Alla fine di agosto si sono svolti due incontri internazionali significativi: la riunione annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole in Wyoming e la riunione dei G7. I temi delle due conferenze erano diversi ma da ambedue le riunioni è emerso lo spaesamento comune per una situazione in cui gli Usa non sono più il pilastro della cooperazione internazionale e si fa fatica a trovare un nuovo equilibrio. Un tema centrale affrontato dalla conferenza di Jackson Hole è la crisi del funzionamento del sistema finanziario internazionale dominato dal dollaro. Gli Stati Uniti sono il banchiere del mondo. Si domandano dollari perché gran parte del commercio internazionale si fattura in dollari e/o perché i titoli di Stato Usa sono liquidi e sicuri — e quindi appetibili —, soprattutto quando l’incertezza è diffusa. Questo dà agli Stati Uniti un «privilegio esorbitante», come lo aveva definito Giscard d’Estaing in un’altra epoca: la politica monetaria degli Stati Uniti influenza i prezzi degli strumenti finanziari mondiali e i tassi di cambio, gli altri Paesi sono costretti a subirla. Ma non solo. Se ci dovesse essere una nuova crisi, per esempio, le banche centrali del resto del mondo, come è avvenuto nel 2008, avrebbero bisogno di richiedere prestiti in dollari alla Federal Reserve per soddisfare la domanda da parte delle banche dei loro Paesi ed evitare così instabilità. Ma ottenerli oggi non sarebbe scontato: dipenderebbe dalla volontà di cooperazione degli Usa.

Il dominio del dollaro non è un problema nuovo ma diventa preoccupante in una situazione in cui l’indipendenza della Federal Reserve viene messa in discussione dal presidente Trump e in cui gli Stati Uniti hanno cambiato rotta, rinunciando ad essere il pilastro della cooperazione internazionale e percorrendo la strada della guerra commerciale e dei cambi. Come può funzionare il sistema finanziario internazionale se il Paese che ne è al centro, gli Stati Uniti, sono diventati inaffidabili ed imprevedibili? Al G7 la discussione ha coperto problemi più generali, ma è emersa una simile preoccupazione per il mutato ruolo degli USA, guidati da un Presidente che di proposito crea una incertezza permanente sui temi del commercio internazionale e non si fa promotore di soluzioni cooperative su tutte le altre questioni importanti, dalla geopolitica all’ambiente. La nuova stagione europea si apre in questo contesto. Non sfugge a nessuno che se l’Europa fosse piu coesa e capace di approfondire la sua unione economicaepolitica potrebbe assumere un ruolo maggiore nel mondo e anche l’euro potrebbe ambire ad avere un ruolo internazionale. Rimane schiacciata tra Stati Uniti, Cina e Russia ed è vulnerabile per via della sua fragilità politica nonostante la importante dimensione della sua economia. Pesano gli errori del passato e l’incertezza di oggi. Sul piano economico negli anni della crisi i Paesi dell’Unione non sono stati capaci di affiancare la Bce con politiche complementari per sostenere in modo più aggressivo l’economia. Oggi non bisogna ripetere questo errore tanto più poiché le banche centrali sembrano avere esaurito le loro “cartucce”. Ed è proprio su questo che la riunione di Jackson Hole dà un secondo messaggio particolarmente pressante per l’Europa. La politica monetaria da sola non riesce ad incidere più di tanto sull’economia. I tassi di interesse sono a zero (nel caso dell’euro-zona, quelli sulle riserve presso la Bce addirittura negativi) e i bilanci delle banche centrali sono più che raddoppiati dal 2008 come conseguenza degli acquisti dei titoli e operazioni speciali ma l’inflazione rimane debole e l’economia reale oggi rallenta. Se questo rallentamento dovesse tramutarsi in recessione non è chiaro in che forma potrà arrivare un ulteriore stimolo monetario e se avrà effetto. Abbiamo bisogno di affiancare la politica monetaria con riforme e di programmi ambiziosi di sostegno dell’economia. Ma è soprattutto importante rilanciare un messaggio di fiducia sul progetto europeo. Questa fiducia è la condizione necessaria a far ripartire gli investimenti per combattere l’avversione al rischio diffusa che fa sì che gli investitori tedeschi e olandesi preferiscano parcheggiare depositi a tassi negativi piuttosto che impiegarli in progetti più ambiziosi e paneuropei. Senza un progetto convincente che reimposti il dialogo tra Stati membri e che apra la porta a una maggiore condivisione del rischio a fianco di impegni per politiche nazionali responsabili, rimaniamo fragili e in balia delle scelte americane, oggi più che mai volatili e non cooperative. La conferenza di Jackson Hole ci ha ricordato che un mondo multilaterale più robusto non può poggiarsi esclusivamente sul dollaro. Ma se l’euro vuole competere come moneta internazionale, e l’Unione avere voce sui grandi temi globali ai tavoli dei G7 e dei G20, deve diventare una federazione più convincente in cui la moneta sia sostenuta dalla credibilità degli Stati membri e la politica guidata da valori comuni. L’alternativa sarebbe dolorosa. Il ritorno alle monete nazionali moltiplicherebbe la fragilità di oggi e lascerebbe ciascun Paese europeo alla mercé dei sussulti della politica americana.