Carrie d’acciaio. Carrie la combattente. Carrie cattolica. Carrie che si appella all’amore. Carrie «non posso andare dal parrucchiere». Carrie impotente, burattino di Pechino. E ora: Carrie che concede. Chi è davvero Carrie Lam? Che cosa può (o non può) fare la Chief executive di Hong Kong? Ieri i cittadini dell’ex colonia inglese, dopo quasi tre mesi di proteste oceaniche e sempre più violente contro la legge sull’estradizione e per la democrazia, hanno visto una nuova versione della leader che li governa. Carrie Lam che si piega e finalmente prova a mediare tra le loro richieste e Pechino. «Il governo ritirerà la legge per calmare le preoccupazioni dei cittadini», ha detto la Chief executive, 62 anni, in un video registrato trasmesso alle 18 in tv. «Ritirerà»: seduta alla scrivania, giacca blu spento su maglietta rosa, la solida algida compostezza resa ancora più meccanica dalla lettura in video, Lam ha pronunciato la parola che Hong Kong voleva sentire. Ha concesso al movimento la prima vittoria, cancellando una norma che aveva prima difeso e poi solo sospeso. Non solo. Nel tentativo più deciso visto finora di aprire un dialogo, ha anche annunciato la creazione di una commissione di esperti che indaghi sui problemi della città. Bella giravolta per chi una settimana fa, dopo essersi autoaccusata del caos e rammaricata di non poter più rifare la piega, confessava la sua impotenza di fronte al governo cinese. Che cosa sia successo tra quello sfogo a porte chiuse, che qualcuno ha registrato e servito a Reuters, e la concessione di ieri è materia di speculazione. Qualcuno ipotizza che proprio l’audio rubato abbia spinto Pechino a concedere qualcosa, per mostrare che l’autonomia di Hong Kong ancora esiste. Qualcuno azzarda che sia stata Lam stessa a architettare la fuga di notizie per crearsi un margine. Solo che ritrattare oggi, dopo 13 settimane di scontri, manganellate e ferite, non è come averlo fatto a giugno, dopo le prime marce pacifiche. Inoltre quattro delle richieste in cui si è cristallizzato il dissenso restano tutt’ora dribblate o respinte: l’inchiesta indipendente sulla polizia, l’amnistia per gli arrestati, e ovviamente la piena democrazia. «Tutte e 5, nessuna esclusa», è lo slogan della piazza, ieri ribadito da due portavoce mascherati: «Il ritiro della legge è come un cerotto su carne in putrefazione». «Troppo poco e troppo tardi», dicono i politici del fronte democratico, a cui non conviene abbassare la tensione prima delle elezioni locali di novembre. Vero: il messaggio della Chief executive non è per gli irriducibili, bensì per la maggioranza dei cittadini comuni, che potrebbero essere stanchi del caos e considerare raggiunto un risultato. Va letto insieme alle parole del governo cinese, che martedì ha distinto tra «pacifici» e «criminali», sperando con bastone e carota di smorzare la protesta. Solo che a giudicare dai tassi di (dis)approvazione nei confronti di Lam, record storico negativo, neppure i “pacifici” sembrano molto disposti a crederle. Forse il suo compito era impossibile, mediare tra una Hong Kong ogni giorno più inquieta e una Cina sempre più debordante. Fatto sta che questa funzionaria, scelta da Pechino per fedeltà e dedizione al lavoro, è risultata al contempo irrilevante e insensibile. L’ostilità nei suoi confronti è uno dei collanti del movimento: «Ogni volta che parla siamo più arrabbiati», diceva una signora in marcia. Molti sostengono che il governo cinese aspetti solo di non apparire debole per farla fuori. Ora però le concede un tentativo di «sanare le divisioni», come lei stessa aveva promesso dopo la nomina. Si vedrà nei prossimi giorni se la partecipazione alle proteste diminuirà. Carrie la riconciliatrice: al momento pare poco credibile.