Il Regno Unito è destinato a morire». Nicola Sturgeon, premier del governo autonomo di Edimburgo, è una donna minuta e gentile: perfino nei comizi parla a bassa voce. Non ha per niente l’aspetto di un Braveheart, l’eroico condottiero in kilt che sette secoli or sono andò vicino a conquistare l’indipendenza per la Scozia, prima di venire catturato con l’inganno dagli inglesi e squartato su una pubblica piazza di Londra, come ben sa chi ha visto l’epico film che porta il suo nome. Eppure, intervistata questa settimana da Repubblica, la leader dello Scottish National Party (Snp), il partito indipendentista scozzese, ha previsto senza esitazioni la dissoluzione del regno di Elisabetta II. A fare crollare l’unione tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord, pronostica la “first minister” edimburghese, sarà la Brexit: l’uscita dall’Unione Europea, che il primo ministro Boris Johnson promette di portare a compimento entro il 31 ottobre, anche a costo di andarsene con il “no deal”, ovvero senza alcun accordo che sostituisca quarant’anni di legami con il continente. Un’ipotesi giudicata catastrofica da tutti gli esperti, principalmente per le sue conseguenze economiche. Ma un effetto non meno dirompente, perlomeno per i suoi abitanti, sarebbe la fine della nazione in cui sono nati e cresciuti. Il Regno Disunito. Gli scozzesi ci avevano già provato nel 2014, perdendo il referendum per l’indipendenza 55 a 45 per cento. Uno dei fattori decisivi fu la consapevolezza che, se la Scozia avesse lasciato il Regno Unito, avrebbe contemporaneamente abbandonato anche la Ue, con il rischio di non esservi più riammessa, per il diritto del governo britannico (come di ogni stato membro) di porre il veto all’ingresso di un nuovo Paese. Per ragioni ideali e pratiche, i discendenti di Bravehart non volevano ritrovarsi fuori dall’Europa: per questo molti di loro votarono contro l’indipendenza nel referendum di cinque anni fa. Paradossalmente, oggi, è la Brexit che li porterebbe fuori dall’Europa: perciò la premier Sturgeon vuole indire l’anno prossimo un nuovo referendum per l’indipendenza. I sondaggi dicono che stavolta potrebbe vincerlo. E non ci sarebbe Londra a mettere il veto alla riammissione della Scozia alla Ue. Le istanze separatiste sono un’antica storia su quelle fin qui chiamate le “isole britanniche”. È stata l’Unione Europea ad ammansirle, se non a renderle obsolete. Che senso aveva lottare per l’indipendenza dall’Inghilterra, quando tutti — inglesi, scozzesi, nord-irlandesi, gallesi — appartenevano comunque alla Ue? Ma il senso, adesso che il Regno Unito starebbe per divorziare dall’Europa, diventa di nuovo chiaro: non solo in Scozia, anche in Irlanda del Nord e Galles. Finora ognuna delle quattro parti in cui è suddiviso il Regno poteva avere una “nazionale” soltanto nel calcio. Adesso ciascuna preferisce giocare per conto proprio. Inghilterra compresa. I brexitiani, infatti, sembrano fregarsene del collasso dell’Unione: se il prezzo per lasciare la Ue è perdere la Scozia e gli altri, si dicono pronti a pagarlo. Da un lato hanno nostalgia dell’Impero britannico. Dall’altro, il nazionalismo li porta a detestare i propri concittadini dal diverso accento. Il regno millenario di Elisabetta, i cui riti a base di corone e carrozze contribuiscono a dargli un’aria di rassicurante, quasi eterna stabilità, rischia così di andare in pezzi. Qualcuno dovrà avvertire la regina, che in questi giorni, come ogni anno, trascorre le vacanze nel suo adorato castello di Balmoral, in Scozia. Dove potrà andare in ferie l’estate prossima?