In Germania domenica potrebbe cambiare qualcosa, qualcosa di molto grande. Per la prima volta dal dopoguerra un partito di estrema destra, con due capolista dai trascorsi sfacciatamente neonazisti e revisionisti, potrebbe conquistare ad un’elezione regionale il 20 e più per cento dei voti e – nella peggiore delle ipotesi non del tutto esclusa dai sondaggi – diventare addirittura prima forza politica. A votare saranno i cittadini dei due Länder tedesco orientali del Brandeburgo e della Sassonia, in tutto circa 5 milioni di persone, appena il 6% dell’intero elettorato tedesco. Ma l’esito del voto potrebbe avere ugualmente ripercussioni pesanti a livello federale. Una destra populista rafforzata dalle urne rischia d’indebolire ulteriormente i grandi partiti, far traballare non poco i cristiano-democratici, innescare la fine dell’era di Angela Merkel e mettere in evidenza ancora una volta le forti divisioni ancora esistenti fra le due parti della Germania. Mentre nelle regioni occidentali l’AfD sembra in declino e viene attestata intorno al 12%, all’est è sempre più forte. Nella Uckermarck, estremo nord est del Brandeburgo vicino al confine con la Polonia, si notano di più queste differenze. Con i suoi boschi che si estendono a perdita d’occhio, i piccoli laghetti dalle acque cristalline e una natura incontaminata è una delle aree con la più bassa densità di popolazione di tutta la Germania, appena 39 abitanti per chilometro quadrato. Un’oasi verde apprezzata a suo tempo anche dalla nomenklatura del regime socialista tedesco orientale che si riuniva qui per le sue leggendarie battute di caccia. Ma è proprio in zone come queste che il partito dell’ultra destra populista Alternativa per la Germania (AfD) raccoglie molti consensi. Anche se distanti solo 90 chilometri da Berlino, molti abitanti della Uckermark si sentono abbandonati dalla grande politica della capitale. Isolati nei loro piccoli borghi circondati dalle foreste, mal collegati dai trasporti pubblici, privi anche della più minima copertura alle reti di telefonia mobile e dell’internet non hanno una vera prospettiva economica. Al comizio dell’AfD nella cittadina di Eberswalde il pubblico è molto eterogeneo. Ragazzi con la testa rasata siedono accanto a coppie di anziani pensionati, famiglie con bambini parlottano con contadini dall’aspetto rustico, uomini in giacca e cravatta si mischiano a persone in tenuta da jogging con in mano la busta di plastica di un discount. Dalla caduta del Muro di Berlino Eberswalde ha perso un terzo dei suoi abitanti, scesi da 58mila a 39mila. I vecchi Kombinat industriali d’epoca socialista sono stati chiusi e chi era in possesso di una qualifica professionale è emigrato nelle più ricche regioni occidentali del Paese o a Berlino. Sono rimasti quelli che in Germania vengono definiti come i «perdenti dell’unificazione». A loro il leader regionale dell’AfD Andreas Kalbitz promette di tutto e di più. Posti di lavoro, trasporti pubblici più frequenti, pensioni e sussidi sociali più alti, alloggi popolari. Ma soprattutto meno, molto meno rifugiati, «criminali stranieri» e immigrati che «rubano i posti di lavoro ai tedeschi». Poco importa se di stranieri ad Eberswalde (appena il 2,2% della popolazione) se ne vedono ben pochi e se il tasso di criminalità è fra i più bassi della Germania. Kalbitz fa leva sulle tante paure che affliggono i residenti. La globalizzazione, la società multiculturale, i ritmi sempre più veloci dell’era digitale, la fine prossima delle centrali a carbone che qui garantiscono ancora i pochi posti di lavoro rimasti. Kalbitz e il capolista in Sassonia Jürg Urban sono esponenti dell’ala di ultra destra dell’AfD e hanno stretti legami con gli ambienti neonazisti, hanno relativizzato i crimini commessi dal regime hitleriano. Molti simpatizzanti dell’AfD sono disposti a chiudere più di un occhio su questi «particolari» pur di esprimere il loro voto di protesta contro Berlino, contro Bruxelles, contro il mondo intero che dietro ai laghi e alle colline della Uckermarck incombe su di loro come una perenne minaccia.