La rappresaglia non è stata una sorpresa, la propaganda di Hezbollah aveva perfino indicato il giorno: domenica. Alle cinque del pomeriggio i missili hanno bersagliato la base militare israeliana al confine con il Libano. I razzi anticarro hanno centrato un veicolo, i militari a bordo sono riusciti a saltare poco prima, i soldati erano in stato di allerta da una settimana. Non ci sarebbero vittime neppure nelle altre esplosioni che avrebbero colpito alcuni edifici. Tsahal ha risposto bombardando con l’artiglieria la zona da dove è partito l’attacco, il fumo che si alza dai campi incendiati come in un giorno di guerra. Era dal 2015 che la frontiera tra i due Paesi non si trasformava in prima linea, anche allora dopo il raid orchestrato da Hezbollah — due militari morti — per vendicare l’uccisione di un loro comandante. Hassan Nasrallah, leader dell’organizzazione sciita filo-iraniana, dimostra così ai suoi sostenitori di saper mantenere le minacce e — per ora — sembra aver evitato il conflitto allargato (che non vuole). Il premier Benjamin Netanyahu è impegnato nella campagna elettorale — gli israeliani votano il 17 settembre — e anche lui non ha interesse a dare il via allo scontro totale. Quella che non si ferma è la guerra tra le guerre, come la chiamano i generali israeliani: lo Stato ebraico vuole impedire all’Iran e alle forze pilotate da Teheran (come Hezbollah) di irrobustirsi troppo. Così, la settimana scorsa, due droni sono stati telecomandati sopra Beirut e avrebbero distrutto l’apparecchiatura per produrre un componente essenziale dei missili balistici di precisione. Un pezzo unico da otto tonnellate, trasferito — secondo l’intelligence israeliana — dai pasdaran a Hezbollah. È stata questa perdita strategica a determinare la reazione ordinata da Nasrallah. Assieme alla necessità di ripagare l’umiliazione di un’operazione israeliana dentro quella che considera la sua roccaforte nei quartieri a sud della capitale libanese.