Se alla fine il matrimonio Pd-Cinque stelle si consumerà, chissà che fatica sarà per il deputato Pd Filippo Sensi votare la fiducia a Giuseppe Conte. Costretto a pigiare il bottone del sì per lo stesso premier che, per i 14 mesi di governo gialloverde, ha irriso chiamandolo “Coso”: «Coso che dice ai giornalisti “sono io la massima autorità di governo” mi sembro io e gli “stasera non esci” a Camilla», cioè la figlia; «Ma quindi mi nasce la lista Coso?»; «Certo la perfidia, poro Coso, il giorno del compleanno», il commento nella serata in cui Salvini metteva fine al governo. Fosse però un problema solo di Sensi: il fatto è che, fino a tre settimane fa, nemici giurati del Pd non sono stati solo Matteo Salvini e l’ormai quasi alleato Luigi Di Maio – come si cambia – ma pure l’«azzimato Conte» (copyright Andrea Orlando). «La conferenza stampa di Conte segna oggi una figuraccia per le istituzioni e per Palazzo Chigi – scrive Renzi nel giorno d’inizio estate in cui il premier tenta un chiarimento pubblico con i vice – un premier che non decide, non conta, non governa», fustiga via Facebook il senatore di Firenze. Un capo di governo, aggiunge in un’altra occasione, «semplicemente imbarazzante», giudizio lapidario consegnato all’immortalità del web il 7 agosto, alla vigilia della crisi di governo: sì e no venti giorni fa. Ma era un’altra era geologica, come quando il senatore renziano Francesco Bonifazi – era febbraio e si discuteva del voto sull’immunità per il ministro dell’Interno – commentava che «alla fine la colpa sembra non essere di Salvini ma del povero Giuseppe Conte, che da burattino diventa scudo umano». O, ancora, quando la senatrice Simona Malpezzi cercava di colpirlo pure sui fondamentali: «Ma che razza di uomo di legge sei?». È lo stesso Giuseppe Conte che il Pd voleva mettere sulla graticola per il curriculum e il presunto conflitto di interesse in un concorso universitario: a quei tempi, lanciavano l’hashtag “#concorsopoli” e gli chiedevano di riferire in Aula. Acqua passata. Non è più tempo di rinfacciargli di essere «solo chiacchiere e distintivo» (Andrea Marcucci), o addirittura di lamentare, come ha fatto Michele Anzaldi, «la funzione istituzionale del presidente del consiglio trasformata in burattino in mano a Casalino», il potente portavoce prestato dal M5S: ora, con lui toccherà confrontarsi tutti i giorni. Bisognerà trovare un equilibrio, avere fiducia, difendere in pubblico il premier che fino a pochi giorni fa si riteneva «imbarazzante», mica come quando il capogruppo alla Camera Graziano Delrio lo invitava ad avere «l’umiltà di studiare». All’indomani di un tentativo di ultimatum di Conte ai suoi vice, la renzianissima vicepresidente del Pd Anna Ascani lo strigliava: «Avrà la dignità di dimettersi?». Ora l’ha fatto. Per tornare dritto dritto a Palazzo Chigi coi voti del Pd.