Si sono seduti allo stesso tavolo, si sono guardati negli occhi, qualche sorriso, una battuta per scongelare la prima volta, e si sono detti: allora lo facciamo davvero? Il primo premier della storia italiana che ha guidato un governo con l’estrema destra, si è accomodato di fronte al leader del primo partito di sinistra. Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti avranno tempo di conoscersi, se il corteggiamento diventerà matrimonio, ma ora hanno un ultimo miglio da compiere, ben sapendo che tutto può collassare prima che il patto sia siglato. Il quadro è ancora scomposto da veti e contro-veti, dalle ultime mosse di tattica esasperata. Conte è intenzionato a fare quello che ha fatto per 14 mesi con i leghisti. Mediare, convincere gli uni e gli altri. Innanzitutto sui vice. Il presidente del Consiglio li vorrebbe a suo fianco, e dal lato Pd vorrebbe Zingaretti. Una soluzione perfetta per Di Maio che spera così di non essere costretto a lasciare Palazzo Chigi. Conte lo chiede al segretario del Pd ma lui fa muro, nonostante le preghiere di un pezzo dei suoi. Ai vertici dem infatti la teoria ieri sera era questa: nessun vice, oppure solo uno ma del Pd, il vicesegretario Andrea Orlando (che in alternativa potrebbe fare il sottosegretario a Chigi). E l’idea che spinge anche Matteo Renzi: un vice forte per controbilanciare Conte. Quando il premier arriva all’incontro a quattro, con Orlando e Di Maio, il premier è appena tornato dal G7 di Biarritz,. Tra la notte di domenica e la mattinata di ieri un contatto telefonico con Zingaretti ha chiarito che lo stop al suo bis era evaporato. Conte non si scompone. E al suo staff chiede di far sapere che questa volta non avrà «un ruolo notarile» come accadde nella fase aurorale del governo gialloverde. «Avrò voce in capitolo su nomi e programmi». Alle 18, mentre Conte stava atterrando a Roma, Zingaretti e Di Maio si vedono. Il capo politico del M5S ha avuto mandato pieno dallo stato maggiore del M5S riunito a casa di Vincenzo Spadafora, con la benedizione di Beppe Grillo, consultato al telefono prima del vertice. Unico contrario, Alessandro Di Battista che sentenzia: «A questo punto meglio tornare con la Lega». Di Maio si reca a Chigi. Ma l’incontro con Zingaretti dura poco. Un pugno di minuti, 25 cronometrati. Il segretario del Pd ha in mano i punti del programma che vuole incisi sulle tavole del governo della discontinuità e della svolta. Ma il cuore del confronto è su altro. Sulla squadra, sui ministri. «Voglio l’Interno» gli dice Di Maio, convinto che dal Viminale siano passate le fortune elettorali di Matteo Salvini e che il ministero sia un’importante crocevia di potere in Italia. Zingaretti reagisce imbarazzato, appesantito da giorni di tormenti, fiaccato dal cedimento su Conte che non può che ammettere quando dice: «Impossibile. Il M5S esprime già il presidente del Consiglio». Ma sul tavolo ci sono tante richieste impossibili. Da una parte e dall’altra. Il Pd chiede per sé Esteri, Interno, Economia, Sviluppo economico, sottosegretario a Palazzo Chigi e il commissario europeo. I 5 Stelle sono disposti a lasciare Mise, Economia ed Esteri. La partita è cominciata. Ma il terreno è fragile, con il futuro che è un’incognita grande quanto tutta la strada fatta per arrivare fin qui: anni di odio reciproco e flirt falliti, per ritrovarsi dove già potevano essere nel 2013. Di Maio sa che chiedere il Viminale è un tentativo quasi senza speranza. Il Pd non lo permetterà. Ma il capo politico vuole far pesare le percentuali in parlamento. La sua strategia però, a sentire chi ha partecipato alla war room del M5S, prevede un piano B. Puntare alla Difesa, in combinato con la carica di vicepremier, o in subordine restare al Lavoro, per mettere in sicurezza gli ultimi passaggi sul reddito di cittadinanza. Le riforme incompiute, abortite dall’esperienza interrotta con la Lega, sono il tema sviscerato dai big grillini nel salone con due grandi finestre al centro di Roma. Con Di Maio, ci sono i capigruppo, Di Battista, Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede, Paola Taverna e Davide Casaleggio. L’imprenditore custode delle finanze e dei codici del software della piattaforma ha un atteggiamento riluttante ma acconsente. Grillo ha già parlato: vuole andare avanti con il Pd. Fraccaro dice: «Dobbiamo chiudere le nostre riforme, reddito e taglio dei parlamentari». Di Battista avverte lo spettro del fallimento e annusa già aria di scontro. I primi appuntamenti con il destino sono a breve e anche Zingaretti li conosce già: sono l’immunità sull’Ilva e la concessione ad Autostrade.