È morto l’uomo che dipingeva Mao (e non era Warhol)
Nessuno lo conosceva ma tutti conoscevano la sua opera Wang Guodong ogni anno rifaceva il ritratto del Grande Timoniere in Piazza Tiananmen. Un lavoro molto pericoloso
dal nostro corrispondente Filippo Santelli
Il più importante pittore di cui la Cina non ha mai sentito parlare è morto venerdì scorso a Pechino. Un artista di cui tutto il Paese ammira l’opera, l’enorme ritratto di Mao Zedong che domina Piazza Tiananmen, ma di cui quasi nessuno conosce il nome. «Non si può firmare, non si potrà mai firmare», diceva del suo capolavoro Wang Guodong, scomparso a 88 anni, spiegando di non soffrire per la mancanza di riconoscimento. Perché quell’immagine non è un ritratto di Mao, quello appeso sulla Porta della pace celeste “è” Mao. Il simbolo del Partito comunista, della Repubblica Popolare.
Wangnon non è stato né il primo né l’ultimo a dipingerlo, ma è stato colui che ha canonizzato l’icona, moltiplicata nelle case di ogni buon compagno, entrata nell’immaginario dei ribelli d’Occidente, resa pop dalle irriverenti variazioni di Andy Warhol. Tanto imperscrutabile, questa Monna Lisa comunista, che ancora oggi a realizzare l’enorme olio su tela sei metri per quattro e mezzo, che ogni anno va rimpiazzato perché rovinato degli elementi, è un allievo della “scuola” di Wang. Con minimissime variazioni sul tema.
Poco importa che a sua volta lo stesso Wang quell’immagine la copiasse da una fotografia che gli passava il governo, in un gioco infinito di riproduzioni. Basta guardare l’emozione negli occhi degli anziani che arrivano a Tiananmen, e si fanno fotografare con il quadro alle spalle, per capirne la forza. Wang era stato scelto nel 1964, quando aveva poco più di trent’anni, per l’incarico più ambito e temuto da un pittore di regime. E nonostante la fedeltà all’originale, c’è mancato poco che gli costasse la vita. Nella furia ideologica della Rivoluzione culturale, all’apice del culto della personalità, le Guardie Rosse lo accusarono di aver dipinto Mao da un’angolazione che mostrava un orecchio solo. Come se il “quattro volte grande” leader ascoltasse solo alcuni, e non le masse tutte.
Wang dovette sottoporsi a una delle famigerate sessioni di autocritica e fu spedito a rieducarsi per due anni in una falegnameria. Ma anche durante quel periodo non gli tolsero l’incarico, che lui assolse lasciando tutto più o meno uguale, dall’espressione seria al neo tra bocca e mento, ma raddrizzando il volto e aggiungendo la seconda orecchia. I Mao di Andy Warhol, dipinti nel 1972, continueranno in eterno a mostrarne una, in compenso valgono decine di milioni.
Tanta era la richiesta di enormi ritratti del leader in quegli anni, ogni funzionario locale voleva il suo, che dissero a Wang di scegliersi dieci apprendisti. Lui andò a reclutarli alla scuola d’arte di Pechino, guardando prima al rigore ideologico che al talento e spiegando loro che avrebbero passato il resto della vita a dipingere un solo soggetto, ma splendido. Li educò per tre anni ai segreti del mestiere, per esempio che il viso va esagerato di rosso, per esprimere anche con il brutto tempo la solidità dello spirito. E infine nel 1976, l’anno della morte di Mao, passò a loro il pennello. Nessuno avrebbe immaginato che solo pochi anni dopo, nella Cina del grande sviluppo, anche i ritratti del Presidente sarebbero passati di moda. Uno dopo l’altro i discepoli sono rimasti senza lavoro e oggi ne resta solo uno, il sessantaseienne Ge Xiaoguang, che in uno studiolo all’interno della Città Proibita prepara ogni anno l’unica immagine ufficiale necessaria, quella di Piazza Tiananmen.
Esposta a smog, vento e pioggia, le autorità la sostituiscono ogni anno, in una notte di fine settembre, in modo che sia al massimo splendore per la festa nazionale del primo ottobre. Questa volta è ancora più importante, visto che si celebrano i 70 anni della Repubblica popolare cinese. Piazza Tiananmen ospiterà una grande parata militare in cui la Cina metterà in mostra gli ultimi gioielli del suo arsenale.
E a dirigere la cerimonia sotto il famoso ritratto di Wang ci sarà il presidente che qualcuno ha definito un “nuovo Mao”, per il potere di cui dispone e il culto della personalità che ha costruito. Pochi giorni fa i media di regime hanno chiamato Xi Jinping lingxiu, leader. Lo stesso appellativo che veniva usato per il Grande Timoniere.