L’endorsement di Trump a Conte non è solo una benedizione che viene dal più importante Paese alleato, ma trasmette una serie di segnali interni che raccontano come cambierà il suo ruolo, se davvero ci sarà il bis. Innanzitutto il significato politico di questo “schieramento” americano va messo anche in relazione con il leader della Lega, perché nel momento delle dimissioni al Senato, Conte si è voluto connotare come l’anti-Salvini ed è stato lui a Biarritz a chiudere il “forno” con la Lega. Ed è in questa chiave che hanno fatto fronte comune non solo le cosiddette cancellerie internazionali e l’Europa ma pure il Vaticano che sull’immigrazione era in rotta di collisione con il Viminale. Resta però ancora un’ambiguità sulla figura del candidato bis a Palazzo Chigi emersa nella trattativa con il Pd che spinge affinché non venga considerato “terzo” ma sia a tutti gli effetti il nome dei 5 Stelle. Un passaggio che ha evidenti ricadute sulla questione vicepremier (che quindi dovrebbe essere uno solo e del Pd) e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio che – invece – come da prassi verrebbe scelto dal capo del Governo, non dai Democratici. Da questo snodo che impegna i due partiti, dipendono pure i rispettivi pesi da distribuire nella scelta dei ministri e anche su questo, si chiede che Conte non sia un mero spettatore. Questioni politiche, sì, ma che si sposano con l’obiettivo costituzionale del Quirinale di riportare il presidente del Consiglio dentro gli ambiti della Carta. Nel senso che secondo la Costituzione l’inquilino di Palazzo Chigi deve essere il leader e il coordinatore del Governo, non il garante di un contratto. E quella che è stata un’anomalia – peraltro fallita – dell’Esecutivo del cambiamento si avvia a essere archiviata. Innanzitutto perché questa volta, secondo l’impostazione data dal Colle, si è messo subito sul tavolo della trattativa il nome del premier. Non quindi un contratto con due programmi che si assemblano e solo in seconda battuta un premier-terzo che di volta in volta dirime dissidi. «Dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile», dice la Costituzione e dunque, se Conte verrà incaricato, ci si aspetta che sia lui a dettagliare i punti dell’agenda e a portare una squadra di ministri che verranno nominati da Mattarella su proposta – appunto – del presidente del Consiglio. Quello che si richiede è insomma una discontinuità logica e metodologica sul capo del Governo. Se poi l’intesa tra Pd e 5 Stelle dovesse andare in porto, il capo dello Stato affiderà a Conte (stasera o al massimo domani mattina) un mandato pieno durante il quale farà le sue consultazioni e definirà con i partiti la sua lista di ministri e le priorità. Serviranno giorni, anche per l’esigenza di sancire una cesura con il passato e non attuare un veloce ribaltone trasformistico. Giorni che verranno accordati dal Colle. Diverso è stato il tempo perso lo scorso fine settimana: personalità del gruppo Misto hanno raccontato che questo avrebbe infastidito il capo dello Stato e che in caso di fallimento ultimo, lui non esiterà a formare un governo di garanzia e sciogliere le Camere.