La ragione per cui nel corso della giornata di ieri la trattativa tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico è stata a un passo dal saltare del tutto è legata a una parolina magica che nelle ultime ore è stata al centro del pazzo dialogo tra il partito guidato da Luigi Di Maio e quello guidato da Nicola Zingaretti: la discontinuità. Il segretario del Pd ha tentato in tutti i modi di condurre le trattative con il M5s cercando il più possibile di evitare che l’alleanza con il grillismo desse come risultato un governo fotocopia di quello passato, con i ministri del Pd che, nella logica del M5s, non dovrebbero fare altro che prendere il posto dei ministri della Lega. Nasce da qui, intorno al tema della discontinuità, il confronto e lo scontro sul taglio del numero dei parlamentari (sintesi: se il Pd vuole fare un accordo con noi deve farci fare quello che la Lega non ci ha fatto fare). Nasce da qui, intorno al tema della discontinuità, il confronto e lo scontro sul tema del decalogo proposto da Luigi Di Maio (i dieci punti proposti dal capo politico del M5s sono una sintesi estrema del contratto di governo firmato con la Lega e il ragionamento di fondo è sempre quello: se il Pd vuole fare un accordo con noi deve farci fare quello che la Lega non ci ha fatto fare). Nasce da qui, infine, lo scontro sul nome del presidente del Consiglio (Zingaretti voleva un altro nome, il M5s ha detto o Conte o nulla, Zingaretti ha detto ok Conte, ma dateci discontinuità forte con i ministri, con il programma). Con un gruppo parlamentare che tra Camera e Senato pesa più o meno il doppio rispetto a quello del Pd, per Nicola Zingaretti, una volta accettato di voler costruire un governo con il M5s, sarà difficile ottenere la discontinuità sognata ed è comprensibile che il leader del Pd sia interessato a dimostrare che la discontinuità vera rispetto al passato sarà sui temi più che sugli equilibri di governo. Fin qui tutto chiaro e tutto lineare. Ma ciò che negli ultimi giorni sembra essere sfuggito a molti osservatori è legato alla ragione per cui – nono – stante i molti tratti di continuità rispetto al passato accettati dal Pd nel corso delle trattative per il governo – il Movimento 5 stelle abbia cercato fino all’ultimo di trovare una buona scusa per far saltare l’accordo con il Pd. E la ragione è presto detta e potrebbe aiutarci a osservare il governo rosso-giallo con una lente di ingrandimento adeguata. Per quanto il M5s possa tentare di dimostrare ai suoi elettori che costruire un esecutivo con il Pd non costituisce alcuna contraddizione rispetto al progetto originario del grillismo, la verità è questa: passare nel giro di poche settimane dal governare con un altro partito populista e antieuropeista al governare con un partito non populista ed europeista è il segno non solo di una resa ma di una certificazione plastica di discontinuità con il passato. Il governo sbagliato, nato per fare una cosa giusta, per non diventare il governo sbagliato che fa anche la cosa sbagliata ha la necessità naturale di portare avanti un progetto inderogabile, per quanto inconfessabile, che coincide con il massimo della discontinuità possibile: cancellare i quattordici mesi del governo populista sostituendo una maggioranza di governo formata da due populismi con un’altra maggioranza di governo formata principalmente da un populismo sgonfiato che per rimanere in piedi è costretto a poggiarsi sulla stampella di un partito, come il Pd, che è la negazione di tutto quello che fino a qualche tempo fa era il Movimento 5 stelle. All’interno di un governo formato dal Movimento 5 stelle non ci potrà naturalmente essere nulla di serio e nulla di strategico. Ma per quanto sia possibile che la vicinanza al M5s possa trasformare il Pd nella sesta stella di Beppe Grillo (speriamo di no) è altrettanto vero che l’agonia del Movimento 5 stelle (l’esecutivo giurerà a Bibbiano?) può permettere al Pd di usare questo governo per combattere insieme due populismi: quello vitale, antieuropeo, antisistema, antieuro, anti immigrati, xenofobo, sfascista incarnato dalla Lega e quello morente, ostile alla democrazia rappresentativa, ostile allo stato di diritto, ostile all’atlantismo, ostile al mercato, ostile alla globalizzazione, incarnato dal Movimento 5 stelle. Nel primo caso, per combattere il sovranismo che speriamo resti a lungo all’opposizione come sembra desiderare persino Donald Trump che ieri ha twittato in favore della premiership dell’amico Giuseppi Conte (lo ha chiamato davvero così), sarà sufficiente rendere il nuovo governo più presentabile rispetto a quello passato sul rispetto del diritto del mare, sul rispetto dell’Europa, sul rispetto dei trattati, sul rispetto delle imprese, sul rispetto dei fondamentali della nostra economia. Nel secondo caso, per combattere il populismo che continuerà invece a essere al governo, sarà sufficiente dimostrare ogni giorno che la possibilità del nuovo esecutivo di non fare la fine di quello precedente passa dal necessario rinnegamento della linea del vecchio governo. Il nostro amico Giuliano Da Empoli ha ragione a dire che, rispetto alla traiettoria del Pd, c’è una linea piuttosto sottile (ma essenziale) che separa l’esercizio del senso di responsabilità dall’harakiri. Ma oggi il Pd ha una grande anche se complicata opportunità: riuscire nel miracolo di utilizzare i parlamentari appartenenti a un populismo morto per provare a guidare un governo capace a colpi di discontinuità di uccidere un populismo ancora vitale. L’harakiri dell’unica opposizione al populismo è naturalmente possibile, ma la possibilità che il governo rosso-giallo metta in scena l’harakiri non solo del leghismo ma anche del grillismo è uno show per il quale forse vale la pena mettersi lì comodi, pagare il biglietto e godersi lo spettacolo.