valle del Giordano e della parte settentrionale del Mar Morto, nel caso di un successo elettorale di Benjamin Netanyahu, ha messo in allarme l’Arabia Saudita. La quale non è particolarmente interessata alla sorte dei palestinesi, e tiene all’intesa con Israele di fronte al nemico iraniano, ma ufficialmente non può accettare in silenzio l’annessione di terre arabe da parte dello Stato ebraico. Quindi la condanna, inquinando la solidità dell’alleanza di fatto con Israele La Valle del Giordano è una zona ricca, rappresenta un terzo della Cisgiordania ed è abitata da più di sessantamila palestinesi e da più di diecimila coloni israeliani. Gli avversari di Netanyahu giudicano l’annuncio delle annessioni una manovra elettorale destinata a scomparire dopo il voto. Forse i sauditi sono dello stesso parere. Ma nelle ore che precedono l’elezione le parole contano. Il Partito Blu Bianco del generale Benny Gantz, principale avversario del Likud, partito di Netanyahu, che nei sondaggi riceve più o meno lo stesso numero di consensi, considera altrettanto importante la Valle del Giordano, ma non parla di annessione: garantisce, però, che non ne abbandonerà mai il controllo già assicurato dai militari israeliani e dai coloni. Il discorso elettorale di Netanyahu potrebbe avere come risultato la conquista di non pochi elettori laici di estrema destra e dei loro avversari appartenenti ai partiti religiosi. Il dissidio tra i laici, in gran parte di origine russa, e i religiosi ortodossi, è stata una delle cause dell’incapacità di Netanyahu di formare un governo in aprile. Avigdor Lieberman, il leader dei laici, esigeva l’abrogazione della legge che esenta i religiosi ortodossi dal servizio militare. I capi dei partiti religiosi hanno rifiutato di entrare nella coalizione nel caso l’iniziativa di Liberman fosse approvata. Cosi Netanyahu ha perso i due indispensabili alleati.

Qualche turista, perché di sicuro c’erano sulla metro che ieri mattina a Roma si è bloccata fra le stazioni del Circo Massimo e del Colosseo, avrà creduto di trovarsi a sua insaputa sul set di un film catastrofico. I nostri, invece, avranno pensato piuttosto al solito incubo. Soltanto peggiore di quelli vissuti finora: costretti perfino questa volta a raggiungere la fermata successiva camminando nella galleria buia in fila indiana mentre i treni passavano a tre metri di distanza. Con i vigili del fuoco intervenuti per mettere in salvo un disabile che a piedi non sarebbe mai riuscito a guadagnare la luce del giorno. Può succedere ovunque che si rompa una metro, dirà qualcuno. Chiaro. Ma se succede così, e succede a Roma, non è la stessa cosa. Non può essere un caso. Come non sono un caso gli autobus che vanno a fuoco. E come non sono un caso le stazioni della stessa metro che restano chiuse perché le scale mobili sono rotte e non si riparano. Chiuse a tempo indefinito, come non accade in nessun altro Paese civile. Mentre ieri un centinaio di passeggeri, molti impauriti, sperimentava il ruolo di controfigure in una specie di thriller improvvisato, le radio davano la notizia che la stazione Barberini della linea A, una delle più centrali della città dove le scale mobili avevano ceduto il 21 marzo scorso, riaprirà forse a Natale. Nove mesi dopo il fattaccio. E appena poche ora prima si era saputo che tre dipendenti dell’Atac e un dirigente della società incaricata delle manutenzioni erano stati raggiunti da misure cautelari emesse dai magistrati che indagano sul disastro dell’ottobre 2018, quando la scala mobile della stazione Repubblica collassò e 24 tifosi del Cska di Mosca in trasferta a Roma restarono feriti in modo anche grave. Le carte dell’inchiesta descrivono un quadro allucinante. Controlli non eseguiti, sensori disattivati, mentre i dirigenti intercettati di tutto sembravano preoccupati tranne che del rischio che avrebbero corso i passeggeri. «Se famo er calcolo delle probabilità, su 700 ne sarebbero venute giù altre tre o quattro, dai…», diceva il direttore d’esercizio della linea. Fatti gravi, che stanno a dimostrare come il problema non si possa limitare a poche responsabilità individuali, ma coinvolga il modo stesso con cui la città è amministrata. Triste dirlo: Roma è alla frutta. Mai i servizi pubblici, dai trasporti all’igiene, al decoro urbano, hanno toccato livelli così indecenti da far pensare che un cambio radicale di rotta non sia possibile se non ricorrendo a un regime amministrativo straordinario. Non sappiamo quale sarà l’atteggiamento vero del nuovo governo nei confronti di una vicenda che sta diventando una questione di vera emergenza nazionale: se quell’accenno nel programma ai problemi della città (che dev’essere secondo chi l’ha scritto «sempre più» attrattiva per i visitatori e vivibile per i residenti) è solo un salvagente cortesemente offerto alla sindaca Virginia Raggi dal nuovo alleato Pd, o l’annuncio di interventi radicali. Ma è certo che la capitale di un Paese del G7, una delle economie (ancora) fra le più avanzate del pianeta, così non può andare avanti. C’è in ballo anche la nostra reputazione: corre l’obbligo di ricordarlo, a tutti quei politici che per troppo tempo dei destini della città di Roma se ne sono lavati le mani.